mercoledì 7 gennaio 2015

Italia s.p.a.

La nostra congiuntura storica può essere interpretata in due modi: l’economico ha fagocitato il politico e lo controlla interamente, erodendo qualsiasi spazio decisionale; il politico ha fatto dell’economico uno strumento di governo semplice ed efficiente contro al quale non fa nulla per convenienza propria. Quale che sia la più aderente ai fatti non è molto importante, la realtà è che economico e politico sono interamente fusi. Con politico si intende tutta la macchina statale, non solo l’esecutivo, quindi l’intero stato è assorbito nei giochi economici. Questo è il problema che già Hegel aveva individuato, ovvero la confusione fra società civile e stato nel liberalismo. Nel mondo liberale la società civile abbassa ai propri interessi egoistici e svuota di significato lo stato, che perde il suo carattere di uguaglianza e superiorità. In questo senso lo stato scompare, o meglio oggi si osserva la tendenza dello stato a diventare come una società privata a tutti gli effetti.
Che il settore pubblico non pecchi per efficienza e trasparenza non è un mistero. La macchina statale italiana è perfezionabile ed è inutile fare l’apologia dello statale medio a priori, non c’è prova per cui ogni impiegato statale sia un lavoratore diligente (né del contrario, del resto). Ma in che senso vanno lette le recenti dichiarazioni del premier e del ministro Madia circa la possibilità di licenziare gli statali “fannulloni”? Un semplice richiamo alla disciplina dei lavoratori di qualsiasi settore non è colpevole di nulla, ma il messaggio che deve passare è un altro: lo stato non è niente più che un’azienda e come tale i suoi dipendenti devono essere efficienti al 100%. Occorre capire, secondo loro, che lo stato non può più considerarsi superiore alla società civile e che non può più estendere tutele, è solo una società che deve amministrare la burocrazia per permettere all’economia di fare il suo corso. Come primo passo, quindi, i lavoratori pubblici vanno messi nelle stesse condizioni di quelli privati, in balia delle fluttuazioni del mercato. C’è questo, infatti, da aggiungere: se il mercato pretende uno stato più “leggero”, i dipendenti vanno licenziati perché inefficienti e non vanno sostituiti. Questo è solo uno dei passi verso la realizzazione dello stato neoliberale: minimo, leggero, flessibile, svuotato di significato, senza potere decisionale.
È proprio la mancanza di autorità e potere che dovrebbe preoccupare nello stato-azienda che ci viene proposto. L’accidia di qualsiasi politico di fronte ai problemi oggi è già insopportabile, se questo diventerà la prassi generale non si potrà che annegare nella palude. Per questo occorre lottare per ridare dignità e autorità allo stato attraverso la smentita pratica della pigrizia dei dipendenti pubblici da un lato, dall’altro la difesa della sua autonomia rispetto a qualsiasi vincolo economico o politico che ne promuova la distruzione e la perdita di significato.

martedì 6 gennaio 2015

Il cavillo infilato del decreto di Natale

Al supermercato c’è la tracciabilità del cotechino e si può sapere tutto della filiera di provenienza di un kiwi: nei Consigli dei ministri del governo di Matteo Renzi, invece, sembra difettare la tracciabilità delle norme «orfane» o «desaparecide». Soprattutto nei decreti legislativi, dove deleghe troppo generiche ed estese conferiscono all’esecutivo un potere sottratto a un effettivo controllo parlamentare, persino superiore a quello dei già troppo abusati decreti legge. Sempre più spesso nelle sedute di governo non si capisce chi e perché faccia sparire in uscita norme che in entrata c’erano; o chi invece infili e faccia votare a distratti ministri norme che in entrata non c’erano, e che all’uscita nessuno più nel governo sembra riconoscere o addirittura conoscere.
È successo già tre volte solo nell’ultimo mese. Sull’applicabilità o meno della licenziabilità del Jobs act ai dipendenti pubblici si sono visti un influente senatore (Ichino) affermare che in Consiglio dei ministri fosse entrata una norma poi depennata, due ministri (Madia e Poletti) smentirlo e assicurare che mai vi fosse stata una norma del genere, e infine il premier ammettere che sì, insomma, la norma c’era ma era poi stata tolta in vista di un altro più coerente contenitore legislativo.
Pochi giorni prima, quando il governo aveva (per ora solo) annunciato una già striminzita legge anticorruzione, in Consiglio dei ministri era entrata, ma misteriosamente non era più uscita per mano di non si sa chi, una norma premiale per il primo tra corrotto e corruttore che spezzasse il vincolo d’omertà e denunciasse il complice. E adesso, dopo due casi di norme «desaparecide», eccone uno di legge «orfana»: cinque parole che, nell’attuazione delle delega sui reati fiscali, alla vigilia di Natale paracadutano una inedita «clausola di non punibilità» che, per una serie di rimbalzi procedurali, di sponda avrebbe l’effetto finale di dare a Berlusconi la chance di chiedere la revoca della condanna definitiva per frode fiscale sui diritti tv Mediaset e ritornare alla politica sinora preclusagli da quella legge Severino che come presupposto ha appunto l’esistenza di una condanna definitiva.
Ora Renzi, che in conferenza stampa aveva magnificato il decreto legislativo sorvolando su questa norma, nel più classico degli schemi lideristici annuncia, quasi parlasse di un meteorite piovuto chissà da quale galassia, che lo fermerà e farà riesaminare in un nuovo Cdm. Sarà interessante vedere come, giacché il dichiarato intento governativo - un fisco amichevole che non usi più il bastone penale su chi tutte le tasse non paga non perché voglia evaderle ma perché non ce la fa per la crisi - pareva già ampiamente (anche troppo) soddisfatto dalle modifiche che nelle singole fattispecie di reati fiscali rendono non punibili la «dichiarazione infedele» fino a 150.000 euro, l’«omessa dichiarazione» fino a 50.000 euro, la «dichiarazione fraudolenta mediante artifici» fino a 30.000 euro di imposta evasa e 1 milione e mezzo di imponibile sottratto al fisco o 5 per cento di elementi attivi indicati, e la «dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti» fino a 1.000 euro l’anno.
Ecco perché ora non può finire solo con il ritiro dell’articolo 19-bis, ibrida «clausola di non punibilità» che, «per tutti i reati del presente decreto», metteva al riparo chi evade in una modica quantità (come la droga) stabilita in un per nulla modico 3% dell’imponibile dichiarato. Clausola che nel passato calza a pennello alla sentenza di Berlusconi, e che per il futuro equivale tra l’altro anche ad autorizzare (e quasi incentivare) una media-grande impresa, ad esempio da 50 milioni di imponibile, ad accantonare impunemente un milione e mezzo di «fondi neri» utilizzabili per alimentare poi tangenti.
Delle due l’una: o Palazzo Chigi sapeva bene cosa stesse approvando e allora non si capisce perché oggi Renzi faccia precipitosa marcia indietro; oppure non lo sapeva, e allora c’è da preoccuparsi. Come antidoto alla tossicità di questo procedere opaco di legiferare, infatti, un governo che non lesina tweet fatui, e proclama trasparenza online sul buongoverno.it , dovrebbe anche rendere pubblico quali ministri o burocrati o consulenti hanno scritto o interpolato o veicolato quell’articolo 19-bis; quali motivazioni, magari serie, lo argomentavano; chi e dove e quando ha valutato i pro e contro della norma; quali posizioni hanno assunto sul punto i ministri più interessati (Economia, Giustizia, Rapporti col Parlamento, presidenza del Consiglio).
Perché si può fare tutto, anche depenalizzare questo o quel reato, magari pure con benefici indiretti per questo o quel soggetto: ma alla luce del sole, con trasparenza dei percorsi e consapevolezza dei risultati. Per migliorare i quali, forse, ogni tanto non guasterebbe qualche sfottuto «professorone» in più, e qualche fedele ma incompetente in meno.

lunedì 5 gennaio 2015

Perseguire i torturatori e i loro capi

Fino dal giorno che il Presidente Obama si è insediato in carica, non è riuscito ad assicurare alla giustizia nessuno dei responsabili della tortura delle persone sospette di terrorismo – un programma ufficiale ideato e messo in atto negli anni successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001.
Ha permesso al suo Dipartimento di Giustizia di indagare sulla eliminazione delle videocassette della CIA dove erano registrate le “sedute” di tortura, e su coloro che possono essere andati oltre le tecniche di tortura autorizzate dal presidente George W. Bush. L’indagine non ha però portato a nessuna accusa registrata o neanche a nessuna spiegazione del motivo per cui non sono state registrate.
Obama ha detto molteplici volte che “si deve guardare avanti invece a guardare indietro,” come se le due cose fossero incompatibili. Non lo sono. La nazione non può andare avanti in qualsiasi modo significativo senza farsi una ragione, dal punto di vista legale e e morale, delle azioni abominevoli che sono state autorizzate, a cui è stata data una falsa patina di legalità, e che sono state commesse da uomini e donne americani dai più alti livelli governativi fino a quelli inferiori.
Gli americani erano al corrente da anni di molte di queste azioni, ma il rapporto sintetico di 524 pagine del rapporto completo scritto dal Comitato per l’Intelligence del Senato, cancella ogni dubbio rimanente circa la loro perversione e illegalità. Oltre a nuove rivelazioni di tattiche sadiche come la “alimentazione per via rettale,” dozzine di detenuti venivano sottoposti alla tortura del “waterboarding”, venivano appesi per i polsi, prigionieri in bare, privati del sonno, minacciati di morte o picchiati brutalmente. Nel novembre del 2002, un detenuto che era stato incatenato a un pavimento di cemento, è morto per “sospetta ipotermia.”
Questi sono, semplicemente, crimini. Sono proibiti dalla legge federale che definisce la tortura come comminazione voluta di “grave dolore o sofferenza fisica o mentale.” Questi crimini sono vietati anche dalla Convenzione contro la tortura, cioè dal trattato internazionale che gli Stati Uniti hanno ratificato nel1994 e che richiede il procedimento penale per qualsiasi atto di tortura.
Non c’è quindi da meravigliarsi che gli attuali difensori ottusi muoiano dalla voglia di chiamare questi atti niente altro che tortura, come di fatto erano. Come rivela il rapporto, queste affermazioni non hanno successo per una semplice ragione: i funzionari della CIA all’epoca hanno ammesso che quello che intendevano fare era illegale.
Nel luglio2002, i legali della CIA hanno comunicato al dipartimento di Giustizia che l’agenzia aveva bisogno di usare “metodi più aggressivi” durante gli interrogatori che “sarebbero stati altrimenti proibiti dallo statuto per la tortura.” Hanno chiesto al dipartimento di promettere di non perseguire coloro che usavano questi metodi. Quando il dipartimento si è rifiutato di farlo, sono andati in cerca della risposta che volevano. La hanno ottenuta dagli avvocati dell’Ufficio del Consiglio Legale, motivati ideologicamente, che hanno scritto dei promemoria, costruendo un fondamento legale per quei metodi. I funzionari governativi ora fanno affidamento sui promemoria come prova che hanno cercato e ricevuto autorizzazione legale per le loro azioni. Ma il rapporto cambia i giochi: sappiamo ora che questo assegnamento non era stato fatto in buona fede.
Nessuna quantità di logica legale complicata può giustificare il comportamento descritto in dettaglio nel rapporto. In effetti, è impossibile leggerlo e concludere che nessuno può essere ritenuto colpevole. Come minimo è necessario che Obama autorizzi un’indagine penale completa e indipendente.
L’Unione Americana per le libertà civili e l’Osservatorio per i diritti umani lunedì devono consegnare una lettera al Procuratore Generale Eric Holder Jr chiedendo la nomina di uno speciale procuratore per indagare su ciò che appare sempre di più “una vasta cospirazione criminale, sotto sembianza legale, per commettere torture e altri gravi reati.”
La domanda a cui ciascuno vorrà avere risposta, naturalmente è: Chi dovrebbe essere ritenuto responsabile? Questo dipenderà da che cosa scoprirà un’indagine, e per quanto sia difficile immaginare che il Signor Obama abbia il coraggio politico di ordinare una nuova indagine, è ancora più difficile immaginare un’indagine penale sulle azioni dell’ex presidente.
Però qualunque indagine credibile dovrebbe comprendere l’ex Vice Presidente Dick Cheney, il capo del suo staff, David Addington, l’ex direttore della C.I.A., George Tenet; John Yoo and Jay Bybee, gli avvocati dell’Ufficio del Consulente Legale che hanno redatto quelli che sono diventati noti con il nome di promemoria della tortura. Ci sono molti altri nomi che potrebbero essere considerati, compreso Rodriguez Jr., il funzionario della CIA che ha ordinato l’eliminazione delle videocassette; gli psicologi che hanno elaborato il programma di torture e i dipendenti della CIA che lo hanno messo in atto.
Ci si aspetterebbe che i Repubblicani che sono diventati rauchi a forza di ragliare che l’esecutivo di Obama era stato il primo a richiedere la responsabilità, ma con un’ eccezione rilevante, il Senatore John McCain, ora o si sono azzittiti o hanno attivamente difeso l’indifendibile. Non possono neanche far notare dei risultati. Contrariamente alle ripetute dichiarazioni della CIA, il rapporto ha concluso che “in nessun momento” nessuna di queste tecniche ha fornito informazioni che hanno evitato un attacco terroristico. E si determinato in seguito che sono almeno 26 detenuti sono stati “ trattenuti per errore.”
Iniziare un’indagine penale non riguarda si fa per assicurare che questo non accada di nuovo e per riguadagnare la credibilità morale per da altri governi. Grazie al rapporto del Senato, ora sappiamo fino a dove si sono spinti?? I funzionari del ramo esecutivo per razionalizzare e nascondere i crimini che volevano commettere. Il problema è se la nazione starà in disparte e permetterà agli autori delle torture di avere una perpetua immunità per le loro azioni.

domenica 4 gennaio 2015

Rapporto Ue, la corruzione costa all’Italia 60 mld l’anno.

Il primo report della Commissione è impietoso con l'Italia: conflitto d'interesse, leggi ad personam, lunghezza dei processi e conseguente prescrizione, collusioni tra politica, imprenditoria e criminalità, appalti truccati. Senza farne i nomi, l'organismo porta ad esempio i casi Berlusconi e Cosentino. Se la stima di 60 miliardi è considerata "esagerata" dalla Corte dei Conti, il fenomeno corruttivo italiano spicca tra i paesi europei, come riporta Repubblica.
Giudizi durissimi sull'Italia nel primo report della Commissione Ue sulla corruzione in Europa. Dove si legge che la nuova legge italiana contro la corruzione "lascia irrisolti" vari problemi perché "non modifica la disciplina della prescrizione, la legge sul falso in bilancio e l'autoriciclaggio e non introduce reati per il voto di scambio". Secondo il rapporto, tre quarti dei cittadini europei, e il 97% degli italiani, ritengono che la corruzione sia diffusa nel proprio Paese. E per due europei su tre, e per l'88% degli italiani, le mazzette e l'utilizzo di legami, sono il modo più semplice per ottenere alcuni servizi pubblici.
Corruzione in Italia vale 4% del Pil. Nonostante la "legge anticorruzione" adottata nel novembre 2012 e "gli sforzi notevoli profusi dall'Italia" per combattere il fenomeno, questo "rimane preoccupante" secondo la Commissione Ue, ricordando che il suo valore in Italia è di circa 60 miliardi all'anno, pari a circa il 4% del Pil. Ad aggravare il giudizio sull'Italia è il dato sulla corruzione a livello Ue: 120 miliardi di euro annui, un costo a cui il nostro Paese "contribuisce" per metà dell'intero ammontare. E se davvero la stima di 60 miliardi - calcolata dal SAeT del dipartimento della Funzione Pubblica e ripresa oggi dalla Commissione Ue - fosse "esagerata" come sostenuto dalla Corte dei Conti, il suo valore resta molto alto rispetto a quello degli altri paesi europei.
Legge anticorruzione italiana insufficiente. Bruxelles suggerisce di perfezionare la legge, anche perché "frammenta" le disposizioni sulla concussione e la corruzione, "rischiando di dare adito ad ambiguità nella pratica e limitare ulteriormente la discrezionalità dell'azione penale". Sono inoltre "ancora insufficienti le nuove disposizioni sulla corruzione nel settore privato e sulla tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti.
Leggi ad personam e conflitto d'interessi. Il report Ue sulla corruzione rileva che "i tentativi" di darsi norme per garantire processi efficaci sono stati "più volte ostacolati da leggi ad personam" approvate in Italia "in molte occasioni" per "favorire i politici imputati in procedimenti giudiziari, anche per reati di corruzione". Norme come il lodo Alfano, la ex Cirielli, la depenalizzazione del falso in bilancio, il legittimo impedimento. La Commissione Ue suggerisce all'Italia di rafforzare il quadro giuridico e attuativo sul finanziamento ai partiti politici, soprattutto per quanto riguarda le donazioni, il consolidamento dei conti, il coordinamento, mettere in atto adeguati poteri di controllo e prevedere l'applicazione di sanzioni dissuasive.

sabato 3 gennaio 2015

L’ideologia renziana all’attacco del pubblico impiego

Matteo Renzi è stato per due anni consecutivi il sindaco più assenteista d’Italia (con il 59% di assenze in consiglio comunale nel 2013 e addirittura l’82% nel 2012), ma adesso che è diventato premier ritiene giusto che in futuro paghi col licenziamento “un impiegato pubblico che sbaglia, partendo dai furti e arrivando all’assenteismo a volte vergognoso“, e su questo principio si dichiara “pronto al confronto in parlamento“.
Ma c’è ben poco da confrontarsi: forse Renzi ignora che la legge italiana ha già introdotto da diversi anni la possibilità di licenziamento a seguito di un procedimento disciplinare per i dipendenti pubblici ladri o nullafacenti, che falsificano documenti, dichiarano il falso, riportano condanne penali definitive o hanno una insufficiente valutazione del rendimento nell’arco di un biennio. Il licenziamento non è ancora previsto, invece, per le cariche elettive ricoperte in seno alle istituzioni pubbliche, che consentono ancora di assentarsi a piacimento dal luogo di lavoro, come ha potuto fare il “sindaco d’Italia” quando era ancora sindaco di Firenze.
L’ipotesi alternativa all’ignoranza del premier sulla normativa in vigore è che queste dichiarazioni siano funzionali alla preparazione del terreno per una inconfessabile agenda politica: rendere licenziabili anche senza una giusta causa tutti i dipendenti pubblici a prescindere, in modo da poterli trasformare in esuberi a convenienza, per semplici ragioni di efficienza economica e indipendentemente dalla loro onestà e dal loro rendimento.
Del resto, i licenziamenti senza giusta causa sono appena stati legalizzati nel settore privato con il crudele sillogismo alla base del “Jobs Act”: Voglio diritti uguali per tutti. C’è qualcuno senza diritti. Allora togliamoli a tutti per affermare nobili principi di uguaglianza. In questo modo la disparità di trattamento tra precari e contrattualizzati è stata eliminata alla radice: adesso sono tutti licenziabili a piacimento, fannulloni e stakanovisti. E’ il libero mercato, bellezza, dove i problemi si possono scaricare dai piani alti fino ai livelli più bassi della piramide sociale.
Il passo successivo sarà quello di far notare che adesso i dipendenti pubblici hanno più diritti di quelli del settore privato, e in nome dell’uguaglianza bisognerà negare questi diritti con un nuovo livellamento verso il basso, che renderà tutti i lavoratori ricattabili perché nessuno sarà più tutelato da licenziamenti arbitrari, nemmeno chi lavora sodo e si trascina in ufficio anche con la febbre.
Una ipotesi che il giuslavorista Ichino aveva frettolosamente descritto come realtà già in vigore per effetto del “Jobs Act”, costringendo Renzi a smentirlo: “il Jobs act e il disegno di legge Madia sono due cose diverse - ha dichiarato il premier - per questo ho chiesto di togliere il riferimento al pubblico impiego dal Jobs act“.
Nella nuova sinistra, infatti, non bisogna essere impazienti come Ichino: i diritti vanno tolti poco per volta, una legge dopo l’altra, senza strappi bruschi e convincendo il popolo che è l’unica strada possibile verso l’”uguaglianza reale”, cominciando dai precari per poi risalire ai contrattualizzati del settore privato e culminare con la rimozione delle tutele di quelli che nel nostro immaginario collettivo sono i tutelati per antonomasia.
E dopo il regalo di Natale del Jobs Act, si intravede già che cosa ci porterà la primavera grazie al botticelliano ministro Madia e alla sua annunciata riforma del pubblico impiego: raccogliere a sinistra quello che aveva seminato Brunetta da destra, aggiungendo alla possibilità di licenziamento senza giusta causa per i dipendenti pubblici altre forme mascherate di licenziamento, come il demansionamento che altri chiamerebbero mobbing o il trasferimento forzato in un raggio di cinquanta chilometri da casa, pagando il rifiuto con la perdita del posto.
La “perla” di Renzi sui ladri e i fannulloni, dipinti come inamovibili anche se è già possibile licenziarli, non è una gemma isolata, ma va incastonata in quel teatrino della politica dove i “rottamatori dei diritti” hanno costruito sapientemente nel corso degli anni un ricco cast di personaggi: i “lavoratori flessibili” di Maroni, da flettere fino allo schiavismo, i “dipendenti pubblici fannulloni” di Brunetta su cui far convergere l’odio dei meno abbienti, gli “annoiati dal posto fisso” di Monti che rifiutano le sfide della modernità, i “disoccupati schizzinosi” della Fornero che non lavorano per colpa loro, e dulcis in fundo i “contrattualizzati privilegiati” di Renzi, spogliati delle loro misere tutele per renderli nudi tanto quanto i precari davanti ai loro datori di lavoro.
A questo si aggiunge l’artificio retorico dei futuri contratti a “tutele parziali” che vengono spacciate per “tutele crescenti”: a parità di condizione sociale dovremo decidere se le tutele che un tempo coprivano tutti vanno fatte crescere nei contratti destinati al giovane o all’anziano, al neoassunto o allo specializzato, allo sposato con prole o al divorziato, al disabile o alla vedova. Il risultato di questa compartimentazione dei diritti è la perdita di ogni umana solidarietà tra lavoratori, dove i nemici sono sempre altri lavoratori: gli autonomi evasori se sei tassato alla fonte, gli statali fannulloni se sei libero professionista, le caste delle libere professioni se sei un dipendente pubblico, i giovani rampanti se sei anziano, gli anziani baroni se sei giovane, i precari malpagati che svalutano la tua professione se sei assunto, gli assunti privilegiati se sei precario.
Il meccanismo culturale che porta le classi meno abbienti a sbranarsi politicamente e culturalmente a vicenda, sgretolando ogni brandello residuo di solidarietà tra onesti lavoratori, è stato illustrato in modo magistrale già da tempo da Alessandro Robecchi, che fa i conti con un imprescindibile “dato ideologico” (grassetti miei):
“la vera vittoria del renzismo - scrive Robecchi - [è] aver trasferito l’invidia sociale ai piani bassi della società. Quella che una volta si chiamava lotta di classe (l’operaio con la Panda contro il padrone con la Ferrari) e che la destra si affannava a chiamare “invidia sociale“, ora si è trasferita alle classi più basse (il precario con la bici contro l’avido e privilegiato statale con la Panda). Insomma, mentre le posizioni apicali non le tocca nessuno (né per gli ottanta euro, né per altre riforme economiche è stato preso qualcosa ai più ricchi), si è alimentata una feroce guerra tra poveri. Una costante corsa al ribasso che avrà effetti devastanti. Perché se oggi un precario può dire al dipendente pubblico che è privilegiato, domani uno che muore di fame potrà indicare un precario come “fortunato”, e via così, sempre scavando in fondo al barile. Si tratta esattamente, perfettamente, di un’ideologia”.
Sul palco di questo teatrino ideologico dove i pupi sono spinti a darsi randellate a vicenda, gli unici che non sono esposti ai fischi e al lancio di pomodori sono i burattinai che restano dietro le quinte a custodire l’ideologia: i finanzieri con la residenza fiscale all’estero che pontificano alla Leopolda contro il diritto di sciopero, i banchieri che tappano i loro buchi privati di bilancio grazie ai miliardi erogati con decretazione d’urgenza, le multinazionali che fanno profitti in Italia ma li fanno tassare in altri paesi grazie a quel legalissimo e convenientissimo gioco delle tre carte chiamato elusione fiscale, i vip alla Ezio Greggio che portano in dote a Montecarlo i profitti maturati nella televisione italiana, i faccendieri alla Briatore che si spacciano per grandi capitani d’industria con “sogni” e visioni innovative mentre sono semplicemente degli ex latitanti con conoscenze altolocate.
Il dibattito sul diritto di licenziare i dipendenti pubblici come ultima frontiera verso l’uguaglianza dei diritti (negandoli a tutti in egual misura) si preannuncia come intenso e appassionante. Ma prima di affrontarlo, fermiamoci un attimo a riflettere su altri dibattiti già persi in passato. Com’è finito il dibattito sul precariato? Con Maroni che approva la legge sedicente “Biagi”. Com’è finito il dibattito sulle pensioni? Con la Fornero che alza l’età pensionabile. Com’è finito il dibattito sulla macelleria sociale? Con l’aumento di Monti dell’Iva e delle accise per non toccare profitti finanziari, patrimoni e redditi milionari. Com’è finito il dibattito sull’articolo diciotto? Con Renzi che lo rottama dipingendo una tutela come privilegio.
A questo punto non ci vuole un indovino per capire come andrà a finire il dibattito sui dipendenti pubblici da licenziare a convenienza e assumere a progetto con contratti stagionali, come già avviene del resto per gli insegnanti. Da qui il dubbio: anziché accanirci sui dibattiti, non sarebbe meglio mettersi a studiare perché finiscono sempre nel modo peggiore per chi lavora, che casualmente coincide con quello auspicato da chi comanda?
Del resto, vista la scelta tra Gesù e Barabba, cosa possiamo aspettarci da un popolo imbevuto dall’ideologia del teatrino quando viene chiamato a scegliere tra il dipendente pubblico (archetipo del parassita) e l’intraprendente finanziere con residenza fiscale all’estero, archetipo del determinato e salvifico uomo di successo che porterà in italia gli investitori, ma solo a condizione che si smetta di scioperare nel settore dei trasporti?
Alla dozzina di discepoli del keynesismo, ostili al potere politico dei macellai sociali e al potere religioso del culto neoliberista, non resta che restare nelle catacombe del mondo intellettuale dove saranno pereguitati come “professoroni”, mentre cercano di predicare la buona novella del ‘900, quella a cui avevano creduto in molti: un mondo che verrà, dove la spesa pubblica è orientata al lavoro socialmente utile come “moltiplicatore keynesiano dell’economia”, e non a Ilva, Banche, Confindustria, Mercanti d’armi, mafie private camuffate da servizi pubblici, grandi opere inutili, e tutto per poi piangere miseria ogni luglio, licenziando anche gli insegnanti che si riassumeranno con certezza il settembre successivo.
Se il rischioso percorso della licenziabilità è la strada che ha deciso di intraprendere la maggioranza politica del paese, non possiamo che inchinarci alle regole del gioco democratico. Ma in ogni caso io introdurrei per gli sperimentatori di queste ricette economiche un principio di “accountability”, obbligandoli a rispondere delle loro decisioni.
I detrattori del pubblico impiego che applaudono con la bava alla bocca le ipotesi di licenziabilità senza giusta causa dei dipendenti statali dovrebbero mettere per iscritto la loro presa di posizione, per renderne conto politicamente (o almeno moralmente) nel caso in cui questa ennesima sforbiciata alla rete di tutela del lavoro dovesse innescare in Italia la spirale che dalla crisi porta verso la profonda e conclamata depressione economica, terreno fertile per la trasformazione del conflitto sociale in guerra civile.
Per quanto mi riguarda, è palese che lo Stato col pubblico impiego fa girare l’economia italiana più di quanto non faccia la grande industria, e che piegare anche il settore pubblico alla logica del profitto (per alcuni fortunati che resteranno nella macchina statale a prescindere dal loro rendimento) significa condannare il paese alla miseria (per tutti quelli che non avranno santi in paradiso e si vedranno licenziati anche lavorando sodo, perché i bilanci si faranno quadrare coi licenziamenti e i tagli orizzontali).
A conferma del ruolo centrale del pubblico impiego come motore dell’economia, ci sono i dati di realtà raccolti in una ricerca pubblicata dal Forum PA, da cui risulta che i dipendenti pubblici in Italia sono il 14,8% rispetto al totale degli occupati, e di conseguenza rappresentano una fetta consistente della popolazione lavoratrice, che con il suo reddito e le sue spese aiuta a tenere in piedi l’economia del paese, e in molti casi ne compensa anche le diseconomie, come avviene nelle famiglie in cui il reddito di un dipendente pubblico compensa l’intermittenza di reddito di un familiare precario.
Ma si sbaglia chi pensa che i dipendenti pubblici “sono troppi e vanno sforbiciati in qualche modo”, come suggerirebbe l’ideologia renziana: in Francia i dipendenti pubblici sono il 20% degli occupati, in Inghilterra il 19,2%, e sono molti meno anche in termini assoluti e in rapporto alla popolazione complessiva. In Italia abbiamo 3,4 milioni di dipendenti pubblici pari al 5,6% della popolazione, contro 5,5 milioni in Francia (dove rappresentano l’8,3% della popolazione) e 5,7 milioni in Inghilterra, che corrispondono al 10,9% della popolazione britannica.
E dopo aver scoperto che ci sono paesi dove il settore pubblico viene sostenuto senza timore, invece di essere minacciato con ipotesi di licenziamenti giustificati solo dalle esigenze della macelleria sociale, possiamo chiederci quali possono essere i rischi potenziali legati ad un crollo del pubblico impiego.
Se il settore pubblico diventa “licenziabile a prescindere” anche se non ci sono motivi di licenziamento, la conseguenza è che i dipendenti pubblici diventeranno ricattabiili e corruttibili, perdendo ogni potere di contrattazione e ogni rivendicazione di diritti di fronte alla minaccia di licenziamento. Visto che non sono dipendente della pubblica amministrazione italiana potrei anche fregarmene se la scure dei macellai cadrà su altri, ma azzerando le tutele del pubblico impiego crollerà inevitabilmente anche il reddito, con l’applicazione della collaudata formula “se non ti sta bene così ti licenzio, ti demansiono finché non ti stufi o ti trasferisco anche se hai figli a carico, tanto ne trovo a migliaia disposti a fare la fila per condizioni peggiori delle tue“. E se crolla il reddito in un settore che genera il 14,8% del lavoro in Italia c’è il rischio concreto che crolli l’intera economia del paese e che la crisi acuta si trasformi in una depressione economica esplosiva, che a quel punto colpirà tutti, dipendenti pubblici e non.
E da qui le domande cruciali di fronte al vento di tempesta che sta soffiando sul pubblico impiego: cari innovatori, rottamatori, cambiatori di verso, costruttori di futuro, twittatori, coraggiosi visionari di governo e profeti dell’ideologia renziana: vale davvero la pena di rischiare la depressione economica per battere cassa in modo miope con tagli che generano risparmi sul breve periodo ma negano lo sviluppo economico sul lungo termine? Vale davvero la pena di colpire un settore strategico del nostro sistema economico e lavorativo, legittimando questo azzardo con il risentimento atavico indirizzato verso il settore pubblico? Vale la pena di cavalcare questo risentimento per l’ennesimo attacco ai lavoratori tra i più deboli e ai redditi tra i più bassi? Ha senso negare che questo risentimento nasce anche da una classe politica che oggi pretende di colpire l’assenteismo altrui con il licenziamento, ma ieri non è stata in grado di arginare il proprio assenteismo nemmeno con delle semplici sanzioni morali, che avrebbero evitato di affidare il governo del Paese al sindaco più assenteista d’Italia?
A tutte queste domande solo il tempo potrà dare risposta. Nel frattempo si apra pure il dibattito sulle sorti del pubblico impiego, anche se postumo e con decisioni già prese altrove.

venerdì 2 gennaio 2015

Padova, cento euro di multa al senza dimora che dorme per strada

«Si sdraiava a terra sul marciapiede utilizzandolo come giaciglio per dormire. Nell’occasione utilizzava cartoni e coperte che venivano fatte rimuovere», si legge nel verbale dei vigili urbani di Padova che affibbia cento euro di multa a Massimo Susa, 48 anni, originario di Torino, uomo tranquillo, ex dipendente di una ditta di illuminazione. Una volta perso il lavoro, non è più riuscito a trovarne altri. E’ accaduto la notte del solstizio d’inverno, alle 2.25 del 21 dicembre ma la notizia ha varcato da poche ore i confini della provincia. Al gelo di Padova s’è sommata la ferocia delle politiche per la sicurezza della città veneta governata dal centrodestra e con un assessore di cui Popoff ha avuto spesso ragione di descrivere le gesta: Maurizio Saia (ex rautiano, ex finiano, postfascista di lungo corso), ora sodale del sindaco leghista Bitonci.
E’ l’assessore che scatena i cani contro i mendicanti, l’eroe della guerra alle povertà.
Un mendicante con una gamba sola, la scorsa estate, venne indagato per resistenza e oltraggio ai quattro vigili che lo “ciancicavano” in una piazza di mercato sotto gli occhi delle telecamerine di sbigottiti passanti. Cani poliziotto contro i mendicanti, sgomberi di migranti dai ricoveri di fortuna, carte bollate contro gli artisti di strada, sigilli a un centro sociale, tagli drastici al servizio di trasporti pubblici, deportazione degli ambulanti nelle questure – anche se non sussistono reati – per fargli perdere la giornata di lavoro. Queste le medaglie al valore di questo amministratore pubblico di una città dove ogni notte almeno cento persone dormono all’addiaccio. «Ordinaria follia securitaria», come non si stancano di denunciare le reti solidali della città.
“Gli accattoni devono capire che l’aria è cambiata. Devono essere consapevoli che, se vengono trovati a chiedere l’elemosina, verranno accompagnati in maniera sistematica al commando dei vigili e lì dovranno rimanerci per qualche ora – ebbe a dichiarare Saia – l’idea è quella di portarli al comando, procedere con il foto segnalamento, fare un verbale e tenerli lì il più a lungo possibile. Devono perdere la giornata di “lavoro”, perché questo è il deterrente”.
Saia è piuttosto esperto in questo genere di cose perché in una vita precedente è stato assessore alla sicurezza per conto di Alleanza nazionale senza disdegnare la compagnia di gente di Forza nuova. In quella consiliatura, prima che una giunta del Pd li ricacciasse all’opposizione senza apprezzabili variazioni sul tema, Saia aveva inventato le Sis, squadre intervento speciale dei pizzardoni padovani col chiodo fisso di terrorizzare i migranti e provocare i centri sociali, mai sciolte dai successori.

giovedì 1 gennaio 2015

Le riforme dell’instabilità

Babbo Natale Renzi fuori tempo massimo ha costretto con l’endorsment del presidente della Repubblica a chiudere la pratica sulla legge di stabilità con un’accelerazione dovuta certamente ai tempi, ma che non ha tenuto conto di tutti gli emendamenti che la Commissione bilancio doveva votare. Complessivamente la manovra della finanziaria vale poco più di 30 miliardi di cui 10 miliardi sono stati interamente devoluti per stabilizzare il bonus Irpef da 80 euro. Sostanzialmente chi prima tra guadagni ordinari e straordinari percepiva un tantino oltre la soglia dei 26 mila euro annuali, avrà un bel disincentivo a produrre e si adeguerà al bonus. Come osserverebbe l’economista di scuola keynesiana Hyman Minsky, vi è una differenza sostanziale tra uno stato che interviene per creare posti di lavoro e uno stato che interviene per favorire l’assistenzialismo. Ma andiamo oltre. Gli unici due provvedimenti che andrebbero nella giusta direzione sono il taglio dell’Irap (che comunque sarebbe stato opportuno rendere di maggiore entità) e la prevista chiusura di alcune società partecipate
Dal punto di vista delle imposte, babbo Renzi si è preso letteralmente gioco degli alluvionati genovesi e di tutti i territori colpiti dalle recenti inondazioni. Oggi infatti si verseranno tutte le tasse doverosamente sospese, vergognosamente non rinviate a data da destinarsi. Un altro aspetto tragico, sempre per quanto riguarda la tassazione- e questo passa ogni limite di ragionevolezza- è l’aumento dei prelievi sui fondi pensione: un disincentivo totale da parte dello stato, in un momento di de-crescita e di disoccupazione strutturale, a creare le così dette pensioni integrative. Un’implicita difesa da parte del governo a favore dell’attuale sistema pensionistico, oggettivamente insostenibile nei numeri. Babbo Renzi non sta facendo un favore ai giovani come più volte ha blaterato: semplicemente gli sta dicendo di andarsene da questo paese, oppure di rimanere alle sue condizioni, cioè alle condizioni di uno stato che non offre più servizi, ma solo sperequazioni
Chiudiamo con l’Europa. Sta infatti per finire il semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea. Ragionevolmente qualcuno potrebbe chiedersi se sia mai iniziato: coni di gelato a parte, la voce dell’Italia in Europa si è fatta sentire solo per informarla dell’abolizione dell’articolo 18, del jobs act e dell’eliminazione delle Province, che doveva essere maggiormente graduata visto che adesso si pone il problema ancora una volta della ricollocazione di tutti i dipendenti: ritorniamo sulle famose parole che piacciono poco all’Europa delle libertà economiche e dei mercati, ma tanto alla nostra carta costituzionale, la quale per il momento è ancora fondata sul lavoro e sull’occupazione. Concetti diversi, forse incompatibili. Ma se chi rappresenta questo paese e la sua Costituzione, non nota le divergenze storiche e culturali tra i due livelli di governo (nazionale e sovranazionale). Evidentemente ce ne dobbiamo fare una ragione. D’altronde questo governo se ne frega dei vari livelli di governo: basti pensare al trattamento riservato ai territori regionali. Accantonato il federalismo al servizio di sua maestà Europa, non vi è alcuna strategia. Solo tatticismo da politicanti