domenica 9 novembre 2014

La truffa elettorale dell'Italicum

La legge elettorale torna in pista. Serve farne una, dicono, visto che la sentemza di gennaio, emessa dalla Corte Costituzionale, ha cancellato i due pilastri del "porcellum" calderoliano - lo stesso tizio che ora minaccia la "legge del taglione" contro i centri sociali, per dire di che pasta costituzionale è fatto - ovvero l'impossibilità di esprimere preferenze e le liste bloccate dai vertici dei partiti, riservate a fedeli e cortigiani.

In pratica, se si dovesse andare a votare in primavera - come pare possibile, se Renzi andrà a sbattere contro le sue stesse forzature, fatte con una maggioranza parlamentare incollata con lo sputo - si voterebbe col sistema proporzionale puro. E sarebbe impossibile qualsiasi ricatto a partti o movimenti medi e grandi e piccolissimi. Quindi la formazione di un governo avverrebbe con le alchimie proprie di alleanze da consolidare dopo il voto, senza garanzia preventiva per nessun "boss" di uscirne vincitore.

Ma l'Italicum renzusconiano, vero cuore del "patto del Nazareno", col premio di maggioranza alla lista o alla coalizione (questione appassionante come una puntata di Virus), è un pateracchio inguardabile apertamente anti-costituzionale. Quindi parte certamente già bocciato quando il quesito arriverà al giudizio della Consulta.

Che senso ha allora fare una tornata elettorale con un sistema anticostituzionale? Serve a produrre un parlamento illegittimo come l'attuale, ma obbediente ancora più dell'attuale (semplicemente esautorato dalle prescrizioni dell'Unione Europea e dai voti di fiducia imposti dal governo, ma ancora capace di "sorprese", sia pur per motivi più spesso ignobili che nobili).

Con un Parlamento spianato sulla volontà dell'esecutivo si potrebbe insomma più agevolmente cambiare la Costituzione e quindi - tra l'altro - abolire preventivamente anche il verdetto negativo della Corte Costituzionale (la legge elettorale sarebbe a quel punto legittima secondo la nuova Carta, anche se illegittimo secondo quella nata dalla Resistenza).

Il "golpe" istituzionale può riuscire senza scossoni, oppure infrangersi ancora una volta contro le contraddizioni interne al blocco di potere. L'opposizione sociale non è infatti in grado di imporre alcunché, su questo piano; e quella politico parlamentare è affidatata alle scarse capacità (e numeri) dei Cinque Stelle o di Sel.

Ma proprio nel blocco di potere crescono i dubbi. E se dobbiamo prendere gli editoriali del Corriere della Sera - come sempre è avvenuto - come un pollice verso o un ok, allora stavolta Renzi è decisamente fuori dall'accettabile, anche per la borghesia italiana più cinica.

venerdì 7 novembre 2014

Il "cambio di paradigma" squassa l'Occidente

L'esplosione dello scontro tra “Europa tedesca” e “Europa alleato dell'America” ha preso corpo in questi giorni con gli attacchi contro Mario Draghi (presidente della Bce) e lo “scandalo fiscale” del Lussemburgo, che rischia di travolgere in neo-presidente della Commissione Europea (il “governo” della Ue), Jean-Claude Juncker.

Un conflitto latente da tempo diventa quasi esplicito perché irrisolto. E probabilmente irrisolvibile in modo diplomatico, o comunque indolore.

Ma questo conflitto non può e non deve essere analizzato “personalizzando” le ragioni dello scontro. A determinati livelli i massimi dirigenti sono “agenti intelligenti” di interessi strutturati di enorme potenza; le idee personali non contano nulla.

Diversi editoriali sui media padronali, in questi giorni, stanno cercando di definire i contorni della crisi europea, le ragioni di un arresto nel “progresso” che volge ormai in declino palese. La concomitanza con i 25 anni dalla “caduta del Muro” rendono queste riflessioni preoccupate, inevitabilmente, una sorta di bilancio sulla strada fatta dal modo di produzione capitalistico in quest'area. Negativo, ovviamente, al di là dei dati sulla crescita economica nei primi 15 anni del quarto di secolo.

Si sta cominciando a prendere atto, insomma, del sostanziale fallimento del capitalismo neoliberista proprio sul fronte che ne aveva sancito la vittoria ideologica e fatto acquisire consenso di massa: la promessa di maggiore benessere per tutti, una volta eliminati i “lacciuoli” che rallentavano l'iniziativa privata.

La retorica dell'establishment canta ancora questa canzone, non ne conosce altre. E le “prescrizioni” dell'Unione Europea ai singolli Stati, specie sulla questione del debito pubblico, sembrano indifferenti all'evolvere negativo dei tempi. Ma il numero di quanti vi credono inizia vistosamente a diminuire. Non solo – e fortunatamente – tra le varie figure del mondo del lavoro dipendente (ormai quasi per intero accomunato nella condizione della precarietà universale), ma anche tra gli analisti più accorti.

Apriva in qualche modo le danze Carlo Bastasin, sul confindustriale IlSole24Ore. L'intento del “pezzo” è indicare un'altra via per l'Unione Europea, fuori dal suicidio volontario dell'austerità, in linea con le parole (e non molto altro) del governo Renzi. Ma la costruzione del ragionamento mette in luca alcuni paletti strutturali che ci sembra il caso di sottolineare:

Per almeno 30 anni, il debito pubblico ha assorbito il potenziale latente di instabilità politica. Se in Grecia, Spagna o Portogallo era servito a comprare consenso per le nuove democrazie emerse dalle dittature, in Italia e Germania aveva anche compensato le fratture geografiche interne ai due Paesi. La tenacia tedesca nel denunciare i pericoli dei debiti pubblici, che oggi sono politicamente meno giustificati, non va dunque sottovalutata. Ma globalizzazione e tecnologia hanno stravolto le coordinate, lo spazio e il tempo, del contratto sociale.

La “tenuta sociale” del modello europeo del dopoguerra – questo il succo – è stata garantita dal welfare, perché la mediazione sociale si fa con risorse finanziarie, non a parole. È stata fatta insomma di edilizia popolare, pensioni, ammortizzatori sociali, sanità pubblica, istruzione gratuita o quasi, diritti del lavoro, salario contrattato conflittualmente, possibilità di far rappresentare interessi “popolari” sul piano politico (“riformisticamente”, per carità...), ecc.

Questo ambiente sociale è venuto meno o sta collassando sotto la necessità (del capitale) di aumentare la competitività all'interno di quest'area, oltre che negli Stati Uniti e in Giappone, e fra aree continentali e monetarie diverse.

La competizione tra capitali taglia i costi inutili, si sa. Per prima cosa il welfare, quindi la mediazione sociale. Quindi il consenso al sistema. Pochi anni di globalizzazione sono stati sufficienti a determinare una corsa feroce alla compressione dei costi nelle e delle “democrazie oncidentali”, per renderli comparabili a quelli esistenti nelle “economia emergenti”. Parallelamente anche la qualità di queste “democrazie” cominciava a scadere per diventare comparabile con i sistemi di governance esistenti in quei paesi (la “riforme costituzionali” sono l'altra faccia delle “riforme strutturali”; e i trattati europei hanno anticipato alla grande questa necessità di sottrarre i centri di decisione politica all'influenza degli interessi sociali non dominanti).

Ma l'elemento più devastante per il modo di vita occidentale è proprio quello di cui si va più orgogliosi: la tecnologia. Bellissima cosa, ma anche terribile: libera dalla fatica e contemporaneamente riduce i posti di lavoro.

Il cambio di paradigma produttivo implicito nella rivoluzione informatica di trenta anni a sta oggi raggiungendo il suo picco storico, innervando tutto il sistema produttivo, anche quello industriale più “hard” e “novecentesco”, nell'immaginario universale. Basta guardare questa foto scattata in una catena di montaggio automobilistica, in Germania.

Ci vuole insomma sempre meno lavoro umano per produrre un numero di merci sempre maggiore. Nel nostro linguaggio “antico” si diece che diminuisce il tempo di lavoro necessario. Ma l'impresa privata, che pure si avvantaggia molto dell'innovazione tecnologica “di processo”, pretende – per far fronte alla competizione – di aumentare e non di diminuire il tempo di lavoro individuale. Il risultato, in questo sistema, è che il numero di posti di lavoro diminuisce strutturalmente.

Facciamo un esempio storico per capirci. La meccanizzazione dell'agricoltura – in Europa e negli Usa avvenuta nel primo dopoguerra, nei paesi emergenti negli ultimi venti anni e ancora in corso – ha “liberato” centinaia di milioni di persone dal lavoro nei campi, spingendoli verso le città. Lo sviluppo industriale era in grado di assorbirle, almeno in una certa misura.

Oggi sta avvenendo lo stesso, nei paesi “maturi”, anche nei settori industriali. Ma dove andranno le centinaia di milioni di persone ormai in esubero rispetto alle necessità produttive?

Una volta andavano in guerra. Ma anche la guerra è diventata tecnologica. Gli eserciti occidentali sono tornati ad essere roba per “specialisti”, piccoli numeri capaci di distruggere masse notevoli di “nemici” non altrettanto tecnologicamente avanzati (vedi Iraq, Libia, Somalia, ecc). E poi non sembra intelligente armare masse sterminate di uomini e donne, quando il consenso al sistema scende rapidamente... Qualcuno, dall'altra parte, conserva memoria del 1917 più di quanto non avvenga nella "sinistra rdicale" di casa nostra.

Lo stallo nell'Unione Europea è tutto dentro questa cornice, altrimenti sarebbe semplicemente inspiegabile. Perché mai, infatti, gente ultrapreparata come Weidmann o Schaeuble, o anche Katainen e Padoan, dovrebbero insistere su “strategie economiche” che sono chiaramente folli anche per uno studente del primo anno?

Le domande sono sul tavolo, le risposte non ci sono. Quelle praticabili nell'immediato, almeno. Ma iniziare a ragionare in termini di “sistema di produzione” non è più una nostalgia “ideologica”. È un bisogno primario, se si vuole individuare una via d'uscita alla corsa verso il baratro.

giovedì 6 novembre 2014

L'Italia devastata a colpi di fiducia: passa lo Sblocca Italia tra inceneritori, autostrade e trivelle

Con il voto sul decreto Sblocca Italia al Senato, il Governo Renzi ha incassato oggi la 29/a fiducia. I sì sono stati 157, i no 110, nessun astenuto.
Bagarre in Aula al Senato, con dure proteste delle opposizioni e voto che va avanti a singhiozzo per le contestazioni dei senatori M5S, arrivati a stendersi sui banchi del governo per impedire ai colleghi di votare. Tanto che i parlamentari sono costretti a dire "si" o "no" al testo dal proprio banco senza passare sotto lo scranno della presidenza com'è prassi fare per il voto di fiducia. Dopo la protesta del Movimento 5 Stelle, nell'aula del Senato esplode quella dei senatori di Sel, che, contro il decreto Sblocca Italia, innalzano uno striscione con la scritta 'No Triv', subito rimosso dai commessi. In particolare ce l'hanno con la norma del decreto che autorizza "almeno 100 concessioni" per trivellare "un Paese già disastrato", come sottolinea la capogruppo Loredana De Petris.

Lo Sblocca Italia è un 'decretone' che contiene misure che vanno dallo sblocco dei cantieri, che partiranno con tempi certi, agli interventi per le calamità naturali, passando per le semplificazioni per l'edilizia, la banda larga e ultralarga, l'ammodernamento delle ferrovie, l’aumento dell’attività degli inceneritori, decine e decine di trivellazioni in mare alla ricerca del petrolio, e le concessioni autostradali.
Proprio le norme sulle concessioni sono state l'oggetto degli strali delle opposizioni che accusano il governo di aver chiesto la fiducia in fretta e furia per 'nascondere' un 'regalo' fatto ai finanziatori di Renzi, quel gruppo Gavio che ha in concessione diverse tratte autostradali del Nord Italia e che doveva essere tra i partecipanti alla cena milanese di auto-finanziamento del Pd nell'agenda del premier per questa sera.
"E' incredibile l'ipocrisia del Partito Democratico – punta il dito la senatrice di M5S Barbara Lezzi - in Aula al Senato vota la fiducia al decreto Sblocca Italia, che dà il via libera alle trivellazioni selvagge; poi, fuori dal Parlamento, lo stesso Pd organizza sit-in di protesta per dire no alle trivelle, come quello in programma il 9 novembre a Leuca. Con che faccia gli esponenti del Pd andranno alla manifestazione? E avranno il coraggio di dire che lo scempio contro cui manifestano, porta anche la loro firma? Vergogna!”.
Contro le trivelle c’è la sollevazione delle regioni interessate, in pratica tutte quelle del centro sud i cui confini affacciano su adriatico ionio e canale di Sicilia.

mercoledì 5 novembre 2014

Attenti a chi bastona e divide

Anche dietro le dichiarazioni sulla bastonatura degli operai dell'acciaieria di Terni attecchisce un insidioso retropensiero autoritario. Mi spiego. Certi esponenti politici e commentatori hanno dichiarato all'incirca: «Non si bastonano gli operai che difendono il proprio posto di lavoro, non sono mica degli "anarco-insurrezionalisti", dei "No Global" o dei "No Tav"».

Se ci riflettete un attimo, dietro simili dichiarazioni si nasconde l'accettazione di una svolta autoritaria.

L'idea sarebbe la seguente: lottare per il proprio posto di lavoro è legittimo e onorevole (ovviamente, condivido anche io); viceversa, è espressione di estremismo - e quindi "giustamente" repressa anche con la violenza - qualunque critica di "sistema" come quella dei "No Tav" o dei "No Global". Dunque manifestare per difendere un tozzo di pane dalle grinfie intatte del sistema è giusto, mentre criticare il sistema è eversivo e passibile di essere represso tramite lacrimogeni, bastonature e pretestuose accuse di "terrorismo" in tribunale.

Lo ribadisco. Ho stima e rispetto per gli operai che lottano per mantenere il loro posto di lavoro. Ma coloro che il potere ritiene giusto reprimere con la violenza (No Tav, No Global, ecc. ecc.) li considero semplicemente come gli eroi dei nostri tempi: donne e uomini che si battono disinteressatamente e politicamente affinché l'intero ambiente di una valle non sia devastato e affinché le casse dello Stato non siano saccheggiate per un buco inutile (che dà il pretesto ai politici per incassare tangenti). Ecco, con la loro lotta sono i partigiani dei nostri giorni.

I ragazzi che a Torino sono alla sbarra per "terrorismo" (ma gli integerrimi magistrati non provano imbarazzo?) perché si battono contro un simile sperpero - proprio mentre 6 milioni di italiani sono in stato di "povertà estrema" - meriterebbero la medaglia d'oro e l'intitolazione di una piazza. Altro che "giuste" manganellate, altro che pericolosi "estremisti".

E poi, chi sarebbe il moderato?

Forse il senatore Esposito e il ministro Lupi, che - dopo averne dette di cotte e di crude sui NoTav - ora sembrano volersela cavare con un "oops, ci costa un po' troppo..."? Oppure è un moderato quel ministro Poletti che difende la Tav che tanto grasso ha colato sui prosciutti suoi e delle sue cooperative "rosse"? Vi prego, cambiate colore! E anche chi il colore potrà conservarlo, dovrà stare attento a non farsi imbrogliare da chi bastona e divide.

lunedì 3 novembre 2014

Tasse sulla casa, in 1 anno sono aumentate di €300 a cittadino

Le tasse sulla casa sono una piaga per le famiglie italiane e in un solo anno sono aumentate di €300 a cittadino: praticamente un nucleo familiare di 4 persone deve sopportare un balzello di €1.200 in più. Una follia, come dimostra l’analisi di Openpolis.

Nel 2012 nei 15 Comuni più popolosi si spendevano in media €366 all’anno in tasse per la casa. Roma la più cara con €578, seguita da Milano (€511) e Padova (€488). Ultime Messina (€186) e Palermo (€153).

Fra le tante tasse che si pagano in Italia, quella sulla casa sembra essere quella più dibattuta. Campo di battaglia per campagne elettorali, ed elemento in costante cambiando. Dall’Ici alla Tasi passando per l’Imu, l’imposta sugli immobili è sempre al centro del vortice mediatico.

Openbilanci ci permette di fare un po’ i conti in tasca ai grandi Comuni italiani, andando a vedere quanto ogni singola amministrazione locale abbia incassato da 10 anni a questa parte in tasse sulla casa.

Stiamo parlando della somma di tutte le imposte versate sull’abitazione principale e su tipologie di immobili diverse come fabbricati, seconde case o altri immobili ad uso commerciale, artigianale ed industriale.


L’aliquota in questione dipende in parte dalla legislazione nazionale che fissa la percentuale minima, in parte dal Consiglio Comunale che stabilisce di anno in anno eventuali maggiorazioni o esenzioni per i propri cittadini.

Nel 2012 la grande città più cara per le tasche dei cittadini era Roma, che incassava €578,51 pro capite, seguita da Milano (€511,37) e Padova (488,75). Fra i 15 Comuni più popolosi d’Italia la media per cittadino è di €366,68 all’anno, più del doppio di quello che si paga a Palermo, ultima in classifica con €153,69. Penultima e terzultima, Messina e Napoli con rispettivamente €186,39 e €243,59 all’anno.


Dal 2011 al 2012, a causa l’entrata in vigore dell’Imu, è avvenuta una vera e propria impennata delle tasse sulla casa. Se nei Comuni con oltre 500.000 abitanti prima la media era sui €200, dal 2012 in poi questa cifra si è raddoppiata arrivando a €431.

Stesso discorso per i Comuni da 200.000 a 500.000 abitanti in cui in un solo anno la media è passata da €191 a €351.

domenica 2 novembre 2014

La superstizione del Nuovo, per piegarci al loro dominio

Renzi definisce conservatori i compagni del suo partito, che resistono all’abolizione definitiva dell’articolo 18. Non è la prima volta, negli ultimi anni, che nel dibattito politico esplode il motivo del conflitto tra conservatori e innovatori. Con un rovesciamento di senso rispetto a quel che normalmente significano questi due termini. È un collaudato artificio retorico per mettere in difficoltà chi difende diritti e conquiste sociali consolidati, bollandolo come oppositore delle splendide novità portate dalla storia che avanza. Ci sarebbe da chiedersi se tutto il nuovo che si realizza nel corso del tempo corrisponda ad aspirazioni generali, porti benefici per tutti. Prendiamo ad esempio il campo della scienza, quello che al senso comune appare come il campo trionfante del progresso. Davvero tutto l’avanzamento scientifico dell’età contemporanea è andato a beneficio dell’umanità? La bomba atomica è stata una delle più grandi innovazioni scientifiche del ‘900.

In campo militare si è passato dalle armi per combattere un nemico sul terreno a uno strumento di genocidio, di cancellazione di tutto il vivente. Mi pare difficile ascriverla tra i progressi dell’umanità. L’amianto è un magnifico materiale ignifugo, che ha Giorgio Napolitanotrovato infinite applicazioni industriali. È un vero peccato che esso induca il tumore mortale alla pleura o al polmone. Ma quella magnifica innovazione ci è costata e continua a costarci migliaia di morti all’anno oltre alle somme ingenti per eliminarlo da case e aziende. Anche i gas clorofluorocarburi, quelli che servivano alla refrigerazione, rappresentavano una geniale innovazione chimica. Com’è noto, lacerano lo strato atmosferico dell’ozono ed espongono gli esseri viventi a raggi solari che alterano la struttura del Dna. Dunque, non sempre andare avanti significa migliorare le cose. Questa idea che cambiando l’esistente si approdi necessariamente al meglio, che andando più in là si diventi più felici che stando qui, è un vecchio cascame culturale sopravvissuto all’illuminismo. È una superstizione paesana, e ora dispositivo retorico di un ceto politico senza prospettive, che crede di cambiare il mondo cambiando il senso delle parole.

Ma poi è sempre da condannare la conservazione? Chi si oppone a che un territorio verde venga coperto col cemento di nuove costruzioni genera un danno alla collettività o crea qualche vantaggio agli abitanti del luogo e più in generale ai viventi? Chi lotta perché la via Appia non divenga luogo di lottizzazione per villette private è certamente un conservatore: vuole preservare le pietre di duemila anni fa da edifici nuovi fiammanti. Ma chi esprime rispetto per la bellezza e la grandezza del nostro passato, chi ha una idea di società meno spiritualmente gretta, chi propone la visione di un paesaggio irriproducibile da godere Renzi e Napolitanocollettivamente, chi si fa carico delle nuove generazioni, chi esprime un senso dell’interesse generale e del bene comune: è da mettere alla gogna? Tutto questo distillato di civiltà dobbiamo buttarlo via perché è vecchio?

Ma la retorica contro i conservatori ha avuto come bersaglio prevalente le tutele dei lavoratori. Tanto il centro-sinistra quanto il centro-destra hanno aperto una vasta breccia di innovazione nel mondo del lavoro: hanno inaugurato l’era del lavoro precario: lavoro in affitto, a progetto, interinale, somministrato, ecc. Un florilegio mai visto di innovazioni legislative. In Italia la Fornero è riuscita a creare una figura unica nel suo genere: gli esodati, lavoratori senza salario e senza pensione. Nessuno può dire che non si tratti di una innovazione. Stabilire a vantaggio di chi è altra questione. Anche il presidente della Repubblica, nella discussione intorno all’articolo 18, ha portato un rilevante contributo di innovazione. Lo ha fatto sul piano del linguaggio. Ha esortato il governo e i suoi ad avere più coraggio. Coraggio a rendere più facilmente licenziabili operai e impiegati, coloro che tengono in piedi l’economia e i servizi del paese, spesso per un misero salario, coloro che talora entrano ed escono dalla cassa integrazione, che si infortunano, che sul lavoro ci muoiono, che rinunciano alla maternità, che vivono nell’angoscia di un licenziamento che può gettarli in strada da un momento all’altro. Non siamo di fronte a una innovazione?

Chi è, nel senso comune universale, coraggioso? Certamente colui che affronta un avversario più forte, che alza la voce contro chi sta in alto. Ad esempio chi mette in atto una politica fiscale contro le grandi ricchezze, chi critica l’arrogante politica bellica degli Usa, chi cerca di limitare l’arricchimento privato di tante pubbliche professioni? Il presidente della Repubblica capovolge la verità storica e anche quella delle parole e si schiera contro i lavoratori del suo paese. A favore degli imprenditori, che così potranno disporre in piena e completa libertà della forza-lavoro. Come facciamo a non considerarlo un innovatore? Ma questa innovazione ci porta “avanti”? Indebolire la classe operaia, dunque il lavoro produttivo, non sembra che faccia avanzare le Napolitano e Fornerosocietà del nostro tempo. La vasta ricerca di Thomas Piketty, (“Il capitale nel XXI secolo”, Bompiani) mostra al contrario come l’ineguaglianza che si va accumulando, stia facendo ritornare indietro la ruota della storia.

Misurando il peso crescente che l’eredità va assumendo nelle società industriali odierne, egli ricorda che «il passato tende a divorare il futuro: le ricchezze provenienti dal passato crescono automaticamente, molto più in fretta – e senza dover lavorare – delle ricchezze prodotte dal lavoro, sul cui fondamento è possibile risparmiare. Il che, quasi inevitabilmente, porta ad assegnare un’importanza smisurata e duratura alle disuguaglianze costituitesi nel passato, e dunque all’eredità». “Le mort saisit le vif”, si diceva un tempo, “il morto trascina il vivo”, il passato ingoia il presente. I novatori che avanzano innalzando i loro vessilli corrono in realtà verso il passato. L’innovazione dei coraggiosi capovolge non solo la verità morale delle parole, ma anche il corso, preteso progressivo, della storia del mondo.

sabato 1 novembre 2014

6 miliardi al Vaticano: tra fondi pubblici ed esenzioni, ecco i regali dello Stato alla Chiesa

Ai cittadini viene chiesto, sempre più spesso, di fare sacrifici per far quadrare il bilancio dello Stato. Eppure, nonostante la crisi delle finanze pubbliche, il Governo continua a regalare 6 miliardi l’anno al Vaticano, tra fondi pubblici ed esenzioni. Ecco tutti i privilegi riservati alla Chiesa Cattolica e denunciati dalla Uaar sul sito icostidellachiesa.it

L’Uaar parte dall’assunto che le religioni (tutte) dovrebbero essere sostenute da chi le professa. Ciò non accade, quantomeno in Italia, grazie a un numero considerevole di leggi e normative emanate in favore delle comunità di fede. Nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, la Chiesa cattolica nelle sue articolazioni (Santa Sede, Cei, ordini e movimenti religiosi, associazionismo, eccetera).

Non la rendono nota né la Conferenza Episcopale Italiana, né lo Stato. È per questo motivo che l’Uaar ha deciso di dar vita alla piattaforma I costi della Chiesa: l’obiettivo è di presentare una stima di massima che sia la più attendibile e accurata possibile, citando estesamente le fonti e utilizzando metodologie trasparenti. Il compito non è per nulla facile, perché la cifra reale e precisa è quasi sicuramente ignota sia allo Stato, sia alla Chiesa. Occorrerebbe infatti esaminare, delibera per delibera, capitolo di spesa per capitolo di spesa, il bilancio dello Stato e quelli di tutte le Regioni, le Province, i Comuni, gli enti pubblici, le società a partecipazione pubblica.

Occorrerebbe inoltre disporre di tutti i bilanci delle diocesi, delle parrocchie, degli enti ecclesiastici, delle associazioni cattoliche. Un’impresa impossibile per chiunque. Anche per l’Uaar, ovviamente. Anche perché non dispone certo di somme ragguardevoli da investire nell’inchiesta. Ciononostante, abbiamo ritenuto che fosse possibile, con ragionevole approssimazione, cercare di quantificare la cifra. Altri ci hanno provato nel recente passato: Piergiorgio Odifreddi (Perché non possiamo essere cristiani, 2007) l’ha stimata in 9 miliardi di euro l’anno, Curzio Maltese (La questua, 2008) in 4,5 miliardi, l’Ares (La casta dei casti, 2008) in 20 miliardi. Da parte sua, il mondo cattolico fa quasi sempre riferimento alla replica al libro di Maltese, intitolata La vera questua, scritta dal giornalista di Avvenire Umberto Folena e liberamente scaricabile online, la quale non contiene però alcun totale.


A differenza dei precedenti sforzi, I costi della Chiesa rappresenta il tentativo da parte dell’Uaar di raggiungere lo stesso obbiettivo in modo approfondito, attendibile e dinamico. Perché di ogni singola voce presa in considerazione spieghiamo l’origine normativa, quali sono i dati a nostra disposizione e quali sono state le valutazioni che ci hanno spinto ad attribuire loro un certo valore. Tutto questo, essendo pubblicato anche su internet, è altresì a disposizione di chiunque, anche della stessa Conferenza Episcopale, voglia integrare i dati, criticarli o commentarli.

I costi della Chiesa costituisce anzi uno stimolo per tutti a effettuare le proprie valutazioni e, di conseguenza, a disporre nel tempo di una piattaforma, e delle stime che contiene, sempre più affinate. Se poi la Chiesa e/o lo Stato presenteranno i propri conteggi saremo ancora più contenti: vorrà dire che l’iniziativa avviata dall’Uaar ha raggiunto il suo scopo, quello di discutere e confrontarsi sui costi pubblici della Chiesa cattolica.


Tra le voci di spesa più corpose ricordiamo:

€ 1.032.667.000 derivante dall’8 per mille, di cui circa il 60% proveniente da scelte non espresse;

€ 620.000.000 di esenzioni Imu (Ici, Tares, Tasi);

€ 1.250.000.000 per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole;

€ 325.000.000 di contributi statali alle scuole cattoliche;

€ 500.000.000 di contributi delle amministrazioni locali alle scuole cattoliche.

La stima aggiornata dei costi annui della Chiesa è 6.467.307.772 euro.