domenica 8 febbraio 2015

Isis, il Pentagono pensa di inviare truppe di terra

Contravvenendo alla dottrina “no boots on the ground” (nessun soldato sul terreno) finora propugnata da Barack Obama, i vertici del Pentagono stanno raccogliendo tutte le informazioni possibili sulle difese di Isis a Mosul. Questo per decidere se raccomandare al presidente l’invio di un contingente al fianco dell’esercito iracheno per riconquistare la seconda citta’ del Paese, la prima che i jihadisti conquistarono a giugno. Lo riferisce la Cnn, citando fonti del Centcom (il comando centrale Usa che cordina le azioni contro Isis in Iraq e Siria) secondo il quale la tempistica vedrebbe l’inizio dell’assalto ad aprile.
Intanto sono 26 in tutto i nuovi attacchi aerei sferrati dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro le postazioni dello Stato Islamico tra Siria e Iraq nelle ultime 24 ore: lo ha reso noto il comando congiunto alleato di Washington, secondo cui quindici sono stati i raid in territorio iracheno, concentrati su Mosul, Kirkuk, Tal Afar, Qaim e Makhmour, mentre undici quelli sul nord siriano, e in particolare nove nei dintorni di Kobane, al confine con la Turchia.
isis-usa
soldati USA tra i jihadisti

Qualla di oggi e’ stata la terza giornata di raid aerei giordani contro obiettivi dello Stato islamico, in rappresaglia per l’esecuzione del pilota Muad Kasasbeh, arso vivo dai miliziani sunniti. La tv di Stato di Amman ha riferito che i caccia hanno colpito “basi del gruppo terroristico”, alcune delle quali nella citta’ siriana di Raqqa, roccaforte degli jihadisti.
Lo Stato islamico aveva annunciato ieri che in uno dei raid giordani a Raqqa era stato colpito l’edificio in cui era tenuta prigioniera la cooperante americana, Kayla Mueller, che sarebbe rimasta uccisa. La notizia non ha tuttavia trovato conferme e i miliziani non hanno fornito prove della morte dell’ostaggio.
Intanto gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso d’inviare in Giordania un intero gruppo di volo costituito da un numero imprecisato di caccia-bombardieri F-16, che vi rimarranno di stanza per “assistere il Paese fratello” e contribuire cosi’ agli attacchi aerei di Amman contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria e in Iraq: lo ha annunciato il principe Mohammed bin Zayed al-Nahayan, erede al trono di Abu Dhabi e numero due dello stato maggiore interforze federale, citato dall’agenzia di stampa ufficiale ‘Wam’.

venerdì 6 febbraio 2015

La Bce strozza il popolo greco

Bce dura con la Grecia, chiude i rubinetti del credito e si rimangia di fatto la decisione sul QE. C’è chi dice che l’Eurotower sta in realtà applicando le sue regole. In realtà a diversi commentatori l’azione di Draghi, che ieri, per parlare tecnicamente, “ha deciso di rimuovere la deroga sugli strumenti di debito quotati emessi o garantiti dalla Repubblica ellenica”, appare come un ritorno alla lettura monetarista della crisi. Senza la possibilità, quindi, di affrontare l’eccezionalità della situazione, ovvero crisi, mancata crescita e impossibilità a restituire il debito.
Con il nuovo esecutivo greco deciso a non rinnovare i suoi impegni con la troika e a portare avanti una ristrutturazione del debito, la Bce si muove con durezza estrema e, in una sorta di deja vu della crisi cipriota dove aveva egualmente stretto i rubinetti alle banche, invia un segnale preciso ad Atene: uno stop alle riforme e ai progressi fatti sul risanamento di bilancio sarà costosissimo a cominciare dal circuito creditizio e dei capitali. L'agenzia Bloomberg scrive che, se non rinnoverà il suo programma per una nuova linea di credito, la Grecia rischia di non poter far fronte ai suoi pagamenti il 25 marzo: sarebbe l'quivalente di un default. Questo vuol dire mettere fretta a Tsipras e Varoufakis e annullare di fatto la trattativa.
Carlo Bastasin sul Sole 24 ore di oggi se da una parte dice che Draghi è stato obbligato a prendere la decisione sui titoli greci per la pressione politica di tutti gli altri governi dall’altra mette in evidenza che sarebbe molto pericoloso tirare troppo la corda. Sempre sul Sole, secondo Donato Masciandaro, la Bce è come la tela di Penelope. “Cosa faceva Penelope? Tesseva la tela di giorno e la disfaceva di notte. Lo stesso rischia di fare la Banca centrale europea con la liquidità: la politica monetaria prova ad aggiustare il meccanismo che lega il credito alla crescita, la politica di vigilanza rischia di distruggerlo”. In altre parole la politica quantitativa di espansione monetaria (Qe) può essere vanificata da una cattiva politica di vigilanza.
L’istituto di emissione presta denaro alle banche dell’area euro solo in base a regole precise: in cambio di quei finanziamenti queste ultime devono portare in garanzia a Francoforte delle obbligazioni (di solito titoli di Stato) di qualità, almeno accettabile. Se i titoli sono però classificati come “spazzatura” perché sono emessi da governi in insolvenza o vicini ad essa, la Bce può accettarli solo a condizioni molto precise. In pratica sembra che il governo sia ora costretto in una sorta di imbuto. Avrà liquidità solo se accetta la troika, cosa che il governo greco non vuole fare. La situazione è dunque appesa ad un filo e il tempo che ci si dà per le decisioni finali è di una settimana. La deadline è fissata per mercoledì prossimo. Sempre secondo Fubini, il messaggio politico di Draghi è stato esplicito: la Grecia è un caso a sé e non può essere considerata come “un apripista di un confronto europeo fra Roma, Parigi o Berlino”.
Le quattro principali banche greche, di fronte alla fuga dai depositi innescata nelle settimane pre-elettorali, sono già appese alla liquidità d'emergenza fornita da Francoforte tramite l'ELA (emergency liquidity assistance), un meccanismo che va approvato a maggioranza di due terzi e rinnovato di volta in volta ogni due settimane. Il suo uso avrebbe gi… superato i 40 miliardi di euro e proprio oggi, fra i temi in discussione alla Bce, figurava la richiesta di National Bank di aumentare di ulteriori 10 miliardi l'utilizzo della facility d'emergenza. L'ELA, erogata dalla banca nazionale greca, va poi ratificata dai governatori di Francoforte. Proprio oggi Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, metteva in dubbio sull'opportunità di continuare a sostenere le banche greche.
"La mossa della Bce di togliere liquidità al sistema bancario greco -commenta il segretario del Prc Paolo Ferrero - non è null'altro che un criminale ricatto nei confronti del governo e del popolo greco". "La Bce vuole proseguire le politiche di austerity volute dal governo tedesco - continua Ferrero - e, con la sua mossa, spalanca le porte agli speculatori, che utilizza come killer nei confronti del governo greco. La Bce, con la logica di punirne uno per educarne cento, si comporta in modo criminale e fa esattamente il contrario di cosa deve fare una Banca Centrale, fa il contrario di quanto hanno fatto le banche centrali di tutto il mondo a partire dalla Federal Reserve degli Stati Uniti". "Ma non ce la faranno perché i popoli europei non ne vogliono più sapere dell'austerità - conclude il segretario del Prc -. Contro la Bce stiamo preparando come Partito della Sinistra Europea una manifestazione europea, così come stiamo preparando una iniziativa immediata di mobilitazione nei confronti della Banca d'Italia che della Bce è azionista".

giovedì 5 febbraio 2015

Cancellare il debito? No: trasformarlo in debito sovrano

In regime di sovranità finanziaria, il debito pubblico non è che un “anticipo” che lo Stato versa ai cittadini, in termini di beni, servizi e infrastrutture, potendo ricorrere alla libera emissione di moneta: in questo caso il debito è ricchezza netta per famiglie e aziende, interamente garantita dal “prestatore di ultima istanza”, dotato di capacità di finanziamento teoricamente illimitate, anche se armonizzate con la capacità produttiva (Pil) e con la bilancia commerciale (import-export). Se invece il debito pubblico non è denominato in moneta di proprietà dello Stato, allora si trasforma in un incubo, esattamente come per i soggetti privati, famiglie e aziende. E’ esattamente la condizione dei paesi dell’Eurozona, che non dispongono più di denaro proprio: devono mettere all’asta titoli di Stato presso il sistema bancario, unico destinatario del denaro virtuale della Bce. Il “quantitative easing” non risolve nessun problema strutturale: se il debito europeo continuerà ad essere denominato in valuta estranea ai singoli Stati resterà in ogni caso fuori controllo, esponendo gli Stati stessi al ricatto perpetuo della speculazione finanziaria.
«Mettiamola in questi termini», riassume Marcello Foa: oggi la Bce «stampa più moneta per permettere alle banche centrali nazionali di comprare titoli di Stato, ovvero debito pubblico, con lo scopo dichiarato di rilanciare l’economia (crescita del Pil) e Eurolo scopo effettivo immediato di sgravare i bilanci delle banche private». Se il “quantitative easing” può essere considerata «un’aberrazione, in quanto viola le leggi di mercato basate sulla domanda e sull’offerta», lascia però intatta «la vera catena che imprigiona le asfittiche economie occidentali: quella del debito», scrive Foa nel suo blog sul “Giornale”, equiparando quindi paesi occidentali con debito sovrano – Usa e Gran Bretagna – a paesi con debito non più sovrano, cioè i membri dell’Eurozona. In realtà, spiega un economista come Nino Galloni, il debito pubblico italiano è diventato «una catena» soltanto a partire dal 1981, con la separazione fra Tesoro e Banca d’Italia: fino ad allora, infatti, il debito pubblico era stato ciò che dovrebbe essere, e che è tuttora nei paesi sovrani: la più importante leva strategica di sviluppo, attraverso la quale un paese produce investimenti (a deficit) destinati a far crescere l’economia in modo diffuso.
«Se la Ue e la Bce volessero davvero rilanciare l’economia – aggiunge Foa nel suo post – dovrebbero avere il coraggio di andare fino in fondo, ovvero non di stampare moneta per comprare debito ma di stampare moneta per cancellare il debito, accompagnando questo passo da misure altrettanto rivoluzionarie e benefiche come la simultanea riduzione delle imposte sia sulle imprese che sulle persone fisiche e magari varando investimenti infrastrutturali». Qui, ancora, Foa non spiega di che debito parla: se il debito è sovrano non può costituire un problema, come dimostra il debito del Giappone al 250% del Pil. Sarebbero certo “rivoluzionario” cancellare il debito non-sovrano, quello cioè accumulato da quando in paesi dell’Eurozona hanno cessato di indebitarsi in proprio, cioè “anticipando” denaro alle rispettive comunità nazionali, e preferendo acquistare denaro – ad alti tassi di interesse – presso il mercato finanziario privato internazionale. Quindi il problema non è il debito in sé, ma la fonte del debito: se lo Stato si è indebitato coi suoi cittadini (ha speso denaro per loro, in anticipo) il problema non esiste. Se invece i soldi li ha acquistati sui “mercati”, gli interessi sono da ripagare. Se poi lo Stato non ha più la possibilità di intervenire con emissione di valuta propria, allora il collasso è garantito. Di qui la stretta fiscale, per spremere denaro ai cittadini anziché anticiparglielo come avveniva un tempo.
«Oggi – riconosce Foa – l’Italia è già in avanzo primario, ovvero lo Stato spende meno di quanto incassa, ma il debito pubblico continua a salire perché la spesa pubblica è gravata dagli interessi sul debito». Interessi, appunto, contratti coi mercati finanziari internazionali: quelli verso cui, grazie a Ciampi e Andreatta, l’Italia si orientò improvvisamente nel 1981, disponendo che la banca centrale cessasse di finanziare il governo a costo zero, come aveva sempre fatto. Da allora, il debito pubblico è diventato un dramma, aggravato negli ultimi anni dalla catastrofe dell’euro, su cui la nazione non ha alcuna possibilità di governo. «L’Italia – conclude Foa – è in una spirale da cui difficilmente uscirà, per quanti sforzi faccia. Ma questo né la Ue, né la Bce, né il Fmi lo ammetteranno mai; anzi, continuano ad alimentare la retorica delle riforme, ovviamente Foastrutturali». Foa sogna un “giubileo del debito”, col taglio lineare di un terzo dell’attuale euro-debito di ogni paese e simultanea riduzione delle imposte per un periodo di almeno 5 anni.
«Basterebbe una semplice operazione contabile creando denaro dal nulla (ovvero con un semplice click, come peraltro si apprestano già a fare), per togliere definitivamente dal mercato una parte del debito pubblico», scrive Foa, secondo cui il risultato sarebbe «un boom economico paragonabile agli effetti di un nuovo Piano Marshall». Starebbero meglio tutti, dice Foa: «I consumatori che si troverebbero con più liquidità in tasca, le aziende che sarebbero fortemente incentivate a investire nella zona Ue, lo Stato che troverebbe le risorse sia per le grandi opere che per altre riforme. Le stesse banche private che non sarebbero più costrette a comprare titoli di Stato pubblici e vedrebbero diminuire drasticamente le sofferenze bancarie nel giro di pochi mesi proprio grazie alla ripresa dell’economia reale». La macchina, insomma, si rimetterebbe in moto. «A “rimetterci” sarebbero solo la Bce, la Commissione Europea e analoghe istituzioni transnazionali, il cui potere implicito di condizionamento si ridurrebbe drasticamente».
Questo è appunto il motivo per cui tutto ciò non avverrà, secondo l’analisi degli economisti non liberisti: perché quel “potere di condizionamento” è esattamente la ragione sociale dell’euro, piano strategico concepito per togliere allo Stato la facoltà sovrana di spesa pubblica, cioè di produrre debito pubblico strategico (deficit positivo) senza il quale, dall’avvento della moneta moderna, nessun paese al mondo può garantire benessere diffuso. La demonizzazione del debito è tipica del neoliberismo, che vuole spogliare lo Stato della sua sovranità e ridurlo in bolletta, come una qualsiasi azienda o famiglia, dipendente dal sistema finanziario privato. Il liberismo teme lo Stato, in quanto ingombrante concorrente economico: il debito pubblico “deve” quindi diventare un problema, in modo che lo Stato ceda i suoi asset strategici e si rassegni alla loro privatizzazione. La via d’uscita non è dunque la cancellazione del debito – gli investimenti di cui parla Foa si possono realizzare solo mediante deficit – ma l’eliminazione del debito non sovrano. Missione impossibile, se si resta nel lager monetario chiamato euro, appositamente progettato dall’élite finanziaria perché gli Stati permanessero all’infinito sotto il ricatto di un debito divenuto insostenibile, in quanto non garantibile con valuta propria.

mercoledì 4 febbraio 2015

Il crollo del settore energetico americano: fallimenti e licenziamenti di massa

La prima grande vittima della guerra dei prezzi del petrolio decisa dall'Arabia Saudita è l'industria americana dello shale
Il crollo del prezzo del petrolio degli ultimi sei mesi si sta traducendo in fallimenti e licenziamenti in America. Improvvisamente, proprio l'industria dello shale oil&gas che aveva contribuito a sostenere la ripresa economica degli Stati Uniti è divenunta economicamente insostenibile.
I tagli non si sono ancora riflessi in ampi dati sull'occupazione o la vendita di case ma la ricaduta sta cominciando a colpire le persone, a partire dalla manodopera dell'industria energetica.
E la situazione non sembra destinata a migliorare

Come scrive il WSJ, "I problemi sono iniziati quando il prezzo del greggio ha cominciato a scendere la scorsa estate, da oltre 100 dollari al barile a meno dei 50 di oggi. Ma solo ora gli effetti a lungo temuti stanno iniziando a propagarsi attraverso il complesso ecosistema dell'energia, interessando i dirigenti di Houston, i proprietari terrieri della California e i produttori dell'Oklahoma.
La Chevron non è la sola a essere costretta a licenziamenti di massa ...
Le società che hanno alimentato il boom dello shale sono, nella maggior parte dei casi, di piccole e medie dimensioni.
"Eric Herschap è l'amministratore della Exclusive Energy Services LLC, una società privata di Orange Grove, Texas, che offre servizi, incluso noleggio attrezzatura, alle società di esplorazione.
I clienti chiedono riduzioni di prezzo del 15% al 25%, e Exclusive offre ulteriori sconti oltre, spiega Herschap.
Così l'azienda ha licenziato 10 dei suoi 45 dipendenti e sta tagliando i bonus per chi resta.
Laredo, la società che ha chiuso il suo ufficio di Dallas, ha detto che stava licenziando 75 dipendenti, circa il 20% della forza lavoro presso la società, che ha un valore di borsa di circa 1,3 miliardi di dollari.
"Anche se è un passo necessario a causa del notevole calo dei prezzi delle materie prime e la conseguente riduzione delle attività di perforazione della società, non prendiamo tali azioni alla leggera".

martedì 3 febbraio 2015

L’avvicinamento tra Grecia e Russia allarma l’Europa

Il presidente del Parlamento Europeo, Martin Shultz, ha espresso la sua preoccupazione per la pretesa del nuovo Governo della Grecia di cooperare con la Russia. Secondo il politico, l’avvicinamento del paese ellenico con la Russia è una misura di politica interna attraverso la quale Tsipras vuole mostrare ai votanti che una nuova compagine si trova al potere.
Il Presidente del Parlamento Europeo ha affermato che la Grecia esige la solidarietà dei soci europei ma poi nega la sua solidarietà verso quelli (i soci europei) nella sua politica estera. ” Niente di buono può derivare da questo”, ha detti riferendosi alla impostazione della Grecia rispetto alle sanzioni anti russe, in una intervista al periodico tedesco “Welt am Sonntag”.
Secondo Shultz, l’avvicinamento tra la Grecia e la Russia è prima di tutto in una misura di politica interna per cui il nuovo primo ministro della Grecia, Alexis Tsipras, vuole dimostrare ai votanti che “nuove persone sono arrivate al potere”. Shultz ha anche manifestato il suo disappunto per la retorica antitedesca di Tsipras, consigliandolo di frenare gli attacchi verso la cancelliera Angela Merkel.
La cosa sicura è che il nuovo governo greco sta disfando il percorso tracciato dal suo predecessore ad una velocità impressionante: cancella gli accordi di privatizzazione impostati da Samaràs, introduce aiuti alle persone emarginate (un importante percentuale della popolazione dopo otto anni di crisi) ed adesso rifiuta il successivo tramo di aiuti da parte della Troika: non soltanto questo ma anche assicura che non andrà a dialogare con questo comitato “creato con principi marci”.
Il governo di Syriza approverà nei prossimi giorni l’incremento del salario minimo, regalerà l’elettricità a 300.000 famiglie indigenti e prevede di riassumere i funzionari statali licenziati. La grande domanda è: dove troverà la Grecia le entrate per pagare tutto questo tenendo in conto inoltre che respinge l’unico creditore che può finanziarlo a tassi ragionevoli ?
La crisi tra la Grecia e la UE non ha fatto niente di più che iniziare a delinearsi. Tsipras in pochi giorni approverà delle riforme estremamente popolari che però non trovano il beneplacito della UE nè si delinea una fonte chiara di finanziamento: i buoni pasto, l’elettricità gratuita e la riapertura della televisione di stato…….Inoltre il blocco dei licenziamenti di molti funzionari pubblici.
Nello stesso tempo si vanno a frenare molte delle privatizzazioni che aveva iniziato il precedente governo e che andavamo a far entrare nelle casse dello Stato una pioggia di milioni. Iniziando dalla vendita del 67% delle azioni dell’autorità portuale del Pireo all’impresa cinese COSCO.
Vi erano anche altre imprese in fila per ottenere la privatizzazione: il porto di Salonicco, il secondo del paese; l’impresa di trasporti ferroroviari le Lotterie di Stato (OPAP), una dell poche imprese statali in attivo. Di sicuro niente di quello che adesso sta attuando Syriza era fuori del suo programma ed il mandato ricevuto dal popolo greco era stato chiaro. Tuttavia rispetto ai mercati la situazione della Grecia proprio adesso si trova in una grande incertezza (calo della borsa di Atene ed aumento dello spread). Ci si domanda chi andrà a prestare alla Grecia il denaro di cui ha bisogno.
Syriza vuole far staccare la Grecia dalla NATO, con la chiusura di tutte le basi militari straniere
Le riforme proposte da Syriza con cui hanno vinto le elezioni sono tanto radicali e possono cambiare la situazione non soltanto nel paese ma anche in tutta la UE. Tra quelle il punto n. 40 del suo programma elettorale: la chiusura di tutte le basi militari straniere in Grecia e l’uscita dalla NATO.
Il programma economico di Syriza si propone di ridurre le spese militari, nazionalizzare le banche, aumentare le tasse alle grandi imprese al di sopra della media europea e una imposta sulla rendita per tutte le entrate che superino i 500.000 euro da fissare al 75%. Inoltre il programma si occupa della lotta contro il segreto bancario e la fuga dei capitali all’estero, così come l’abolizione dei privilegi finanziari per la Chiesa e per l’Industria della costruzione navale.
Si prevede anche la nazionalizzazione delle antiche imprese che erano di proprietà statale nel settore dei servizi come il trasporto e i servizi pubblici, che sono d’importanza strategica per lo sviluppo del paese. Nell’area di politica sociale hanno intenzione di rendere gratuite le visite mediche, nazionalizzare tutti gli ospedali privati e proibire la pratica medica privata. Inoltre è previsto di introdurre le colazioni gratis e pasti gratuiti per i bambini nelle scuole pubbliche.
In politica estera il rifiuto della cooperazione militare con Israele e la disponibilità ad appoggiare la creazione di uno Stato palestinese all’interno delle frontiere del 1967. Inoltre Siriza ha inenzione di stabilire negoziati sulla cooperazione a lungo termine con la Turchia, Nel programma di Syriza tutti i soldati greci che si trovano in Afghanistan e nei Balcani saranno rimandati a casa.
Tutti i contratti e gli accordi con la UE saranno sottoposti a referendum, gli stessi cittadini potranno decidere il destino dei diversi aspetti delle relazioni con l’Unione Europea. Previsto di cancellare tutti i privilegi dei deputati così come la protezione legale dei ministri.
Il Fronte Nazionale di Marine Le Pen si unisce alla Grecia contro la Troika
Il Front National della Marine Le Pen appoggia in pieno la rivolta di Syriza e del Governo greco contro la Troika e la UE, ritenendo giustificate le loro esigenze. Marine Le Pen stima di essere stata la prima nel denunciare le pretese della Troika, il negoziatore a nome della UE, formato da rappresentanti della Commissione Europea, la BCE ed il Fondo Monetario Internazionale. Nel corso della recente campagna elettorale che ha dato il trionfo a Syriza, Marine Le Pen ha appoggiato in numerose occasioni la campagna di Alexis Tsipras, dopo la formazione del nuovo governo greco, con l’appoggio di un partito nazionalista, l’FN appoggia “la rivolta del popolo greco contro la politica di austerità europea”.
Marine Le Pen, France's National Front leader, speaks during a news conference the day after the first round of local elections at the party headquarters in Nanterre
Questa rivolta popolare è stato uno dei grandi temi della campagna elettorale dei nazionalisti francesi nel corso della primavera e dell’estate del 2014. Questa stessa rivolta popolare torna ad essere il tema della campagna di Marine le Pen, per le elezioni dipartimentali del prossimo mese di Marzo, per le elezioni regionali del prossimo inverno e per le presidenziali del 2017. Secondo gli ultimi sondaggi la presidente del FN sarebbe oggi la candidata più votata nel primo turno delle presidenziali francesi, superando nel primo turno elettorale Francois Hollande, Manuel Valls e Nicolas Sarkozy.
Il tema europeo, il tema della “rivolta popolare” contro l’austerità europea si è trasformato per la Marine Le Pen in una delle sue proposte principali che sembra incontrare il maggiore successo. Anche la sinistra socialista ed i gruppuscoli della estrema sinistra in Francia sostengono in modo analogo la stessa “rivolta popolare” contro l’austerità.
Sembra quindi che questa tematica della opposizione alle misure neoliberiste varate dalla Commissione Europea e della necessità per gli Stati, tanto per la Grecia come per la Francia, di riappropriarsi della propria sovranità nazionale, sia un argomento comune che ha di fatto superato i vecchi schemi logori della divisione tra sinistra e destra in Europa, considerando che le stesse tematiche, con varie sfumature,sono presenti anche nel movimento “Podemos” in Spagna (in forte ascesa) ed in altri movimenti negli altri paesi europei.
Tuttavia nessuno ha avuto tanto successo come la Marine Le Pen su questo terreno trasformando questo slogan in un manifesto patriottico. Da lì il suo appoggio deciso alla rivolta di Syriza ed al governo greco contro la Troika.

lunedì 2 febbraio 2015

RENZI E LA RIPRESA MANCATA

Soltanto un paio di giorni fa Matteo Renzi annunciava “segnali di ripresa timidi ma interessanti, dai macchinari fino a previsioni Pil. Avanti con riforme, ridiamo fiducia a italiani”.
In primo luogo, richiamare le previsioni del Pil, quando queste sono state sempre sbagliate dal 2011, è una truffa intellettuale bella e buona.
In secondo luogo, il presunto rilancio dell’occupazione è stato dimostrato attribuibile soltanto agli “scoraggiati” che non studiano e non cercano più lavoro, mentre le retribuzioni toccano il minimo storico.
Infine, vox populi, vox dei: gli Italiani si sono fin troppo chiaramente espressi, nell’ultimo Rapporto Italia di Eurispes, in materia di percezione della fantomatica “ripresa” in corso, chiedendo a gran voce l’uscita dall’Euro.
Da un anno e mezzo documentiamo, a cadenza mensile, la relazione tra consumi elettrici e Pil, scoprendo che il semplice indicatore elettrico è quanto mai affidabile per stimare non solo le tendenze correnti dell’economia reale ma anche quelli immediatamente successivi, nonché per confrontare le tendenze delle diverse economie nazionali.
Con i dati di gennaio 2015 a disposizione, rinnoviamo l’analisi, esposta questa volta in modo un po’ diverso: nel grafico a fianco sono mostrate le serie delle variazioni dei consumi e del prezzo industriale dell’elettricità, formato sul mercato elettrico, in ciascun mese a partire da gennaio 2012, riferite in percentuale allo stesso mese dell’anno precedente.
È immediatamente evidente che non solo i consumi elettrici (serie in basso) sono diminuiti ogni mese, anno dopo anno, dal 2012 in avanti, ma che anche l’ultimo dato di gennaio 2015 è negativo, sia pur leggermente. Nessuna ripresa, quindi.
Di più, dalla seconda metà del 2012 i prezzi industriali dell’elettricità sono costantemente diminuiti, in una spirale deflazionistica che è proseguita ininterrottamente fino al mese appena trascorso, in cui il prezzo medio dell’elettricità è risultato del 14% inferiore rispetto al gennaio 2014. Il fatto che a fronte di prezzi decrescenti il consumo elettrico non solo non aumenti ma continui a diminuire restituisce un quadro sconsolante di un’economia reale strangolata nella spirale deflazionistica, insensibile alle patetiche dichiarazioni del presidente del consiglio.

domenica 1 febbraio 2015

Hanno svenduto tutto, anche il tempo

Il filosofo e sociologo Jean Baudrillard, in alcune delle sue opere più importanti, ha puntato il suo sguardo iconoclasta sul funzionamento simbolico del mondo occidentale. In particolare, si è messo a osservare il miracolo dell’acquisto, davanti al quale si prosternano i consumatori. Il credito, che sembra avere un’assonanza con il magico, ha sconvolto la percezione e la gestione del nostro tempo. Prima della sua comparsa, l’acquisto era preceduto dal risparmio, per cui doveva trascorrere un periodo di faticoso lavoro, spesso lungo e doloroso, prima che fosse possibile disporre dei mezzi finanziari atti a soddisfare i bisogni seri, per esempio l’acquisto dei mobili. Bisognava produrre prima di consumare! Con la monetizzazione delle economie e lo sviluppo del credito, la logica si è invece ribaltata e l’immediatezza è stata innalzata a nuovo imperativo sociale: «Non si deve più rimandare il piacere!».
I nuovi oggetti hanno imposto il proprio ritmo agli esseri umani, mentre prima era l’uomo che imponeva il proprio agli oggetti. «Per secoli – ha scritto Baudrillard [«Il sistema degli oggetti», Bompiani, 2003] – si sono succedute generazioni in un ambiente stabile di oggetti, mentre oggi sono le generazioni di oggetti che si succedono a un ritmo accelerato in una stessa esistenza individuale». E conclude così: «Il sistema del credito porta al colmo l’irresponsabilità dell’uomo nei confronti di se stesso: chi acquista aliena chi paga, anche se si tratta della stessa persona; ma attraverso il suo scarto di tempo il sistema fa sì che non se ne prenda coscienza».
D’altronde, il credito si era già conquistato altri territori, fino a quel momento protetti dalle tradizioni. Una feroce «selezione artificiale» è infatti avvenuta tra gli agricoltori e gli allevatori: i più forti, i più atti a sopravvivere, vittime consenzienti di un nascente produttivismo, si sono lanciati verso un illusorio arricchimento abbondantemente alimentato dai debiti, mentre sono scomparsi i più deboli, ancora legati a pratiche ancestrali. Le banche commerciali invece detenevano da tempo il potere esorbitante di creare denaro ex nihilo. «Sono i crediti a fare i depositi» affermavano orgogliosamente i banchieri, Valutando insufficienti, per far funzionare la macchina dei consumi, le risorse messe a disposizione dal risparmio, avevano infatti ribaltato a proprio vantaggio la relazione iniziale, nella quale erano i depositi che alimentavano i crediti. La quantità di denaro circolante, determinante per le fluttuazioni dell’attività economica e l’andamento dei prezzi, dipendeva da decisioni private prese al di fuori di ogni dibattito democratico. «Tout pour le peuple, rien par le peuple!» [tutto per il popolo, niente dal popolo] aveva denunciato Bernard Charbonneau, pensatore e filosofo, precursore dell’ecologia politica [Daniel Cérézuell, «Écologie et liberté. Bernard Charbonneau, précurseur de l’écologie politique», Parangon, 2006]. La moltiplicazione degli scambi commerciali su scala planetaria, che annunciava la globalizzazione, non era dunque intralciata da alcuna scarsità di denaro. La macchina capitalista si stava dotando di un nuovo strumento, un motore potente per la sua irresistibile espansione. La crescita veniva così stimolata grazie a una proliferazione di debiti riconosciuti e sottoscritti da popoli le cui capacità di resistenza erano ormai anestetizzate, ma le cui risorse non dovevano sfuggire alla megamacchina. La spirale infinita della compulsione e del miracolo dell’acquisto perseverava nella sua instancabile opera di trasformazione del denaro in feticcio.
La moneta, in origine strumento di intermediazione negli scambi e unità di conto, era fin lì servita a facilitare le relazioni commerciali tra gli uomini. Questa funzione primaria era ora messa seriamente in discussione dall’ampliamento delle disparità sociali. Il sistema finanziario autorizzava infatti i più audaci e i meno scrupolosi a fare soldi con i soldi. Se in certe aree del mondo c’erano esseri umani che vivevano con uno o due dollari al giorno, in altre c’era chi accumulava notevoli ricchezze, abbondantemente irrorate con stock options o fornite di paracaduti dorati. Ricchezze riciclate esclusivamente in bolle speculative che scoppiavano al minimo inciampo della congiuntura, provocando crisi spaventose del sistema e spingendo l’economia mondiale sull’orlo dell’abisso.
La rinuncia al controllo dei movimenti di capitale, favorito dalla regola ultraliberale delle tre D [deregulation, disintermediation, decompartmentalization], ci costringeva ad ammettere che non poteva esistere capitalismo senza crisi finanziaria. Il baco della delinquenza finanziaria era penetrato nella mela capitalista e la rodeva inesorabilmente fino a farla marcire. Gli scandali finanziari a ripetizione [Enron, Parmalat e più di recente Bernard Madoff…], la compravendita di società [LBO, sistema di leverage buy-out], trasformavano le imprese in puri strumenti finanziari atti al rapido arricchimento dei loro proprietari.
Davanti alla sterminata potenza della finanzia internazionale, le «risorse umane» [gli esseri umani trasformati in strumenti di lavoro] erano ridotte alla voce semplice e volgare di costo di produzione. Veri imprenditori si trasformavano in delinquenti dal colletto bianco, insolenti macchine per calcolare i profitti distribuiti agli azionisti. Qualcuno si è allora ricordato delle parole di John Maynard Keynes a proposito del denaro: «L’amore per i soldi come mezzo per procurarsi i piaceri e i beni della vita sarà riconosciuto per quello che è: uno stato morboso piuttosto ripugnante, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche per curare le quali ci si affida, rabbrividendo, agli specialisti di malattie mentali» [«Trattato sulla moneta», Feltrinelli, 1971]. Keynes, uno dei rarissimi economisti che aveva letto Freud, aveva capito bene quali segnali mortiferi dell’inconscio si celassero dietro all’attaccamento per il denaro.
1967: la petroliera Torrey Canyon naufraga al largo della Cornovaglia. Diversi milioni di tonnellate di petrolio viscoso ricoprono le coste inglesi e quelle della Bretagna. La marea nera provoca uno shock e risveglia una nuova coscienza ecologica, che sarà rafforzata dal progetto di ampliare un campo militare nella piana di Larzac nel 1974 e dall’inquinamento alla diossina di Seveso nel 1976. In questo contesto, il potere politico francese presenta l’energia nucleare come il rimedio alla crisi energetica. I francesi non hanno petrolio, ma qualche idea se la sono fatta! Il nucleare fa paura e preoccupa la parola «centrale», alla quale è sempre più spesso accoppiato. Tuttavia, la tecnocrazia impone la propria decisione senza alcuna consultazione democratica.
Sulla scena fa così la sua comparsa un’ecologia politica sovversiva. Nonostante la loro prossimità semantica, ecologia ed economia si scontrano vigorosamente e, malgrado la sconfitta del Maggio ‘68, il capitalismo non è forse così invulnerabile come sembra. I sociologi analizzano scrupolosamente la nuova contestazione di stampo antiproduttivista, che è ben distante, come la sua cugina femminista, dalla contraddizione tra capitale e lavoro; e parlano con entusiasmo di quei «nuovi movimenti sociali», alternativi, creativi, il cui modello culturale volta le spalle al vecchio mondo. A metà degli anni Settanta, però, si apre una parentesi: si ripresenta la crisi economica e la curva della disoccupazione si impenna. Il sogno deve cedere il passo al realismo, al pragmatismo. Con una fuga in avanti in un mondo finanziario sempre più virtuale dopo l’abbandono dell’ultimo rapporto tra dollaro e oro nel 1971, il sistema riesce a prolungare l’illusione statistica della crescita. In questo periodo, l’ideologia neoliberale traccia inesorabilmente il proprio solco: meno Stato, più concorrenza, meno regole, più libertà selvaggia, meno tutele e protezionismo, più scambi.
Trionfa la globalizzazione, mostrando ben presto il proprio volto autentico: maggiore sfruttamento dell’uomo e della natura, finanziarizzazione dell’economia, deregulation, delocalizzazioni, esclusioni, deterioramento dei legami sociali, uniformazione culturale, occidentalizzazione del mondo, degrado del clima e del suolo, deforestazione, desertificazione… La crisi sociale e quella ambientale ci colpiscono come un boomerang alla fine del ventesimo secolo. Il tempo che ci resta è ormai contato e l’umanità si trova davanti a un muro. Il motore dell’economia si è imballato: siamo andati troppo in fretta e troppo avanti. Il fiume dell’economia è tracimato dagli argini e minaccia di travolgere ogni cosa. Una decelerazione è più che auspicabile: è indispensabile per la sopravvivenza. Dobbiamo rallentare, modificare il nostro rapporto con il tempo, cambiare ritmo. È suonata l’ora della decrescita!