Il filosofo e sociologo Jean Baudrillard, in alcune delle sue opere
più importanti, ha puntato il suo sguardo iconoclasta sul funzionamento
simbolico del mondo occidentale. In particolare, si è messo a osservare
il miracolo dell’acquisto, davanti al quale si prosternano i
consumatori. Il credito, che sembra avere un’assonanza con il magico, ha
sconvolto la percezione e la gestione del nostro tempo. Prima della sua
comparsa, l’acquisto era preceduto dal risparmio, per cui doveva
trascorrere un periodo di faticoso lavoro, spesso lungo e doloroso,
prima che fosse possibile disporre dei mezzi finanziari atti a
soddisfare i bisogni seri, per esempio l’acquisto dei mobili. Bisognava
produrre prima di consumare! Con la monetizzazione delle economie e lo
sviluppo del credito, la logica si è invece ribaltata e l’immediatezza è
stata innalzata a nuovo imperativo sociale: «Non si deve più rimandare
il piacere!».
I nuovi oggetti hanno imposto il proprio ritmo agli
esseri umani, mentre prima era l’uomo che imponeva il proprio agli
oggetti. «Per secoli – ha scritto Baudrillard [«Il sistema degli
oggetti», Bompiani, 2003] – si sono succedute generazioni in un ambiente
stabile di oggetti, mentre oggi sono le generazioni di oggetti che si
succedono a un ritmo accelerato in una stessa esistenza individuale». E
conclude così: «Il sistema del credito porta al colmo l’irresponsabilità
dell’uomo nei confronti di se stesso: chi acquista aliena chi paga,
anche se si tratta della stessa persona; ma attraverso il suo scarto di
tempo il sistema fa sì che non se ne prenda coscienza».
D’altronde, il credito si era già conquistato altri territori, fino a
quel momento protetti dalle tradizioni. Una feroce «selezione
artificiale» è infatti avvenuta tra gli agricoltori e gli allevatori: i
più forti, i più atti a sopravvivere, vittime consenzienti di un
nascente produttivismo, si sono lanciati verso un illusorio
arricchimento abbondantemente alimentato dai debiti, mentre sono
scomparsi i più deboli, ancora legati a pratiche ancestrali. Le banche
commerciali invece detenevano da tempo il potere esorbitante di creare
denaro ex nihilo. «Sono i crediti a fare i depositi» affermavano
orgogliosamente i banchieri, Valutando insufficienti, per far funzionare
la macchina dei consumi, le risorse messe a disposizione dal risparmio,
avevano infatti ribaltato a proprio vantaggio la relazione iniziale,
nella quale erano i depositi che alimentavano i crediti. La quantità di
denaro circolante, determinante per le fluttuazioni dell’attività
economica e l’andamento dei prezzi, dipendeva da decisioni private prese
al di fuori di ogni dibattito democratico. «Tout pour le peuple, rien
par le peuple!» [tutto per il popolo, niente dal popolo] aveva
denunciato Bernard Charbonneau, pensatore e filosofo, precursore
dell’ecologia politica [Daniel Cérézuell, «Écologie et liberté. Bernard
Charbonneau, précurseur de l’écologie politique», Parangon, 2006]. La
moltiplicazione degli scambi commerciali su scala planetaria, che
annunciava la globalizzazione, non era dunque intralciata da alcuna
scarsità di denaro. La macchina capitalista si stava dotando di un nuovo
strumento, un motore potente per la sua irresistibile espansione. La
crescita veniva così stimolata grazie a una proliferazione di debiti
riconosciuti e sottoscritti da popoli le cui capacità di resistenza
erano ormai anestetizzate, ma le cui risorse non dovevano sfuggire alla
megamacchina. La spirale infinita della compulsione e del miracolo
dell’acquisto perseverava nella sua instancabile opera di trasformazione
del denaro in feticcio.
La moneta, in origine strumento di
intermediazione negli scambi e unità di conto, era fin lì servita a
facilitare le relazioni commerciali tra gli uomini. Questa funzione
primaria era ora messa seriamente in discussione dall’ampliamento delle
disparità sociali. Il sistema finanziario autorizzava infatti i più
audaci e i meno scrupolosi a fare soldi con i soldi. Se in certe aree
del mondo c’erano esseri umani che vivevano con uno o due dollari al
giorno, in altre c’era chi accumulava notevoli ricchezze,
abbondantemente irrorate con stock options o fornite di paracaduti
dorati. Ricchezze riciclate esclusivamente in bolle speculative che
scoppiavano al minimo inciampo della congiuntura, provocando crisi
spaventose del sistema e spingendo l’economia mondiale sull’orlo
dell’abisso.
La rinuncia al controllo dei movimenti di capitale,
favorito dalla regola ultraliberale delle tre D [deregulation,
disintermediation, decompartmentalization], ci costringeva ad ammettere
che non poteva esistere capitalismo senza crisi finanziaria. Il baco
della delinquenza finanziaria era penetrato nella mela capitalista e la
rodeva inesorabilmente fino a farla marcire. Gli scandali finanziari a
ripetizione [Enron, Parmalat e più di recente Bernard Madoff…], la
compravendita di società [LBO, sistema di leverage buy-out],
trasformavano le imprese in puri strumenti finanziari atti al rapido
arricchimento dei loro proprietari.
Davanti alla sterminata
potenza della finanzia internazionale, le «risorse umane» [gli esseri
umani trasformati in strumenti di lavoro] erano ridotte alla voce
semplice e volgare di costo di produzione. Veri imprenditori si
trasformavano in delinquenti dal colletto bianco, insolenti macchine per
calcolare i profitti distribuiti agli azionisti. Qualcuno si è allora
ricordato delle parole di John Maynard Keynes a proposito del denaro:
«L’amore per i soldi come mezzo per procurarsi i piaceri e i beni della
vita sarà riconosciuto per quello che è: uno stato morboso piuttosto
ripugnante, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà
patologiche per curare le quali ci si affida, rabbrividendo, agli
specialisti di malattie mentali» [«Trattato sulla moneta», Feltrinelli,
1971]. Keynes, uno dei rarissimi economisti che aveva letto Freud, aveva
capito bene quali segnali mortiferi dell’inconscio si celassero dietro
all’attaccamento per il denaro.
1967: la petroliera Torrey Canyon
naufraga al largo della Cornovaglia. Diversi milioni di tonnellate di
petrolio viscoso ricoprono le coste inglesi e quelle della Bretagna. La
marea nera provoca uno shock e risveglia una nuova coscienza ecologica,
che sarà rafforzata dal progetto di ampliare un campo militare nella
piana di Larzac nel 1974 e dall’inquinamento alla diossina di Seveso nel
1976. In questo contesto, il potere politico francese presenta
l’energia nucleare come il rimedio alla crisi energetica. I francesi non
hanno petrolio, ma qualche idea se la sono fatta! Il nucleare fa paura e
preoccupa la parola «centrale», alla quale è sempre più spesso
accoppiato. Tuttavia, la tecnocrazia impone la propria decisione senza
alcuna consultazione democratica.
Sulla scena fa così la sua
comparsa un’ecologia politica sovversiva. Nonostante la loro prossimità
semantica, ecologia ed economia si scontrano vigorosamente e, malgrado
la sconfitta del Maggio ‘68, il capitalismo non è forse così
invulnerabile come sembra. I sociologi analizzano scrupolosamente la
nuova contestazione di stampo antiproduttivista, che è ben distante,
come la sua cugina femminista, dalla contraddizione tra capitale e
lavoro; e parlano con entusiasmo di quei «nuovi movimenti sociali»,
alternativi, creativi, il cui modello culturale volta le spalle al
vecchio mondo. A metà degli anni Settanta, però, si apre una parentesi:
si ripresenta la crisi economica e la curva della disoccupazione si
impenna. Il sogno deve cedere il passo al realismo, al pragmatismo. Con
una fuga in avanti in un mondo finanziario sempre più virtuale dopo
l’abbandono dell’ultimo rapporto tra dollaro e oro nel 1971, il sistema
riesce a prolungare l’illusione statistica della crescita. In questo
periodo, l’ideologia neoliberale traccia inesorabilmente il proprio
solco: meno Stato, più concorrenza, meno regole, più libertà selvaggia,
meno tutele e protezionismo, più scambi.
Trionfa la
globalizzazione, mostrando ben presto il proprio volto autentico:
maggiore sfruttamento dell’uomo e della natura, finanziarizzazione
dell’economia, deregulation, delocalizzazioni, esclusioni,
deterioramento dei legami sociali, uniformazione culturale,
occidentalizzazione del mondo, degrado del clima e del suolo,
deforestazione, desertificazione… La crisi sociale e quella ambientale
ci colpiscono come un boomerang alla fine del ventesimo secolo. Il tempo
che ci resta è ormai contato e l’umanità si trova davanti a un muro. Il
motore dell’economia si è imballato: siamo andati troppo in fretta e
troppo avanti. Il fiume dell’economia è tracimato dagli argini e
minaccia di travolgere ogni cosa. Una decelerazione è più che
auspicabile: è indispensabile per la sopravvivenza. Dobbiamo rallentare,
modificare il nostro rapporto con il tempo, cambiare ritmo. È suonata
l’ora della decrescita!