giovedì 9 aprile 2015

Def, documento di estro e fantasia

E' un'onda di numeri a caso quella che Matteo Renzi riversa sui giornalisti a Palazzo Chigi. In attesa di venerdì, quando il Governo presenterà ufficialmente il nuovo Documento di economia e finanza, martedì pomeriggio il Premier si produce in una conferenza stampa dai toni quanto mai berlusconiani. La sparata più grossa, come sempre, riguarda le tasse.
Il Presidente del Consiglio sostiene di averle ridotte addirittura per 21 miliardi: 10 dal bonus di 80 euro, otto dalla decontribuzione dei contratti e tre dal disinnesco di precedenti clausole di salvaguardia. Sorvoliamo sul fatto che la decontribuzione vale tre anni (poi addio) e sull'assurdità di considerare la mancata applicazione di una clausola di salvaguardia alla stregua di una riduzione delle tasse. Restiamo sui numeri.
Il 2 aprile scorso l'Istat ha fatto sapere che nel quarto trimestre del 2014 la pressione fiscale è risultata pari al 50,3%, in aumento di 0,1 punti percentuali su base annua. In tutto l'anno passato, invece, il dato ha raggiunto il 43,5%, in aumento anche in questo caso di 0,1 punti percentuali rispetto al 2013. Com'è potuto accadere, visti i 10 miliardi di riduzione dell'Irpef (per gli amici, "gli 80 euro") decisi a giugno scorso da questo governo? Semplice: se finanzi i tagli alle tasse centrali diminuendo le risorse da girare agli enti locali, questi ultimi compensano i mancati trasferimenti spingendo al massimo le accise locali.
Il meccanismo dei vasi comunicanti si ripete: è già accaduto e continuerà ad accadere. Secondo un focus della Uil, ad esempio, soltanto l'introduzione della Tasi e l'aumento delle addizionali Irpef regionali erodono oltre il 40% dei famosi 80 euro. Poi ci sono gli aumenti scattati a gennaio su sigarette, canone Rai, giornali e benzina (a proposito: come mai l'Eni non taglia mai il prezzo alla pompa in proporzione al crollo delle quotazioni del petrolio?). Si tratta di rincari che pesano sulle tasche di tutti gli italiani, non soltanto su quelle di chi beneficia dei famosi 80 euro, ovvero la classe media.
Basterebbe questo per smentire l'affermazione di Renzi secondo cui "non ci saranno aumenti delle tasse nel 2015". Ci sono già stati, Presidente. Ma Renzi non si ferma e arriva ad assicurare che quest'anno non arriveranno ulteriori tagli alla spesa pubblica. Lo dice proprio mentre il tandem Yoram Gugteld/Roberto Perotti - fresco di nomina al timone della spending review - si sta industriando per portare al Governo 10 miliardi di risparmi nel corso del 2015.
Ora, è verosimile che il duo delle meraviglie arrivi a una cifra del genere solo razionalizzando la spesa, senza tagliare nemmeno un euro ai bilanci degli amministratori? Certo che no, ma non è nemmeno questo l'aspetto più grave. Anche in caso di miracolo, infatti, quei soldi non basterebbero: 10 miliardi non sono pochi, ma le famigerate clausole di salvaguardia valgono 16,8 miliardi nel 2016 e addirittura 23 miliardi nel 2017.
"Non ci saranno tagli alle prestazioni per i cittadini", ribadisce il Premier, distillando rassicurazioni su scelte che non spettano a lui, "ma c'è bisogno che la macchina pubblica dimagrisca un po' e, se i sacrifici li fanno i politici o salta qualche poltrona nei consigli di amministrazione, male non fa". Nulla di più banale e populista, peccato che si scontri con la realtà dei numeri.
Ne sa qualcosa il ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, il quale garantisce che "se la crescita sarà migliore delle attese le clausole di salvaguardia si disinnescheranno automaticamente". Non è esattamente il rigore scientifico che ci si aspetterebbe da un tecnico, ma lasciamo stare. Concentriamoci piuttosto sulle "attese": il governo prevede per quest'anno una crescita del Pil pari allo 0,7%. E' quanto verosimilmente riusciremo a incassare nell'anno del petrolio a prezzi di saldo e del Quantitative easing della Bce.
In pochi lo ricordano, ma a dicembre lo stesso Padoan aveva detto che il greggio a 60 dollari al barile prolungato nel tempo "potrebbe essere una buona notizia" e portare ad uno "0,5% di crescita in più". Oggi la quotazione del Brent è in risalita, ma al momento rimane comunque sotto i 57 dollari.
Quanto alla politica monetaria della Banca centrale, il programma di espansione abbatte i tassi reali sui titoli di Stato e indebolisce l'euro, rafforzando "l’attività economica - ha scritto il Centro studi di Confindustria -. I minori tassi alzano il Pil italiano dello 0,2% nel 2015 e di un ulteriore 0,4% nel 2016; il cambio più debole dello 0,6% in ciascun anno. La spinta complessiva è dunque pari allo 0,8% nel 2015".
Calcolatrice alla mano, tutto ciò significa che, senza il crollo del petrolio e l'apertura dei forzieri da parte della Bce, anche quest'anno avremmo dovuto esultare in caso di stagnazione.

mercoledì 8 aprile 2015

I sindaci provano ad opporsi al Governo ma la valanga di tagli è pronta a partire

Tutti a Palazzo Chigi, compreso il presidente del Consiglio, conoscono benissimo le difficoltà degli enti locali. Varare un piano da 256 milioni di tagli per le città metropolitane è irragionevole”. Nel suo percorso verso Def e legge di Stabilità, il premier Renzi dovrà vedersela con i comuni d’Italia. Sono troppi i “conti che non tornano” alla vigilia del varo del Documento economico e finanziario (venerdì), e del vertice Anci a Roma (giovedì). Firenze, Napoli e Roma sono le “città metropolitane” più colpite rispettivamente con tagli di 26, 65 e 87 milioni. Ma il rischio default interessa soprattutto migliaia di piccoli comuni, senza contare un altro bel grappolo di tagli che potrebbe arrivare dall’introduzione del criterio dei costi standard nella sanità. Ora l’esecutivo sta pensando alla local tax, che nelle intenzioni dovrebbe sostituire Imu e Tasi. Ancora non ci sono cifre, ma è chiro che tra ritocchi e trasferimenti di competenze l’operazione ha il senso di attribuire agli enti locali un potere di tassazione che il Governo avrà già “scontato” con i tagli nei trasferimenti.
Il capitolo dei tagli, tutti rigorosamente mascherati da “recupero di efficienza”, come non si stanca di ripetere il consigliere economico di Renzi, Gutgeld, oltre alla sanità riguarda anche altri settori come i trasporti. Difficile far passare come efficientamento, però, il taglio delle detrazioni fiscali, che il Sole 24 ore valuta per un miliardo e mezzo di risparmi, nonostante tutti gli abbellimenti di cui è capace Renzi tra una intervista e un twitter, e il taglio delle indennità di accompagnamento. Si tratta di voci che andranno ad incidere tutte direttamente sulla redditi e quindi sulla capacità di spesa degli italiani, e sul Pil.
L’Italia “non riparte”. E’ questa l’amara verità spiegata pochi giorni fa dal Wsj. Inevitabile, poi, che con queste misure torni ad impennarsi verso l’alto il peso del fisco, al contrario di quanto sostiene Renzi, che lamenta il mancato conteggio del bonus di 80 euro nell’allegerimento dell’Irpef. Insomma, siamo al solito gioco delle tre carte. E alle solite raccomandazioni all’indirizzo di Bruxelles, alla cui benevolenza il Governo italiano affida tutte le sue speranze di potersela cavare in autunno. Il ragionamento è facile quanto rimasticato: posto che il tasso di crescita “sperato” possa ritoccare di mezzo punto il il parametro sul deficit, sfruttando quindi la flessibilità Ue e una vaga ipotesi di posticipo del pareggio di un altro anno ancora, ci sarebbe qualche miliardo da destinare agli sgravi per le assunzioni.
Sembra la fotocopia della manovra precedente? Esatto. E' per questo che Renzi attraverserà tutti questi mesi insistendo sulla ripresa. Strappare un mezzo punto di crescita in più equivale a cavarsela e a tenere buoni i burocrati di Bruxelles.

martedì 7 aprile 2015

Non c’è nessuna crisi, gli oligarchi vogliono sacrifici umani

In passato alcuni lettori mi hanno contestato l’utilizzo dell’espressione “nazisti tecnocratici” in riferimento a certi personaggi che condizionano le leve di potere in Europa. Il tempo, sempre galantuomo, si è preso la briga di validare alcune mie passate intuizioni, rendendo sempre più palesi e scoperte le pulsioni omicidiarie che attraversano il Vecchio Continente. Preliminarmente tengo a precisare i contorni della mia analisi, conoscendo perfettamente le differenze che intercorrono tra il modello operativo del Fuhrer originale rispetto a quello abbracciato dal suo tardo-epigono Mario Draghi, vero dominus del progetto di annichilimento della civiltà europea ora in atto. Le scellerate condotte poste in essere dai nazisti originali traevano ispirazione dall’assorbimento di una filosofia occulta che non riconosceva dignità a tutti gli esseri umani. Il popolo germanico, ieri come oggi, si sentiva colpito nella sua ontologica purezza, minacciato da un meticciato composto da popoli inferiori da schiavizzare e polverizzare.
L’uccisione e la deportazione di neri, zingari ed ebrei, in questa ottica, risultava essere niente di più e niente di meno che un necessitato effetto collaterale da sostenere al fine di salvaguardare un interesse più alto (la salvaguardia della purezza del La Merkel con Schaeublepopolo germanico per l’appunto). I tedeschi di oggi, sempre manipolati da una èlite perversa, sentono di dover difendere con la stessa ottusa foga di allora un altro mito falso: ovvero la purezza del bilancio, messa in discussione adesso non più da neri ed ebrei, ma da imprecisate “cicale mediterranee” pronte a trascinare nella spirale del vizio i virtuosi discendenti di Ario. La pubblica opinione tedesca è palesemente manipolata da quelle stesse penne che, in Italia, tentano pateticamente di addossare al popolo greco la responsabilità della crisi in atto. L’idea del sacrificio rituale come momento “purificante” è da sempre parte della Storia. Oggi, però, in ossequio alle regole formali tipiche di una società apparentemente laica e tecnologica, anche il sacrificio rituale di massa deve giocoforza sublimarsi in maniera apparentemente neutra e incruenta.
Finita la premessa passiamo insieme dalla narrazione astratta al caso concreto. Il neoeletto premier greco Tsipras ha calendarizzato l’approvazione di una legge pensata per affrontare una “emergenza umanitaria”. Il termine “emergenza umanitaria”, utilizzato in termini asettici e non enfatici, testimonia la gravità della situazione. Un numero cospicuo di cittadini ellenici, infatti, rischia di morire di freddo, fame, malattie e stenti a causa delle misure di austerità impartite dalla famigerata Troika. Non c’è nulla di retorico o populista nel sottolineare un dato oggettivo e non contestabile. Molti bambini greci sono effettivamente denutriti; molte famiglie elleniche sono state per davvero gettate in mezzo ad una strada e molti malati sono realmente morti in conseguenza di mali curabili a causa della criminale soppressione del servizio sanitario universale. Cosa fanno i nazisti tecnocratici per impedire che il governo Tsipras spenda pochi spiccioli al fine di salvare la vita di molti suoi concittadini? Minacciano ritorsioni, proprio come i nazisti autentici protagonisti dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. E Francesco Maria Toscanoperché i vari Juncker, Dijsselbloem, Schaeuble, Draghi e Merkel dovrebbero osteggiare l’approvazione di lievi misure umanitarie che appaiono nient’altro che buon senso agli occhi di qualsiasi uomo per bene?
Invito quelli pronti a rispondere perché “non bastano i soldi” a non dire, né pensare, fesserie, considerata anche l’immensa liquidità che il nostro banchiere centrale ha appena promesso di iniettare nel circuito finanziario europeo fino a data da destinarsi. E allora, perché? Perché gli odierni padroni credono di acquisire forza e vigore dal sacrifico del cittadino greco (italiano, portoghese o spagnolo poco importa), espressione di una umanità inferiore e molesta, da tenere sotto il calcagno di un potere crudele e imbellettato che non può rinnegare la sua ferocia senza al contempo negare in radice anche se stesso. Riuscite ora a spiegarvi la ratio di tanta malvagia pervicacia? Mettetevelo bene in tesa, non esiste nessuna crisi economica in atto. E quelli che provano a combattere una “stirpe nera” con le armi della sola macroeconomia sono degli sprovveduti (nella migliore delle ipotesi). La partita è un’altra. E la posta in gioco è decisamente più alta di quanto non sembri.

lunedì 6 aprile 2015

L'Aquila, l'ultima beffa: i terremotati devono restituire il risarcimento.

Dopo l'assoluzione in secondo grado della Commissione Grandi Rischi, la Protezione Civile chiede la restituzione delle somme a chi come Tonino, ha perso le figlie, la casa e il lavoro e dopo sei anni ancora non è riuscito a ricostruire la sua vita. La richiesta è arrivata a casa della madre. E’ un “atto di messa in mora” con un “intimazione di pagamento” dei soldi ricevuti, è stato inviato a tutti i parenti delle 309 vittime del terremoto del 6 aprile del 2009 a L’Aquila. Nel caso di Tonino l’ordine è di restituire 30mila euro più gli interessi, la somma che il tribunale aveva considerato giusta per ricompensarlo della perdita di due figlie. La compagna probabilmente non è stata calcolata nel risarcimento: non essendo sposati era come se non esistesse. La casa è stata esclusa perché Tonino aveva un reddito alto, poteva pensarci da solo a ricostruirsi un tetto. E nemmeno il lavoro è stato preso in considerazione, sei anni e mezzo fa era il titolare di una delle principali ditte di autotrasporto del capoluogo. Aveva 30 dipendenti, clienti e merci da tutt’Italia: poteva ricominciare come se nulla fosse successo, dovevano aver pensato i giudici del tribunale.
Dopo il terremoto, dopo aver riconosciuto quel che restava delle figlie, e dopo averle viste calare in una fossa, in effetti Tonino aveva ricominciato a fare qualcosa. “Il primo anno c’era tanta gente tra vigili del fuoco, volontari, tecnici. Si lavorava comunque. Dopo è arrivato il momento peggiore, quando i riflettori si sono spenti e noi siamo rimasti soli con le macerie”, racconta. Da quel momento in poi lavoro non ce n’era davvero più. I clienti di Tonino continuavano a ritirare la merce ma non pagavano più. Uno di loro è arrivato ad accumulare 200mila euro di debiti con lui.
Ad un certo punto anche Tonino non ha retto più, ha dovuto licenziare tutti e chiudere. Ha provato a ricostruire la sua vita lontano da L’Aquila, in Lussemburgo, Germania, Francia. Ogni volta un nuovo inizio, ogni volta una speranza. Ma ogni volta qualcosa non funzionava. I 30mila euro del risarcimento-beffa della Protezione Civile che con la Commissione Grandi Rischi aveva assicurato a tutti gli aquilani che non sarebbe accaduto nulla una settimana prima del terremoto, è finito così: nel tentativo di trovare una strada.
Tonino è arrivato un anno fa a Roma, la domenica delle Palme. Senza più un euro. In un anno ha dormito ovunque, da villa Borghese al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito, da un angolo di pavimento in un corridoio dell’ospedale Gemelli alla stazione Termini. Gli hanno rubato il telefonino, le scarpe e l’ultimo barlume di fiducia. Ma non la speranza. Ora dorme in una chiesa insieme ad altri venti anime come lui che il mondo ha messo da parte. Il parroco li ospita per la notte, al massimo alle sette del mattino devono essere fuori, da quel momento Tonino inizia a correre.
“Corro per andare a fare la doccia e prendere dei vestiti puliti, due ore di mezzi pubblici ogni giorno, corro per andare a procurarmi da mangiare, corro per andare a cercare un lavoro, corro per tornare in tempo in chiesa altrimenti c’è subito qualcuno pronto ad occupare il mio posto”. Non vuole lasciarsi andare: agli incontri si presenta pulito, profumato, nessuno lo scambierebbe per un senzatetto. Nessuno sa nulla di quello che sta vivendo, nemmeno la mamma dove ha la residenza ma dove non va da mesi. “La chiamo ogni giorno ma non ho abbastanza soldi per andarla a trovare”. Le racconta che ha tanto da fare ma che tutto va bene.
Alla fine un lavoro l’ha trovato davvero, trasporta di nuovo merci. “Sono sicuro di potercela fare, di poter riemergere. Non può essere questa la fine della mia vita – spiega in tono calmo – Se lo pensassi mi suiciderei domani mattina perché vivere così è terribile, non lo auguro nemmeno al mio peggior nemico. Invece io sono convinto che ce la farò. Come? Non pensando a nulla se non al lavoro che mi aspetta domani mattina. Accantono ogni altro pensiero e vado avanti”. I 30mila euro con gli interessi? Devo averne ancora almeno 150mila dai creditori, sono solo 30mila euro in più ma sono in attivo, se riesco ad avere un lavoro e a pagare un avvocato in poco tempo mi rimetto in piedi. Non mi distruggeranno”. Chissà se avranno la stessa forza le altre famiglie di aquilani a cui la Protezione Civile ha inviato la richiesta di restituire i risarcimenti in questi giorni.

sabato 4 aprile 2015

La Buona scuola di Renzi: dal sistema nazionale di istruzione all’arcipelago scuole

Il disegno di legge di riforma della scuola persegue le seguenti finalità: “garantire la massima flessibilità, diversificazione, efficienza ed efficacia del sistema scolastico[…]il potenziamento delle conoscenze e delle competenze degli studenti e l’apertura al territorio”, dando piena attuazione all’autonomia scolastica.
L’autonomia, come capacità di rispondere al meglio alle esigenze formative e di valorizzare le risorse di un territorio, è un valore importante ma affinché si realizzi è necessario fornire alle scuole adeguate risorse umane e finanziarie.
Attualmente, nonostante le risorse previste dal DDL, la spesa dell’Italia per l’istruzione resta al di sotto della media europea, per allinearsi alla quale occorrono notevoli investimenti, che il governo non vuole o ritiene di non essere in condizione di effettuare, partendo dall’assunto, contenuto nel documento governativo de “La Buona scuola”, secondo il quale le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a rispondere a pieno ai bisogni delle scuole. In coerenza con questa impostazione il DDL prevede la concessione di crediti d’imposta a cittadini, enti non economici e imprese che fanno elargizioni alle scuole, alle quali è possibile, inoltre, destinare il 5 per mille della dichiarazione dei redditi. In questo modo l’intervento dei privati sopperirebbe ai mancati investimenti pubblici, con il rischio di creare forti diseguaglianze tra le scuole di aree economico- sociali differenti, dal momento che la ricchezza dell’offerta formativa di una scuola dipenderà dalla forza e dalla generosità degli attori sociali ed economici di un territorio e dalla capacità dei dirigenti scolastici di raccogliere fondi. In questo scenario, l’obiettivo della promozione dell’autonomia scolastica diventa la foglia di fico dietro la quale si nasconde il parziale ritiro dello stato dal terreno dell’istruzione e così, in nome della “massima differenziazione” dell’offerta formativa delle scuole, sarà perfettamente conforme alla legge il fatto che i ragazzi di un istituto professionale di Quartoggiaro abbiano diverse e minori opportunità formative rispetto a quelli di un liceo dei Parioli, con buona pace dell’uguaglianza d’accesso di tutti i cittadini al diritto allo studio e del carattere nazionale e unitario del sistema d’istruzione.
Il DDL affida la realizzazione dell’autonomia al dirigente scolastico, che sceglierà e valuterà i docenti della propria scuola. Il dirigente di una scuola selezionerà gli insegnanti da un albo territoriale dopo avere appurato la conformità dei loro curricula a dei criteri da lui stesso individuati.
I docenti scelti insegneranno in quella scuola per tre anni, al termine dei quali potranno essere riconfermati oppure dovranno trovare un’altra scuola interessata al loro profilo professionali. Il DDL istituzionalizza così una sorta di precariato a tempo indeterminato degli insegnanti, i quali dovranno essere pronti ogni tre anni a raccogliere libri e matite e a cambiare scuola e, come una sorta di freelance dell’istruzione, andranno in giro a proporre ai dirigenti scolastici il book dei loro lavori e a tentare di convincerli dell’ incomparabile qualità della loro professionalità.
Il DDL, così, trasforma lo status giuridico dei docenti, spingendoli in un’inedita area dove il funzionario pubblico è per certi versi simile al dipendente privato che risponde del suo operato al manager dell'azienda e dove la stessa libertà di insegnamento può essere a rischio.
Del resto il DDL attribuisce al dirigente la prerogativa di assegnare un salario accessorio ai migliori tra i suoi insegnanti, valutati in base a non ben precisati criteri di misurazione della qualità della loro azione didattica. Questo meccanismo di valorizzazione del merito introduce un’ulteriore perplessità circa la tenuta del carattere unitario del sistema nazionale d’istruzione. Se l’obiettivo del legislatore è di migliorare la qualità dell'intero sistema , egli dovrebbe fissare degli standard nazionali in base ai quali valutare ed eventualmente premiare gli insegnanti e non lasciare ai singoli dirigenti un potere discrezionale nella individuazione dei criteri di valutazione.
Il punto cruciale su cui dovremmo riflettere è che l’istruzione non è un mercato sulla cui piazza le scuole cercano di vendere il loro prodotto e che gli insegnanti non sono professionisti in competizione tra loro per strappare quote di salario accessorio .
L’istruzione è cooperazione e non competizione. I docenti di una classe o di una scuola sono una squadra di educatori che lavorano insieme per promuovere negli alunni lo sviluppo dell’intelligenza critica, la creatività, il senso civico.
Ecco allora, tornando sul tema del merito, che un sistema di valutazione degli insegnanti dovrebbe tenere conto anche della dimensione collegiale, premiando, ad esempio, il lavoro dei consigli di classe. Tuttavia, proprio la collegialità viene messa all’angolo dal DDL a favore di una scuola gerarchizzata, incentrata sulla figura del dirigente scolastico le cui prerogative, notevolmente rafforzate, non sono al momento controbilanciate da adeguati contrappesi.
Al dirigente scolastico viene, inoltre, affidato il compito di elaborare il piano dell’offerta formativa della scuola, vale a dire la sua carta d’identità culturale, educativa,progettuale. La normativa vigente, invece, affida al collegio dei docenti la responsabilità di elaborare tale piano per gli aspetti pedagogici, tenuto conto dei pareri e delle proposte degli organismi e associazioni di genitori e studenti.
Ed è giusto che sia così se pensiamo alla scuola come comunità educante, che individua gli obiettivi didattico- formativi da raggiungere. In conclusione, con il DDL, la scuola,che dovrebbe essere una palestra di pratica della democrazia- anzi andrebbero aperti maggiori spazi di partecipazione di docenti, personale amministrativo e ausiliare e degli studenti- rischia di diventare il luogo dove la democrazia ammaina la sua bandiera.

venerdì 3 aprile 2015

La politica industriale per ripartire

E’ arrivato il momento dopo anni e anni di deindustrializzazione di provare a porre le basi per una nuova forma più umana di capitalismo, nella quale la politica industriale e la social market economy ricomincino a giocare un ruolo attivo. Eccezion fatta per l’euro e la conseguente convergenza finanziaria da esso prodotto, è bene chiarire che la storia e le idee sviluppatesi nel nostro continente si caratterizzano come un volto in parte relativo e “altro” rispetto a quelle che sono state le progettualità economiche sia negli Stati Uniti, ma anche con le ultime semi-conversioni della Cina al fordismo. L’Europa, almeno quella continentale, si appoggia su una visione sviluppatasi nell’arco dello scorso secolo differente da tutti i casi appena accennati. Che ci piaccia o no per capire l’avvenire -come dovrebbe essere, non come necessariamente sarà- bisogna comprendere il passato, il nostro passato. Non quello degli altri. Ed è necessario prima di tutto fare chiarezza. A livello programmatico, diremmo noi “ideale” negli stessi Trattati europei si parla di politica industriale. Per la verità lo stesso concetto di sussidiarietà si lega benissimo al proposito di partire dal basso, di decentralizzare ciò che è possibile decentralizzare, di favorire le realtà periferiche in modo da combattere le inefficienze e gli sprechi di un centralismo che già nel secolo scorso, ben prima che subentrassero le due Guerre Mondiali che sconvolsero l’Europa e il mondo aveva mostrato i suoi limiti
Non a caso buona parte delle carte costituzionali che si vennero a delineare a partire dal 1945, si pongono come obiettivo una nuova fase, si direbbe un nuovo contratto sociale tra Stato e cittadini che potessero creare quelle prosperità che indiscutibilmente si ebbero nei Trente Glorieuses. A promuovere come fondamento costituzionale l’economia sociale di mercato fu Adenauer,Cancelliere della Repubblica Federale tedesca tra il 1949 e il 1963 nel paese più martoriato, dopo la sconfitta del nazionalsocialismo. Fu un modello vincente che ha per buona parte ancora oggi conservato i suoi effetti in Germania. La ripresa dei diritti sociali avvenne sotto la spinta di una nuova fase per l’Europa, dopo i totalitarismi. Incluse la Francia e l’Italia stessa, attraverso quel documento programmatico di politica economica -il Codice di Camaldoli- che esponenti della Democrazia Cristiana stesero nel 1943, in una delle fasi più difficili per l’Italia durante il secondo conflitto mondiale.
L’attuale agenda economica un po’ per via della moneta unica, ma specialmente a causa della globalizzazione sembrerebbe volgere da un’altra parte. Siamo nell’epoca della vendita di asset che alimenterebbero l’enorme debito pubblico italiano e non sarà certo il caso Pirelli di questi giorni a porre fine a questa non-strategia. Diventa allora importante la riproposizione di una politica industriale matura all’interno di un sistema concorrenziale che possa facilitare un nuovo sviluppo. E lo sviluppo passa da qui, perché bisogna uscire definitivamente dalla più grande crisi economica che ha attraversato l’occidente dal dopoguerra. Altrimenti la morte sarà assicurata e avverrà tramite una lenta, lentissima isteresi la quale non produrrà altro che stagnazione. Ecco il Presidente del Consiglio se vuole potrebbe ripartire da qui: anziché innominati scelti dai segretari di partito, anziché il falso superamento del bicameralismo perfetto, faccia inserire nella Costituzione la politica industriale per una gestione prima di tutto sana ed efficiente dello Stato. E se a chiederlo questa volta non sarà “l’Europa”, noi comunque non ci offenderemo

giovedì 2 aprile 2015

Una risposta finanziaria ad una svolta culturale

«In gran parte del mondo, Stati Uniti in testa, le persone si orientano ogni giorno di più verso consumi alimentari attenti alle produzioni locali di piccola scala, stagionali, organiche. A fronte di questo processo è significativo che la grande industria, che si vede minacciata da un radicale cambio di mentalità, risponda andando esattamente nella direzione opposta».
Il mondo sta cambiando, il modo di approcciare il cibo e gli acquisti alimentari sta cambiando. E’ un dato di fatto incontrovertibile ancorché lento, progressivo e non esplosivo. In gran parte del mondo, Stati Uniti in testa, le persone si orientano ogni giorno di più verso consumi alimentari attenti alle produzioni locali di piccola scala, stagionali, organiche. A fronte di questo processo è significativo che la grande industria, che si vede minacciata da un radicale cambio di mentalità, risponda andando esattamente nella direzione opposta.
Grandi fusioni tra gruppi con fatturati a nove zeri creano a gran velocità pachidermi ansiosi di rispondere in qualche modo alle nuove tendenze che assottigliano margini e utili e creano i primi scricchiolii in Borsa. Ma gli accorpamenti mastodontici sono monodirezionali: l’obiettivo è ristrutturare le dinamiche produttive tagliando i costi e rendendo più efficienti i processi senza operare alcun miglioramento nella qualità del prodotto. La fusione tra Kraft e Heinz non porterà ad avere sugli scaffali dei supermercati salse più buone o con materie prime migliori, piuttosto servirà a risistemare nodi finanziari che sui mercati azionari non rendono quanto previsto dagli azionisti.
In sostanza siamo davanti a una grande operazione di carattere finanziario, che ben poco - o meglio nulla - ha a che fare con il cibo, che pure dovrebbe essere il fulcro dell’attività di entrambe le aziende che si uniscono.
Ma reazioni di questa portata nulla potranno per invertire il trend di un nuovo approccio al consumo di cibo che ormai è avviato e non accenna a fermarsi; al contrario, il pericolo è che a perdere e a rischiare di rimanere schiacciati siano, nel prossimo futuro, le piccole realtà industriali, che pure sanno spesso fare qualità oltre che occupazione.
Ci aspettano tempi interessanti, ma sul fatto che formaggi a latte crudo fatti in piccole quantità e venduti localmente così come conserve realizzate con frutta autoctona o microbirrifici di provincia continueranno a erodere piccole ma diffuse quote di mercato, e che non ci sia modo di invertire la corsa di questo treno non c’è dubbio.
La finanziarizzazione e la fusione di grandi gruppi è una risposta di corto respiro, buona per chiudere in positivo ancora qualche bilancio ma di certo incapace in alcun modo cambiare quello che innanzitutto è un processo di coscientizzazione e consapevolizzazione, in definitiva un lento cambiamento culturale dei consumatori, sempre più cittadini, sempre più coproduttori.