lunedì 8 dicembre 2014

L’unico modo per fermare l’Impero

gli ultimi giorni dell’Impero USA si stanno avvicinando rapidamente. Forse la sua fine sarà lenta e graduale, forse rapida e catastrofica; avverrà in modo caotico, oppure organizzato.
Nessuno può sapere come si presenterà, ma la fine dell’Impero è certa come il giorno segue la notte e il sole segue la pioggia. Gigantismo, sovra-arricchimento e sovra-indebitamento chiederanno il loro prezzo, come hanno scoperto tutti gli imperi del passato.

Gli Imperi sono come batteri in una capsula di Petri: spensierati, ciechi e insensibili si espandono fino all’esaurimento del cibo o alla contaminazione dell’ambiente con i loro rifiuti e poi muoiono.
Sono automi, e non possono farne a meno: sono programmati per espandersi o morire, espandersi o morire e alla fine espandersi e morire.

“Dollars On A Plate”- Di cosa si nutre l’Impero? Si nutre di denaro e di paura; i vostri soldi e la vostra paura, entrambi ottenuti con la vostra collaborazione.

E’ più forte adesso che quando doveva affrontare un avversario reale come l’Unione Sovietica.

La Russia oggi non è un avversario: tutto ciò che vuole è essere un Paese normale, in pace con il mondo. Ma l’Impero non glielo consentirà, vero? Deve creare nemici.

Chi sono i nostri nemici? Secondo gli autori della Guerra Infinita sono la Corea del Nord, Iran, Siria e terroristi islamici.

Qualcuno di loro è effettivamente in grado di minacciare gli Stati Uniti? Beh, sì, ma sono tutti abbastanza facili da scoraggiare. Ma il piano degli autori della Guerra Infinita non è quello di scoraggiarli, è di chiuderli in un angolo attraverso l’instabilità politica e le sanzioni mentre frustrano la popolazione sui due fronti in una frenesia terrorizzante.

Sappiamo tutti che il complesso militare-industriale degli Stati Uniti è diventato un organismo auto-riproducente e incontrollabile, proprio come Dwight D. Eisenhower aveva avvertito nel 1961.

Tutti conoscono la frase e l’avvertimento di Eisenhower – è parte della nostra memoria collettiva. Con un bilancio di mille miliardi di dollari l’anno, in crescita e oltre 1000 basi sparse per il pianeta, si è esteso ben oltre ciò che Eisenhower avrebbe potuto immaginare nel suo incubo peggiore.

Non possiamo dire che non lo sapevamo: ci aveva avvertito.

Dopo l’episodio Nazional-Socialista in Germania, molti buoni tedeschi si sono rammaricati per non aver parlato chiaro e forte, sostenendo che non sapevano ciò che era stato fatto in loro nome.

Ma noi non abbiamo questa scusa: sappiamo tutto da sempre e non è la prima volta che veniamo avvertiti.

Il Generale Smedley Butler ce lo disse nel 1933 e le sue parole sono ancora con noi, pubblicate on-line. Come mai tutti, generali inclusi, diventano improvvisamente saggi appena vanno in pensione? Butler ci ha offerto una spiegazione: la sua mente “era in uno stato alterato mentre prestava servizio come soldato eseguendo gli ordini”. Nel 1933 Butler ci disse che egli “era un truffatore, un gangster per il capitalismo”. Disse:

“Ho aiutato a rendere il Messico, in particolare Tampico, sicuro per gli interessi petroliferi americani nel 1914. Ho aiutato a rendere Haiti e Cuba posti tranquilli per gli affari dei ragazzi della National City Bank. Ho aiutato a razziare una mezza dozzina di Repubbliche centro-americane per gli interessi di Wall Street. La lista è lunga. Ho aiutato a ripulire il Nicaragua per l’International Banking House dei Brown Brothers nel 1909-1912… Ho portato la luce nella Repubblica Dominicana per gli interessi della American Sugar nel 1916. In Cina ho contribuito a fare in modo che la Standard Oil lavorasse indisturbata“.

Questo Impero non è nulla di nuovo, sappiamo da sempre che cos’è e che cosa fa. Non possiamo dire di non saperlo.

Da sempre abbiamo visto come gli Stati Uniti hanno represso ogni rivolta popolare contro autocrati e oligarchi locali, posto Paesi sotto il loro controllo e aiutato ad organizzare e formare gli squadroni della morte che sterminavano l’opposizione. Pensate all’Indonesia, all’Argentina, o all’Honduras. Abbiamo visto come l’Impero ha schiacciato ogni governo democratico che minacciasse gli interessi commerciali statunitensi con il falso pretesto dell’ “anti-comunismo” a partire dall’Iran nel 1953, Guatemala nel 1954 e proseguendo con Congo, Haiti (più volte), il famoso e infame golpe in Cile nel 1973 (con l’assassinio del presidente Salvador Allende l’11 settembre), Nicaragua nel 1980, e molti, molti altri. (Per altri dettagli vedi William Blum, Killing Hope).

Naturalmente molti di noi hanno vissuto attraversando le gigantesche menzogne e il genocidio di milioni in Vietnam, Laos e Cambogia durante la cosiddetta “Guerra del Vietnam”: sapevamo, guardavamo e abbiamo pagato le tasse per i proiettili e le bombe.

Più recentemente abbiamo visto le sfacciate bugie dell’Impero a disposizione di tutti in Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Somalia, Georgia, Pakistan, Yemen, Ucraina… Non finiscono mai!

Ma gli intrighi che sobilliamo in giro per il mondo non sembrano mai tornare a casa e suonare il nostro campanello, non è vero? Forse è per questo che continua a funzionare. Pensiamo che si possa semplicemente ignorarli e andare avanti con la nostra vita – che non ci riguardino. O ci toccheranno?

Mettiamo da parte la distruzione della democrazia che sempre accompagna gli stati di polizia fascisti e militarizzati, quello che sono gradualmente diventati gli Stati Uniti. E ignoriamo anche la violenza che pervade la società statunitense o il vasto gulag di carcerazione dove finiscono tutti gli “inutili non-contribuenti”. Consideriamo che l’unico attacco militare sul suolo degli Stati Uniti che ha realmente segnato un successo tangibile dai tempi di Pearl Harbor è stato l’ 11 settembre.

Pearl Harbor era alla periferia, lontano, in mezzo al Pacifico: “Un giorno che vivrà nell’Infamia”, tanto più che la FDR sapeva che stava per accadere e ha fatto di tutto per provocare l’interruzione dei rifornimenti di petrolio al Giappone, provocando quindi l’attacco.

Ma le Hawaii sono una periferia, mentre l’11 Settembre ha colpito il cuore dell’Impero, il centro finanziario di New York, quello che aziona la pompa della ricchezza imperiale e il Pentagono, incaricato della missione di dominio degli Stati Uniti nel mondo.

Credere che 19 arabi armati di taglierini, incapaci di pilotare persino un aereo a elica, siano stati in grado di far crollare tre edifici del WTO in caduta libera, come in una demolizione controllata (sì, gli edifici erano tre, vedi Edificio 7) e distruggere una parte del Pentagono, o credere che si sia trattato di un lavoro “interno”, non ha importanza. Il punto è che in quell’atto di distruzione le guerre causate dall’Impero in giro per il mondo sono tornate a casa.

Qual è stato il risultato? Questi eventi ci hanno indotto o no a riconsiderare ciò che stiamo facendo? Ovviamente no! Invece, siamo tutti pronti per la guerra. Ricordate, l’Impero è un automa, un organismo auto-perpetuante che si alimenta di denaro e di paura.

Quale modo migliore per generare nuova paura se non quello di inscenare, provocare o fallire nel prevenire, un attacco alla “Patria” – che è, tra l’altro, un termine della propaganda nazista?

Lo scopo della guerra è semplicemente quello di causare più guerra, perché è molto redditizia e, infatti, viene usato il termine (inappropriato) di “industria della difesa”.

Butler ci disse nel 1933 che “la guerra è un racket” e ha documentato i massicci profitti durante la prima guerra mondiale. Immaginate quanti soldi stanno facendo Lockheed, Northrop Grumman-Boeing, General Dynamics, Raytheon e gli altri dalla “Guerra al Terrore”? Cifre astronomiche.

Mentre leggete queste parole, l’Impero è impegnato nel suo lavoro in Ucraina. Ecco come funziona. In primo luogo si rovescia il governo eletto in un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, poi si induce il regime fantoccio locale a scatenare un attacco militare e a organizzare squadre della morte per soffocare quella parte della popolazione nella zona orientale che non intende sostenere il colpo di stato pro-statunitense: in questo caso utilizzando veri e propri squadroni della morte di stampo nazista, completi di svastiche. (Chiunque può verificare facilmente questi fatti con una semplice ricerca su Internet). E per il consueto tocco finale imperialista, si vota alle Nazioni Unite (insieme al Canada) contro una risoluzione che condanna i nazisti ucraini e altri assassini razzisti, mentre gli europei vergognosamente si astengono. Questo tipo di programma ha sempre funzionato bene e l’Impero continua a replicarlo incessantemente, anche se i risultati sono sempre peggiori.

Un gran numero di cittadini Americani sostiene le guerre di conquista statunitensi poiché queste consentono loro di poter mantenere i loro fastosi stili di vita. E sono quelli che ci disturbano più di altri. Molti di noi sono totalmente contrari alle guerre ma solo pochi considerano umanamente ed emotivamente insopportabile la distruzione di milioni di vite umane a nostro nome e con i nostri soldi. Qual è la differenza? Non so, bisognerebbe chiederlo ad uno psicologo.

La domanda per quelli che si oppongono alla guerra infinita è: cosa abbiamo fatto a questo proposito? Il movimento di massa che nel 1960 portò alla rivolta un vasto segmento della società, aveva qualcosa a che fare con la fine del conflitto in Vietnam. Ma nonostante queste proteste, l’Impero fu in grado di prolungare il conflitto di altri cinque anni, fino al 1973, quando accettò di porvi fine agli stessi termini che furono offerti nel 1968 al premio “Nobel per la Pace” Henry Kissinger.

Da allora non c’è stata nessuna protesta significativa contro la guerra, e tanto meno nessuno in grado di prevenire o porre fine alla guerra. Perché?

In primo luogo, perché la leva obbligatoria è stata abolita. Questo ha messo fine al coinvolgimento delle famiglie medie americane nelle guerre dell’Impero e quindi ha eliminato l’obbligo del consenso da parte dei cittadini. Gli strateghi si resero conto che la coscrizione obbligatoria era un disastro per l’Impero. Il modo nuovo, migliore e più economico per procurarsi carne da macello per la guerra senza fine era quello di arruolare i bambini del sottoproletariato utilizzando l’oppressione economica al fine di privarli di qualsiasi mezzo di progresso, tranne il servizio militare.

In secondo luogo, l’apparato militare è stato privatizzato e questo richiede un sempre minore coinvolgimento delle famiglie statunitensi nel mondo militare e meno bisogno del loro consenso: “Siete tutti volontari, quindi state zitti!”.

In terzo luogo, il campo di azione sempre più esteso del controllo da parte della NSA e di altre agenzie governative ha contribuito a tenere sempre più sotto controllo la popolazione e a soffocare ogni dissenso.

E quarto: lo stretto controllo governativo/economico sui mezzi di comunicazione statunitensi ha consentito una diffusa propaganda e un lavaggio del cervello della popolazione.

In definitiva: è in corso oggi una guerra agli informatori e ai giornalisti che espongono la verità, da Tom Drake a William Binney, Sibel Simons, Jesselyn Radack, Bradley Manning e Julian Assange. Se necessario la polizia, che ora è molto più militarizzata che in passato e il corpo della Guardia Nazionale riescono a schiacciare ogni rivolta come fosse un insetto.

Tutte queste misure impediscono a qualsiasi azione legale di riforma, pur se perseguita in modo non violento attraverso votazioni, scioperi, proteste autorizzate, resistenza civile, ecc., di produrre qualche risultato.

L’unica azione che potrebbe fermare l’Impero è quella di tagliargli i “viveri”, ovvero le tasse con cui vive. La belva va affamata disinvestendo, portando i beni altrove, resistendo alle tasse, protestando contro le tasse. L‘ex Segretario di Stato Alexander Haig ci disse chiaro e tondo negli anni ’80, quando dovette affrontare importanti proteste contro le politiche Americane nel Centro America: “Lasciateli protestare quanto vogliono fin tanto che pagano le tasse”.

Mai parole più veritiere sono state pronunciate da un funzionario statunitense.

Si può forse contraddire questa dichiarazione? Ci sono state altre misure che hanno avuto un qualche impatto sulla macchina da guerra? Onestamente, no.

Milioni di persone in tutto il mondo hanno protestato prima dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Queste proteste sono state ignorate. Nessuna protesta o altro sforzo riesce a fermarla perché non vengono tagliati i “viveri” dell’Impero, cioè il denaro e la paura. Solo tagliando i fondi non pagando le tasse si può fermare l’Impero.

Molti hanno detto che gli Stati Uniti non hanno bisogno del denaro dei contribuenti poiché sopravvive grazie al debito infinito. E’ vero, l’Impero vive di debito, ma la capacità di vendere il debito si basa sul rating dei buoni del tesoro statunitensi. Recentemente, in Giugno 2014, la S&P ha dato agli USA un AA+ con “prospettive stabili”.

Se nascono dubbi sul rating USA, può essere messa in discussione la possibilità di vendere il debito per continuare a finanziare l’Impero. La capacità di incassare le tasse è ciò che mantiene alto il rating delle obbligazioni degli Stati Uniti. In presenza di una qualsiasi riduzione del rating delle obbligazioni statunitensi i tassi d’interesse dovrebbero salire per continuare ad attrarre maggiori investimenti. Di conseguenza gli interessi sul debito diverrebbero incontrollabili trasformandoli in debito non rimborsabile, questo senza considerare il debito originario che non ha nessuna intenzione di ripagare.

In questo ambito gli sforzi del Tea Party per bloccare il governo federale rifiutando di aumentare il tetto del debito per una volta si sono rivelati utili anche se per motivazioni diverse.

Pensavano che fosse il welfare a mandare in rovina il paese, ma questa è un’affermazione ridicola perché la spesa sociale è trascurabile rispetto alle spese militari. Tuttavia, per una volta sono riusciti a far abbassare il rating delle obbligazioni. Bloccare il governo federale è comunque un passo nella giusta direzione e poiché negli ultimi anni solo il Tea Party è riuscito a farlo, concediamogli il giusto merito.

Se gli USA non fossero più in grado di raccogliere le tasse in modo affidabile diminuirebbe la loro capacità di finanziare l’Impero con il debito: dovrebbero ricorrere ad un aumento delle imposte, una scelta politicamente inaccettabile, soprattutto nell’era del Tea Party, con un elettorato totalmente contrario a qualsiasi nuova imposizione fiscale.

Risulta quindi chiaro che l’unica cosa che potrebbe fermare l’Impero è una rivolta fiscale. E non dovrebbe essere neanche tanto clamorosa: al minimo dubbio circa la capacità del governo federale di riscuotere le tasse si ridurrebbe il rating delle obbligazioni.

Anche una minima riduzione potrebbe far alzare i tassi d’interesse abbastanza da rendere il debito degli Stati Uniti non rimborsabile.

Andiamo al sodo: come poter evitare di pagare le tasse quando l’IRS (agenzia delle entrate Americana, NdT) le trattiene i nostri stipendi aggiungendo circa il 15% in più del necessario (poi l’80% delle persone ottiene un rimborso)? Una coincidenza?

No, è un prestito senza interessi di un anno preso dai contribuenti.

In realtà è abbastanza semplice non pagare le tasse. Basta procurarsi un modulo W-4, scrivere ESENTE nell’apposito spazio e consegnarlo al vostro ufficio Risorse Umane. Al datore di lavoro non è consentito cambiare niente se non dietro precisa indicazione dalla IRS.

Normalmente non hanno alcun motivo per contestarlo.

Ecco cosa è successo l’ultima volta che è stato sperimentato su vasta scala: nel 2007 Code Pink si unì alla War Resisters League per organizzare un progetto nazionale di rifiuto della tassa di guerra per “fermare le guerre di Bush”. Non fu una vera e propria rivolta fiscale, ma più che altro un referendum per comprendere quante persone avrebbero potenzialmente aderito a trattenere simbolicamente una certa cifra dalle tasse dovute. La petizione online chiese alla gente se fosse disposta a trattenere volontariamente dalle tasse dovute anche solo 1 dollaro se almeno altre 100.000 avessero accettato di fare lo stesso. Su una popolazione di 316 milioni di persone, quanti credete abbiano firmato la petizione? Circa 2.000.

Quindi, come potete vedere, non ci sono molti segnali che la gente sia disposta a fare l’unica cosa che potrebbe realmente fermare l’Impero: una vera e propria rivolta fiscale alla Tea Party.

Questo significa che l’Impero continuerà a prosperare, che il debito continuerà ad accumularsi senza mai poterlo ripagare e che quindi il collasso totale è inevitabile.

Le conseguenze di un collasso totale sono imprevedibili: forse ci sarà un atterraggio morbido, forse no. Ma se non si è disposti a impegnarsi in una qualche forma di rivolta fiscale, il crollo finale non si potrà evitare.

Dovrete scegliere tra due cose: impegnarsi in una rivolta fiscale ora o affrontare il crollo futuro.

Siete sicuri di voler tentare la sorte del crollo? I risultati di una rivolta fiscale individuale sono prevedibili: punizioni con sanzioni e interessi applicati dalla IRS; vivere nella paura di vedersi portare via stipendio, beni, proprietà e anche la casa dagli agenti federali (anche se queste misure estreme non avvengono tanto spesso, ma basta solo il pensiero ad instillare in noi la paura).

Forse perderemo i nostri beni e forse anche il lavoro.

Perdere il posto di lavoro porterebbe alla depressione, a un divorzio, alla droga e all’alcol, ecc. Così finiamo con il preferire il crollo: dopotutto si tratta solo di perdere i propri risparmi, non avere elettricità e riscaldamento per la casa, non avere più nessuno che raccoglie i rifiuti urbani, trovare negozi saccheggiati o chiusi, vedere in giro bande armate che pattugliano le strade.

A voi la scelta.

Comunque il collasso potrebbe anche finire bene! Nel cuore di un americano fiorisce sempre la speranza. Siamo o non siamo (o meglio – eravamo) le persone del “We Can”?

Chissà, magari sappiamo crollare meglio di chiunque altro.

Ci vengono tuttavia dei dubbi dopo aver letto la presentazione di Dmitry Orlov – Collapse Gap.

E’ probabile che le conseguenze del crollo prossimo venturo saranno peggiori di quelle di una rivolta fiscale oggi. Soprattutto dal momento che all’IRS ci vogliono anni per arrivare ad identificare dei finti “ESENTI”. E sarebbe più difficile da reprimere se fosse fatto in massa. Ma è perfettamente comprensibile scegliere di non fare nulla e attendere le conseguenze future, mettendo a tacere la propria coscienza impegnandosi in proteste inutili e inefficaci.

Probabilmente avete una famiglia da mantenere, o un hobby costoso, o qualche altra scusa.

Così si decide di tentare la sorte del collasso futuro. In fondo per voi il collasso potrebbe rivelarsi un fatto positivo, chissà.

Questa psicologia è abbastanza comprensibile. Spero davvero che questo crollo sia indolore come si spera, ma chissà perché ne dubito.

Buona fortuna, però!

Qualunque cosa accada, dovrete vivere per tutta la vita, sia essa lunga o breve, accettando le conseguenze della decisione che avrete preso.

sabato 6 dicembre 2014

Il mondo di mezzo è lercio. Ma il mondo 'di sopra'?

I magistrati che hanno avviato la clamorosa inchiesta sull'intreccio tra malavita, politica e affari nella Capitale, hanno chiamato questa operazione "Mondo di mezzo".
La denominazione è stata mutuata dall'intercettazione di un boss della fascio-malavita che così definiva la propria "posizione di rendita". Ci sono quelli che stanno sopra e quelli che stanno sotto, nel mondo di mezzo ci sono quelli chiamati a fare il lavoro sporco a favore del "mondo di sopra" a tutto discapito di quelli di sotto. Sintesi perfetta, ancorché involontaria, del ruolo storico dei fascisti: braccio armato dei padroni (un secolo fa i latifondisti e poi gli industriali, oggi palazzinari e finanzieri).

A fare questo lavoro sporco, come abbiamo denunciato e documentato in questi quattro anni su Contropiano, c'è un'area grigia fatta da malavitosi e fascisti, mazzieri e pistoleri, soldati e boss che interagiscono con "la politica", il mondo delle imprese - cooperative, industriali, finanziarie o di servizi - o le aziende municipalizzate per ottenerne benefici economici in cambio di fette di consenso politico, gestione dei "problemi" non sempre risolvibili a rigor di legge, ecc. Con le spicce quando serve, oliando con i soldi funzionari, dirigenti, assessori o sindaci quando è possibile; e in modo totalmente trasversale con la destra (dove ci sono vecchi amici e camerati), con la "sinistra" (dove identità e dignità politiche sono state soppiantate da figure mediocri ma rampanti).

Il mondo di mezzo appare dunque lercio per autodefinizione, soprattutto quando è fatto da personaggi (fascisti o meno che siano) che animano i pogrom contro immigrati e rom nelle periferie e poi si scopre che ci campano sopra, gestendo il "business dell'accoglienza".
"Si guadagna di più con gli immigrati che con il traffico di droga", dice in un'intercettazione uno degli arrestati, a modo suo un boss dell'"assistenza sociale", nuova e purulenta piaga coincidente con aziende e cooperative del "terzo settore", l'unico beneficiario - privato - dello smantellamento del welfare e dei servizi sociali pubblici. Quello a cui Renzi vorrebbe affidare tutto in nome di una sussidiarietà alla rovescia, tanto per intendersi; eliminando lo Stato a favore dei "mezzani".
Ma questo è ancora soltanto il mondo di mezzo.

Dalla conferenza stampa della Procura di Roma la sensazione è che sia ancora poca roba.
Manca infatti il convitato di pietra: il mondo di sopra, quello citato esplicitamente da Carminati come il "committente" della sua personalissima "intermediazione non convenzionale".
Diciamola così: è possibile un'indagine a Roma sull'intreccio tra malavita, affari, politica, amministrazioni locali, aziende del terzo settore, che non incontra mai i palazzinari?
Può tenere fuori il nucleo centrale di quella borghesia romana atipica che su rendita fondiaria e cemento ha fondato fortune e imperi economici che fanno ancora il bello e il cattivo tempo nella Capitale?
Si può evitare di vedere quelle cene o feste di compleanno in cui trovi insieme assessori di destra o "di sinistra", consiglieri regionali-provinciali-comunali "ambidestri" e costruttori vecchi e nuovi, magari imbronciati tra loro e bisognosi di un "aiutino", un terreno da rendere edificabile, uno scambio?
E si può evitare di dare un'occhiata al piano regolatore della Giunta Veltroni o alle varianti urbanistiche di Alemanno e Polverini, in parte riprese anche da Zingaretti, che hanno gettato sul territorio milioni di metri cubi di cemento, tirando su palazzi senza servizi che oggi rimangono vuoti in attesa di tornare utili per qualche "emergenza" o una banale "sanatoria"?

Ci permettiamo di suggerire alla Procura di Roma un "allargamento di vedute" nelle inchieste sul malaffare a Roma, nel rapporto tra costruttori, politica, malavita e amministrazioni locali.
Ad esempio: la vicenda dei Piani di Zona per l'edilizia convenzionata, esplosa di recente anche sul piano giudiziario, o dei fondi Sgr sulle case degli enti previdenziali, allargherebbe sicuramente l'orizzonte dal mondo di mezzo al mondo di sopra.

Sarebbe utile buttare un occhio sulla vicenda dei Punti Verde Qualità, delle cui opportunità di business si parla esplicitamente in una telefonata tra l'imprenditore "nero" Mokbel e il boss della malavita del litorale, Fasciani.

Sarebbe interessantissimo non lasciar andare in prescrizione le indagini sui biglietti dell'Atac clonati, distribuiti parallelamente a quelli ufficiali, che hanno fruttato 68 milioni di euro ai "fortunati" beneficiari (bipartisan, naturalmente), invece che alle casse di una azienda municipalizzata di trasporto oggi alle prese con un deficit stellare.

Sarebbe auspicabile dare un'occhiata da vicino ai concessionari e proprietari della "Las Vegas" di case del gioco d'azzardo legalizzato, delle palazzine gonfie di slot machine, dei casinò all'amatriciana, sorti come funghi nelle ex fabbriche e capannoni della Tiburtina Valley, della Prenestina, ecc.

Sarebbe opportuno incrociare le indagini con la Corte dei Conti per sapere perché, se il Ministero dei Beni Culturali decreta che l'aggio dei concessionari privati nelle attività di gestione dei beni archeologico-culturali non deve superare il 30%, ben il 68% del valore di ogni biglietto per il Colosseo o altri musei riempie le casse di società private invece di quelle pubbliche.

Sarebbe sensato anche verificare la correttezza del progetto per l'Autostrada Roma-Latina (già prenotata in "concessione" ai privati) e la cui gara di assegnazione dei lavori vede i grandi del mondo di sopra asfaltare i piccoli del mondo di sotto.

Infine, ma non per importanza, sarebbe opportuno andare a vedere un po' più da vicino il mondo delle cooperative, in cui sono prosperati specularmente precarietà per chi ci lavora, arricchimenti personali degli amministratori e degrado dei servizi sociali offerti al posto dei servizi pubblici.

Ci sarebbe dunque tanto, tanto materiale per esplorare da dentro anche il "mondo di sopra". Per i magistrati si pone però un problema. Il governo, ad esempio, ha varato due decreti - Il Decreto Lupi sulla casa e il Decreto Sblocca Italia - che consegnano nella mani del "mondo di sopra" tutte le carte da giocare, impippandosene dei "lacci e lacciuoli" previsti dalla legge. Su entrambi incombe l'indignazione popolare. E sul secondo anche le preoccupazioni dell'Autorità Anticorruzione, visti i varchi che offre al riciclaggio di denaro.

Ma se queste sono le leggi, questa diventa la legalità formale. E se queste sono le regole, siamo ormai di fronte e dentro un sistema, una governance della politica, dell'economia e della società. Diventa allora troppo facile dare in pasto all'opinione pubblica il solo mondo di mezzo salvaguardando però il Mondo di sopra.

Questo mondo di sopra si presenta ormai come "nè di destra, né di sinistra", è contemporaneamente fascista e sedicente antifascista (come disse un lungimirante Pasolini).

E' il mondo degli interessi materiali di quelli che vivono, appunto, nel mondo di sopra e che - per gestire i sempre conflittuali rapporti tra il proprio mondo e "quelli di sotto" - hanno arruolato da sempre un lerciaio di mercenari, mazzieri e mercanti per "mantenere le distanze". Anche a Roma.

venerdì 5 dicembre 2014

Ma chi volete prendere ancora in giro?

Chi riesce a dire con venti parole ciò che può essere detto in dieci, è capace pure di tutte le altre cattiverie”. Secondo Giosuè Carducci, è impossibile che l’oratoria possa avere riscontri concreti. Per giunta, il poeta italiano diffidava dall’accogliere in buona fede le dialettiche forbite, indicandole persino come conseguenza di nefaste iatture. Di certo c’è che le fandonie stiano a zero e che il pragmatico debba almeno coincidere con l’esposizione argomentata dei presupposti, oppure che addirittura la superi. Peccato però che la partitocrazia nostrana – la più alta cristallizzazione della retorica -, al netto delle raccomandazioni del letterato toscano, abbia sterzato verso un’altra direzione. Fangosa e stagnante. Cialtrona e sesquipedale. Negligente e sovrastrutturale. Un apparato non intento a sbrogliare i nodi scorsoi al collo di una collettività deperita di occupazioni e di sussistenza e defraudata di identità nazionale e di sovranità assoluta. Incentivato piuttosto a circuire il prossimo con risuonanti sermoni ed ars dictandi da soloni, grazie soprattutto all’ignavia diffusa della società civile, imborghesitasi nel corso degli anni ed ossidatasi nella pilotata consapevolezza che le circostanze non varieranno. Forse però la scadenza sta incalzando, le castronerie ad orologeria per l’accattonaggio elettorale non sortiranno effetti a lungo termine, né nel breve periodo. Perché il ridicolo ha un limite. Perché la decenza richiede accortezza. Perché tra le ceneri l’araba fenice del malcontento popolare si sta lentamente rivitalizzando.

Ergo, difficile che Matteo Renzi possa perpetuare questa strategia della persuasione ancora per molto. Le sue copiose chiacchiere al congresso del Partito Democratico di domenica scorsa sono indice di un’instabilità che dalla base comincia a denotare crepe nella tattica dell’ex sindaco di Firenze. In principio, ribadire che i consensi proseguano a navigare col vento in poppa verso quel 40% raggiunto alle ultime europee, è sintomatico di un’incertezza sulle potenzialità future di intercettare preferenze con un lauto margine di vantaggio sul resto dell’offerta politica. È una diplomaticamente velata presa di coscienza dell’inquietante inoperosità sui contenuti, non auspicata dagli opinionisti al soldo dei colletti bianchi e dei burocrati capitolini, bensì annunciata dal buon senso di alcune voci lontane dai giochi di potere. Successivamente, appare denso di sfumature ombrose il monito per redarguire le recenti preoccupazioni di Silvio Berlusconi. Il padre putativo di Forza Italia, invece di applicarsi sull’attuazione del Patto del Nazareno, viene accusato da Renzi di aver smarrito la via tracciata reciprocamente nell’ormai lontano gennaio 2014, perché ispirato a reperire curricula adatti ad insediarsi al Quirinale per succedere a Giorgio Napolitano.

Quel “Sì, Berlusconi sta al tavolo ma non dà più le carte” spalanca due diramazioni. La prima è in virtù della falsità della sua (effimera) convinzione di facciata, in quanto Silvio persevera a dettare i tempi, le modalità e gli sviluppi dell’accordo; altrimenti, dall’alto della sua politicante esperienza, non avrebbe mai accettato di accomodarsi al tavolo di una trattativa formalmente istituzionale, ma celatamente mediatica ed affaristica. La seconda evidenzia che Renzi si sia autonomamente smontato: ammesso pure che da qui in avanti Berlusconi non imponesse il suo volere, significherebbe che prima d’ora l’intera pattuizione fosse orientata a tutelare giuridicamente e politicamente gli interessi di Mister B., non garantendo agli italiani la certezza di un parlamento e un governo certi ed operativi sin dal post-urne, in sintesi alla fantomatica legge elettorale che sembrerebbe vedrà la luce entro il prossimo bimestre (bah!).

giovedì 4 dicembre 2014

Tasse, privatizzazioni e via il contante: Renzi, cioè Monti

Il monopolio delle multinazionali contro il sistema delle piccole e medie imprese, da caricare di tasse. Maxi-torta in arrivo: lo smantellamento dei servizi, da “regalare” ai grandi gruppi dopo aver smantellato il Titolo V della Costituzione, che ne tutela il controllo pubblico ancora affidato a Comuni e Regioni. E infine, la sparizione del denaro contante: fine della privacy nelle transazioni commerciali e «tracciabilità di tutti gli acquisti dei cittadini come nemmeno in Unione Sovietica accadeva». Sbucci Renzi e scopri Monti, sostiene Marcello Foa: il “bomba”, quello delle «promesse che non si realizzano mai», è stato piazzato a Palazzo Chigi al posto di Letta, troppo timido sul fronte della privatizzazione dello Stato, e ovviamente dopo Monti, penalizzato dall’immagine del rigore assoluto. Renzi? Fa la stessa politica di Monti, ma col sorriso. E, a differenza del predecessore, grazie al suo «ego ipertrofico» va avanti, distraendo gli italiani a suon di retorica e propaganda, in modo che nessuno capisca quello che sta avvenendo veramente, cioè il dominio definitivo dei poteri forti, a spese dei cittadini.

«La politica economica di Renzi – scrive Foa nel suo blog sul “Giornale” – non è volta a difendere e incentivare la piccola e media impresa italiana, ma è favorevole soprattutto alle multinazionali, smaniose di trasformare ancor di più l’Italia in una Renzi e Montiriserva di talenti e di professionisti a buon mercato». Non è un caso che Renzi prediliga le sedi delle multinazionali nelle sue uscite pubbliche, prodigandosi in elogi nei loro confronti. «Ed è significativo l’atteggiamento elusivo del suo governo sui licenziamenti alla Thyssen Krupp: premuroso con i grandi gruppi, retorico e inconcludente con le piccole e medie imprese italiane». La verità? Più tasse e meno mercato. «Scusate, ma io i tanto promessi alleggerimenti fiscali e burocratici proprio non li vedo. Semmai, come ai tempi di Monti, assistiamo al moltiplicarsi di balzelli indiretti e occulti», come «la riforma per far pagare il canone Rai a tutti attraverso la bolletta della luce», esteso ai proprietari di case sfitte o di seconde o terze case. Ancora una volta, «emerge la volontà centralista vessatoria che caratterizza l’operato dei governi dalla caduta di Berlusconi in poi».

Quindi, le privatizzazioni. Renzi ha predisposto la riforma del Titolo V: «Se passasse, permetterebbe al premier di privatizzare tutte le municipalizzate del settore delle utilities, con la conseguenza che ben conosciamo: non di liberalizzare e mettere in concorrenza più fornitori, ma di sostituire un monopolio pubblico con un monopolio privato, com’è inevitabile quando per la tipologia del servizio la concorrenza è di fatto impossibile». Valga l’esempio delle autostrade cedute ai privati: da Roma a Milano ne esiste solo una, o prendi quella o percorri le statali. Il mercato dov’è? Per molte utilities la situazione è analoga. Infine, si aggiunge la mazzata dell’abolizione del contante, come spiega Enzo Pennetta sul blog “Critica Scientifica”. Primo passo, informatizzare il paese – e sin qui, ok. Poi viene annunciato che si procederà all’eliminazione dello scontrino per Marcello Foaottenere la “tracciabilità totale”, «notizia criptica ma vagamente liberatoria». Quello che non viene detto, sottolinea Pennetta, è che questo significa procedere all’eliminazione del contante.

«La tracciabilità assoluta e il superamento della necessità dello scontrino – scrive “Critica Scientifica” – non si possono conseguire che eliminando la possibilità di pagare in contanti, cosa che avrebbe dovuto essere detta con chiarezza». E così, senza neanche nominare il contante, è stato dato l’annuncio della sua prossima eliminazione. Notizia sfuggita al “Corriere della Sera”, che ha pubblicato per primo l’annuncio di Renzi, ma anche ai 58 lettori del “Corriere” che hanno commentato l’articolo. Nessuno ha intuito qual è la vera posta in gioco. E chi aveva proposto l’abolizione del contante? Mario Monti, risponde Foa, osservando che l’eliminazione del cash equivale alla cancellazione definitiva di ogni forma di privacy: saranno millimetricamente tracciati tutti gli acquisti dei cittadini, come non accadeva nemmeno in Urss. «Domenico Idone, su “Twitter”, mi ha ricordato questo articolo. Era il 2012 e Renzi diceva: “Sarò il Monti bis”. Ancora dubbi?».

mercoledì 3 dicembre 2014

Il disastro prossimo venturo

L'economia mondiale continua a crescere, laddove riesce ancora a crescere (come in Cina e negli Stati Uniti) grazie ai debiti pubblici accumulati negli ultimi anni e grazie ai finanziamenti agevolati o a fondo perduto concessi dalle banche centrali alle banche ordinarie. A questi due elementi si deve aggiungere, in particolare negli Usa, l'indebitamento cronico delle famiglie da sempre abituate a chiedere soldi in prestito per comprare casa o più semplicemente per consumare. E' un sistema che può durare finché vi è una crescita economica sufficiente e continua ma che in una fase di recessione come questa non può che essere sempre sul punto di implodere su stesso. Alla fine infatti ci sarà sempre qualcuno che si rifiuterà di prendere tra le dita il classico cerino acceso, il quale, purtroppo, nel frattempo avrà già ustionato non pochi dei suoi possessori. Le misure messe in atto finora, all'insegna dell'austerità, dai governi e dalle banche centrali europee si sono mostrate inadeguate. In Italia, tanto per dirne una, la revisione e la razionalizzazione della spesa hanno prodotto scarsi risultati. Se il disavanzo è sceso, apparentemente, sotto il 3% del Pil, il che ci fa rientrare sotto il tetto stabilito dal Patto di Stabilità, il debito pubblico resta al 135% ed è quello che, grazie ai rendimenti dei titoli decennali, contribuisce a determinare lo spread con i Bund tedeschi. Se Sparta (si fa per dire) piange, Atene non ride. La Grecia, nonostante i suoi governi abbiano offerto tutte le ricchezze del Paese (ed anche altro) alla voracità della Troika (Fondo Monetario internazionale, Bce e Commissione europea), non è riuscita a rimettersi in sesto. Il debito pubblico resta al 180%, cifra più, cifra meno. E sono sempre più insistenti le voci e i timori che la bancarotta sia dietro l'angolo e con essa, a seguire, l'uscita dall'euro con tutte le inevitabili conseguenze per la moneta unica che ne potrebbe essere travolta. Un euro, nel cui sistema, è bene sempre ricordarlo, la Grecia fu in grado di entrare dopo che i “tecnici” della Goldman Sachs (di cui Mario Draghi fu vicepresidente per l'Europa) offrirono la propria consulenza per truccare i conti pubblici e presentare la situazione economica migliore di quello che fosse in realtà. Si tratta della stessa Goldman Sachs, salvata dal fallimento grazie ai soldi di Obama, che ha speculato massicciamente contro i titoli italiani con l'intento di indebolire l'euro. Due obiettivi apparentemente opposti ed inconciliabili ma che trovano la loro ragione di essere nella ricerca sistematica del profitto. Il capitalismo, anglofono, europeo o asiatico che sia, non riconosce infatti né patrie né frontiere. Il mercato globale da esso sostenuto comporta la possibilità di spostare a piacimento i capitali, in cerca di un guadagno, allo stesso modo delle materie prime, dei prodotti finiti e della forza lavoro. La Bce, dopo aver tagliato i tassi di interesse fino al minimo storico dello 0,15 per cento, e dopo aver annunciato altri operazioni “non convenzionali”, in sostanza offrendo altri soldi alle banche, pensa adesso all'acquisto di titoli pubblici a lungo termine. Un cambio radicale di strategia perché finora ci si era limitati a comprare quelli fino a 3 anni, lasciando questa incombenza al Fondo europeo salva Stati. Una dimostrazione evidente del fatto che il timore diffuso è appunto quello di una implosione dell'euro che partirebbe da Grecia o Italia con i rispettivi titoli pubblici decennali che finirebbero fuori mercati perché nessuno vuole più comprarli perché non crede alla loro solvibilità futura. Negli Usa nel frattempo ci si prepara al solito teatrino al Congresso tra democratici e repubblicani per alzare il tetto “legale” del debito pubblico. Un teatrino al quale si assiste inevitabilmente prima di Natale e prima della chiusura estiva. Le ultime speranze di una inversione di tendenza sono offerte dal mega piano di investimenti in opere pubbliche finanziato dall'Unione Europea e dalla Banca europea degli Investimenti che ne sarà il braccio finanziario. Una svolta “keynesiana” che molti si aspettavano ed auspicavano ma che in Italia, come in passato, rischia di trasformarsi in una occasione di magna magna per le banche e per le solite consorterie nazionali e locali che cercheranno di arraffare quanto più è possibile, fregandosene altamente del nostro futuro economico.

martedì 2 dicembre 2014

Siamo persone o consumatori?

Consumare, consumare sempre ad ogni ora del giorno e della notte, un continuo e martellante messaggio. Non siamo più persone, siamo solo consumatori nella mani dei pubblicitari, degli industriali, dei politici che ci dicono che se non consumiamo il paese va allo sfascio, la crisi si aggrava, ci saranno disoccupati e disperazione. Quindi dobbiamo consumare e qualsiasi gesto, pensiero e parola deve avere l’acquisto come obiettivo, come se fosse ossigeno indispensabile per vivere. Centinaia di miliardi di euro investiti in pubblicità mentre gran parte del mondo al di fuori delle nostre società vetrina si dibatte fra sofferenza, fame e miseria. Una imponente macchina per fabbricare illusioni ci induce a comprare di tutto e soprattutto quello che non ci serve, che andrà buttato, che dopo un po’ non ricorderemo nemmeno di avere, abbandonato in qualche cassetto o in qualche soffitta di case strapiene di oggetti. Presi da una spirale dove la parola fine non esiste, tramandiamo questa nefasta tradizione ai nostri figli pensando così di non farli sentire inadeguati rispetto agli altri, senza riflettere che li stiamo facendo semplicemente diventare dei tossicodipendenti da consumo e a loro volta passeranno la vita a comprare, magari indebitandosi e pensando che senza il consumo non sono nulla. Mostreranno la loro auto o l’ultimo modello di smartphone alle persone che vorranno impressionare e che ovviamente li considereranno per quello che hanno e non per quello che sono. Si stupiranno se verranno abbandonati per chi ha più di loro. Da anziani verranno lasciati nelle mani di una badante perché se tutto si compra, meglio pagare una persona estranea che regalare affetto e vicinanza gratuita, aspetti questi che tra l’altro non fanno nemmeno crescere il PIL.
Ma che senso ha tutto ciò? C’è un limite, una fine a questa folle corsa verso il consumo della propria esistenza imprigionata da oggetti da comprare? Il consumismo è una droga e come tale va trattata, tossica e nociva che annebbia la mente e indebolisce il corpo. Chi continua a dire che dobbiamo consumere, va considerato come uno spacciatore di illusioni a caro prezzo e di indebitamento. Della droga del consumo meno se ne fa uso e meglio si sta. Meno consumo, meno bisogno di soldi, meno bisogno di soldi e meno bisogno di lavoro, meno bisogno di lavoro e più tempo per le relazioni, più ricchezza umana e spirituale. In altre parole meno consumo e più vita

lunedì 1 dicembre 2014

Propaganda e realtà

Con una tem­pi­stica assai sospetta, ieri mat­tina alle 9 e mezza il mini­stero del Lavoro ha reso pub­blica «un’anticipazione dei dati sulle Comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie rela­tivi al terzo tri­me­stre del 2014». Mezz’ora dopo — «come da pro­gramma reso noto anno per anno» — l’Istat ha dif­fuso i dati sugli occu­pati del mese di otto­bre. E alla stessa Istat — nono­stante lo scio­pero dei pre­cari in attesa di rin­novo che ha fatto sal­tare la pre­sen­ta­zione del bol­let­tino — ammet­tono di non ricor­dare un altro caso di comu­ni­cato del mini­stero, spe­cie se in con­tro­ten­denza con i loro dati.

Numeri «come mele e pere, da non met­tere assieme»: nel primo caso riguar­dano i con­tratti avviati da luglio a set­tem­bre; nel secondo il saldo delle per­sone che risul­tano occu­pate nel mese di otto­bre. Dati che difatti hanno un segno pra­ti­ca­mente opposto.

Lecito dun­que pen­sare che il mini­stero del Lavoro abbia voluto dare una buona noti­zia — «oltre 400mila nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato in tre mesi con un aumento del 7,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno pre­ce­dente» — anti­ci­pando i dati nega­tivi dell’Istat. Il tasso di disoc­cu­pa­zione tocca un nuovo mas­simo sto­rico: 13,2 per cento, in aumento di 0,3 punti per­cen­tuali rispetto al mese pre­ce­dente e di 1,0 punti nei dodici mesi. Così come cala il tasso di occu­pa­zione — al 55,6 per cento, meno 0,1 punti rispetto al mese pre­cen­dente. La disoc­cu­pa­zione gio­va­nile — Under 25 — è pari al 43,3 per cento, in aumento di 0,6 punti per­cen­tuali rispetto al mese pre­ce­dente e di 1,9 punti nel con­fronto tendenziale.

Se «mele e pere non sono para­go­na­bili», il frut­teto è sem­pre lo stesso: il mondo del lavoro in Ita­lia, che non se la passa di certo bene. La verità sta nel mezzo. I dati dell’Istat sono obiet­ti­va­mente molto nega­tivi, ma ne con­ten­gono uno posi­tivo: la dimi­nu­zione degli inat­tivi — coloro che un lavoro non lo cer­ca­vano nean­che — dello 0,2 per cento rispetto al mese pre­ce­dente (-32mila unità) e del 2,5 per cento rispetto a dodici mesi prima (-365 mila). «Un dato che è sin­tomo di una mag­giore mobi­lità del mer­cato del lavoro, seb­bene in un qua­dro alta­mente alta­le­nante», fanno sapere dall’istituto. Per il resto i dati del terzo tri­me­stre dell’Istat sono «non desta­gio­na­liz­zati» e quindi poco attendibili.

D’altra parte, nello stesso comu­ni­cato del mini­stero del Lavoro ci sono dati tutt’altro che posi­tivi. Le ces­sa­zioni dei rap­porti di lavoro da luglio a set­tem­bre sono state 2milioni 415mila, con una aumento dello 0,9 per cento rispetto all’anno pre­ce­dente. Tra le cause di ces­sa­zione che spie­gano anche l’aumento dei nuovi con­tratti — va sot­to­li­neato il deciso aumento di pen­sio­na­menti: addi­rit­tura il 55 in più rispetto al 2013.
Ma il segno «più» basta al governo per lasciarsi andare alla pro­pa­ganda, affer­mando che «que­sti dati, in con­ti­nuità con quelli rela­tivi al secondo tri­me­stre, con­fer­mano che il cosid­detto decreto Poletti ha pro­dotto l’esito che era auspi­ca­bile, cioè un incre­mento dei con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato e dei con­tratti di apprendistato».

Da Cata­nia invece Renzi con­ti­nuava con la disin­for­ma­zione: «Il tasso di disoc­cu­pa­zione ci pre­oc­cupa ma guar­dando i numeri il dato di occu­pati sta cre­scendo. Da quando ci siamo noi ci sono 100mila posti di lavoro in più», nascon­dendo invece che da quando è in carica il suo governo (marzo) i posti sono in calo di 31mila unità.

La situa­zione la spiega bene il pro­fes­sor Carlo Dell’Aringa, stu­dioso della mate­ria e ora par­la­men­tare della mino­ranza dia­lo­gante del Pd. «In que­sta situa­zione i dati sono sog­getti a parec­chie acci­den­ta­lità: siamo costretti a mani­fe­stare entu­sia­smo un mese e coster­na­zione il mese suc­ces­sivo». Per Dell’Aringa «una certa ten­denza da parte dell’imprese a sce­gliere con­tratti più garan­titi rispetto al pas­sato, sosti­tuendo quelli pre­cari con tempi deter­mi­nati, comun­que c’è». Allo stesso tempo «è facile pre­ve­dere che i nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato negli ultimi mesi dell’anno saranno ridotti in attesa dell’entrata in vigore del Jobs act — col con­tratto a tutele cre­scenti — e della legge di sta­bi­lità — con gli sgravi fiscali sulle assun­zioni». Il qua­dro però è ancora scon­for­tante. «Anche la dimi­ni­nu­zione degli inat­tivi è dovuta alla dispe­ra­zione della povertà che porta tutti — spe­cie al Sud — a cer­care un lavoro pur­ché sia: un aumento dell’offerta di lavoro, un fun­zio­na­mento mar­gi­nale della peri­fe­ria, men­tre il cen­tro del lavoro è ancora in gran­dis­sima sof­fe­renza, come dimo­strano i dati sugli ammor­tiz­za­tori sociali».