lunedì 21 luglio 2014

UNA CRISI SENZA LIMITI

Bankitalia scopre l’acqua calda e dipinge un quadro a tinte fosche sulla nostra economia. Il Pil sprofonda e le banche prestano poco e a prezzi insostenibili
La Banca d’Italia scopre l’acqua calda. La crisi in Italia si sta aggravando drammaticamente. Ma anzichè mettere nero su bianco che l’economia del Paese sta per saltare, nel solito bollettino trimestrale Palazzo Koch si limita a parlare di produzione industriale che ristagna e ripresa lontana, nonostante i timidi segnali di crescita che arrivano dai consumi delle famiglie (quali?), dagli investimenti (ma dove?) e dalle migliori condizioni del credito (e qui siamo alla fantasia pura!). Intanto le stime sull’andamento del prodotto interno lordo peggiorano nettamente.
D’altra parte lo stesso governo, con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha appena riconosciuto che la crescita sarà risicata, rafforzando l’ipotesi di una manovra finanziaria – per ora sempre negata da Renzi – che l’ex viceministro Fassina ha quantificato in 23 miliardi di euro. 
Per risollevare le sorti servirebbe un miracolo: un forte miglioramento degli scambi internazionali, una ulteriore attenuazione delle tensioni finanziarie e il funzionamento dalle nuove misure di politica monetaria adottate dalla Bce, che ha promesso di immettere nel sistema un fiume di liquidità con la raccomandazione che questa volta i soldi finiscano alle imprese e non nell’acquisto di Btp. Se tutte queste ultime ipotesi dovessero realizzarsi il Pil potrebbe salire fino a un +1%. Anche se gli stessi economisti di via Nazionale hanno messo le mani avanti avvisando che rimangono tuttavia considerevoli elementi di fragilità nelle prospettive di ripresa, anche a causa dell’incertezza sull’evoluzione delle tensioni geopolitiche in corso.
Se i segni di ripresa non si vedono, Bankitalia riesce a vedere “l’impossibile” parlando di segnali distensivi nell’offerta del credito bancario in Italia. Il costo del denaro per le imprese – sostiene via Nazionale – è in calo “ma resta superiore a quello dell’area dell’euro di circa 70 punti base”. Una visione parziale e quasi beffarda della realtà, visto che il costo del denaro resta altissimo per altri fattori diversi dai tassi, a partire dalle mostruose spese e commissioni applicate dalle banche, soprattutto ai clienti più in difficoltà (cioè in questo momento quasi tutte le famiglie e le piccole imprese). Tanto che la stessa Banca d’Italia non può negare che i segnali di miglioramento delle condizioni del credito sono tuttavia ancora “marginali e incerti”. I prestiti alle imprese sono ancora scesi soprattutto per il debole quadro congiunturale e in misura minore rispetto al passato, scrivono gli economisti di via Nazionale.
Le politiche delle banche, tuttavia, rimangono “condizionate dall’elevato rischio credito” soprattutto nei confronti delle pmi.

domenica 20 luglio 2014

FUORI TEMPO MASSIMO

In questo post intendo descrivere con grande semplicità la situazione italiana, alla luce degli accadimenti internazionali e delle grandi manovre geopolitiche.
Gli euroservi filo-atlantici hanno vinto e stravinto nel nostro paese, che tengono saldamente in pugno e nessun aiuto esterno, tale da invertire la direzione di marcia, sembra concretarsi.
Procedendo con un po’ di ordine, all’interno del paese notiamo che:
1) Le europee hanno consacrato Renzi nuovo Quisling “sine die” di globalisti ed eurocrati, l’agente del grande capitale finanziario internazionalizzato che ha il compito di “fare le riforme che il paese aspetta”, cioè di svendere patrimonio pubblico e aziende, demolire ancora un po’ il mercato interno, indebolire la struttura produttiva ed espropriare definitivamente il lavoro dei diritti. Con il quaranta per cento dei voti espressi, Renzi e i suoi scagnozzi potranno anche sterminarci tutti. Tanto, sono “legittimati dal voto popolare”.
2)Il pd ha saldamente in mano le istituzioni e buona parte dei centri di potere. I suoi alleati (collaboratori dei collaborazionisti, o servitori dei servi se si preferisce) sono deboli comprimari, come la ncd alfaniana, se non attori inconsistenti, nel caso di scelta civica, o condannati a un pieno e irreversibile declino, come nel caso di Berlusconi e forza Italia.
3) L’opposizione non esiste, perché m5s mostra di voler saltare sul carro del vincitore “partecipando” alle riforme, in sostituzione di forza Italia, e la lega tende all’accordo, rendendosi disponibile a votarne alcune in parlamento. Non consideriamo neppure sel, che sarà in parte fagocitato dal pd.
4) Gli indicatori della situazione economica e sociale, già negativi, volgono ancor di più al brutto, perché continua l’applicazione delle politiche volutamente recessive ordinata dalla bce, consigliata dal fmi e imposta dai “mercati finanziari”. Il debito pubblico raggiunge il picco di 2.166 miliardi di euro, mentre la pressione fiscale, già insostenibile, è destinata ad aumentare (per non parlare della disoccupazione). Segno che la tanto conclamata crescita è molto meno importante del rigore contabile, da mantenere ad ogni costo. Le fandonie propagandistiche di Renzi su crescita e allentamento del (o flessibilità nel) rigore lasciano il tempo che trovano. Continua come incubo il “sogno europeo”.
5) Non vi è la ben che minima traccia, in questo paese, di una vera protesta politica e sociale, poiché la presenza di m5s, unitamente all’idiotizzazione mediatica sempre più spinta della popolazione, non lascia spazi al sorgere di un’alternativa reale, capace di aggregare e mobilitare le masse.
Se consideriamo la situazione internazionale, non abbiamo di che stare allegri. L’offensiva globalista, che si serve degli usa, della nato, dei mercenari e addirittura degli estremisti islamici è in pieno corso, in diverse parti del mondo. Il “soft power” obamiano significa, nel concreto, destabilizzazione d’interi paesi con le armi e l’uso di mercenari, generando guerre civili e “conflitti a bassa intensità” che fanno strage di civili e d’innocenti. Ucraina, Siria e Iraq sono testimonianze chiare, in proposito. Inoltre, resta insidiosamente aperta la questione israelo-palestinese. A livello internazionale, notiamo che:
a) In Ucraina si sta giocando una partita importantissima per il controllo del continente europeo con la Federazione Russa e, almeno per ora, la triade del male usa-nato-ue sembra avere la meglio. In Ucraina orientale e nel Donbass i mercenari (guardia nazionale ucraina, pravi sektor, una parte dell’esercito) sono all’attacco, la popolazione subisce bombardamenti, i profughi si moltiplicano e così le provocazioni nei confronti della Russia, con ordigni esplosivi che cadono oltre il confine. La prudenza russa è dettata dal fatto che la stessa potenza antagonista degli usa (e dei globalisti occidentali) è dipendente dal gas, che deve vendere anche in Europa, ma anche dalla necessità di evitare un pericoloso conflitto che potrebbe allargarsi e imporre l’uso di armi non convenzionali. L’impressione è che la triade del male, con l’azione armata dello stato-canaglia ucraino, voglia anzitutto provocare l’esodo della popolazione russofona. Non è escluso, però, che gli usa – e soprattutto i globalisti occidentali che li manovrano – intendano spingere in là le provocazioni fino a far scoppiare un conflitto nucleare con la Russia, convinti di vincerlo con il primo colpo. Vanificando, poi, con l’uso degli scudi antimissile la successiva risposta. Questa è la cosa più terribile in assoluto, per tutti noi.
b) In Siria l’esercito di Assad ha guadagnato un po’ di terreno, negli ultimi mesi, riconquistando città importanti come Homs, contro uno schieramento armato di tagliagole infiltrati e d’insorti prezzolati che si combattono a vicenda, senza un reale sostegno della popolazione. Bashar al-Assad nel giugno di quest’anno è stato riconfermato presidente con il consenso di oltre i due terzi dei siriani, nonostante la criminalizzazione operata nei suoi confronti dai media internazionali. Ma anche in Siria la guerra continua, la vittoria contro le forze del male sembra ancora lontana e altre azioni destabilizzanti, americano-islamosaudite-sioniste, sono molto probabili nei prossimi mesi.
c) L’avanzata dello stato islamico in Iraq, fino a un’ottantina di chilometri da Bagdad, può essere letta come una manovra ai danni della Siria resistente e dell’Iran, che darà la possibilità di attaccare la Siria da oriente e di sancire la definitiva frantumazione dell’Iraq. L’esercito irakeno sembra essersi dissolto, gli aerei da combattimento mancano, ma è proprio questo il risultato che gli americani volevano ottenere, non addestrando e supportando adeguatamente le truppe irakene, non fornendo i vitali F16 e non intervenendo militarmente contro l’isis, che possiamo considerare, sia pur indirettamente, una loro “creatura”.
d) La situazione a Gaza ridiventa esplosiva, con la possibilità di un attacco terrestre israeliano. Nonostante le brevi tregue, umanitarie o meno, c’è la possibilità che la vicenda israelo-palestinese aggravi la situazione in Medio oriente, con rischi di allargamento del conflitto. Hamas non cederà e neppure israele, per cui l’attacco terrestre, annunciato da qualche giorno ma non ancora partito, sembra abbastanza probabile.
e) In Francia il tremebondo euroservo Hollande, è ancora alla presidenza della repubblica, nonostante gli scandali, il biasimo dei francesi e la sconfitta alle europee. Il Front National non sembra in grado, da solo, di dare una spallata decisiva anticipando le presidenziali del 2017. In Gran Bretagna, Farage del UKIP è stato colpito da uno scandalo giudiziario e il referendum per l’uscita dalla ue non c’è ancora.
In conclusione, tutti i fattori endogeni ed esogeni sopra elencati ci fanno capire che la speranza di salvarsi per l’Italia non c’è, e che siamo ormai “fuori tempo massimo”. Il nemico ha vinto in Italia, ma soprattutto sta vincendo nella dimensione geopolitica planetaria, o almeno in Europa e in Medio oriente. Putin va in Brasile per l’incontro dei BRICS, che unendosi in modo più stretto potrebbero contrastare il disegno geopolitico globalista-occidentale, ma nega che Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica potranno costituire una vera e propria alleanza militare. Nonostante tutto, il dollaro è ancora la moneta chiave e gli usa il prestatore di ultima istanza nel mondo. Per quanti anni ancora? Comunque sia, per noi, in Italia, è già troppo tardi.
Renzi e il pd, a fronte di una clamorosa e persistente passività della massa rimbecillita, gestiranno allegramente il disastro finale, vendendolo come “le necessarie riforme” per l’ammodernamento del paese. In fondo, i collaborazionisti piddini svolgo una funzione simile a quella dei mercenari pravi sektor, di cui si serve lo stato-canaglia ucraino al soldo della nato, o a quella degli armati dello stato islamico utilissimi agli islamosauditi ancora gonfi di petrodollari e agli usa. Sì, perché il padrone, o almeno il remoto manovratore, è sempre lo stesso, uguale per tutti, si tratti di collaborazionisti piddini, oppure di esaltati neonazi pravi sektor, o di stragisti dello stato islamico.

giovedì 17 luglio 2014

LE PRIVATIZZAZIONI IMPOSSIBILI

Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei. I rischi enormi che corriamo privatizzando l’impossibile in favore degli stranieri. La crisi economica come figlia di una terribile alimentazione.
Come sempre nei periodi economicamente critici la prima pulsione è quella di dismettere quanto possibile. Molte volte comunque sfugge la non trascurabile differenza tra un privato cittadino che si trovi costretto a (s)vendere le sue proprietà, e uno Stato, che frequentemente liquida beni pubblici, pertanto dei cittadini.
Questi ultimi però il più delle volte plaudono a siffatte decisioni governative, lamentandosi anzi quando “diminuiscono gli investimenti stranieri”, ritenendo (non a torto effettivamente) che le strutture pubbliche non sempre siano capaci di gestire delle aziende diligentemente. Numerosi italiani poi, non vengono nemmeno sfiorati dal pensiero che un bene possa cambiare o peggiorare semplicemente perché prodotto sotto l’egida di compratori esteri, in quanto quella stessa merce (nei fatti e nella produzione) rimarrebbe –teoricamente- italica, e la conclusione più diffusa è che proprio gli investitori di altri Stati siano i benvenuti, esattamente perché apporterebbero capitali laddove non ve ne sarebbero altrimenti.
E qui il grossolano errore, analizzato attraverso il teorema della carbonara. Si pensi per un momento ai tanti turisti che affollano quotidianamente le nostre piazze. Si provi a immaginarli, con la loro carnagione chiara abbrustolita dal sole – che normalmente non vedono mai – alle loro camicie a maniche corte dalla trama improbabile, ai sandali col calzino. Si pensi poi ai piatti che ordinano, in particolare al cappuccino che accompagna sempre e comunque ogni pasto, che si tratti di pizza o di caprese. Cappuccini ad ogni ora, eccezion fatta per la mattina, rigorosamente ricca di fritture e proteine. Ecco. Quando i soggetti in questione si trovano sul territorio italico non alzano un fiato, se non di meraviglia, e si ingozzano di qualsiasi cibaria felicemente ed in maniera compulsiva.
Ora però si pensi alle stesse persone, prive di scottature, vestiti quasi normalmente, seduti presso ristoranti sempre italiani, ma con sede all’estero. A quel punto i medesimi piatti, preparati con tanto amore ed attenzione per la qualità, vengono disdegnati, diventando di colpo immangiabili ed osceni. Nella pasta al sugo serve più ketchup, sulla pizza ci vuole l’ananas e sulla povera carbonara ci vorranno massicce dosi di panna.
Il cameriere allora, ultimo fedele custode dell’italianità, insisterà nel sostenere (a ragion veduta) che la vera cucina italiana non prevede quella montagna di sozzure. Questo nobile figuro tuttavia, dinanzi alle imperterrite rimostranze di quegli avventori forestieri -e di fronte alla possibilità di perdere clienti su clienti altrimenti transfughi verso la concorrenza attrezzatissima di panna- sarà costretto a cedere all’ignobile ricatto.
Il teorema sopra esposto ci spiega come così facendo inevitabilmente i prodotti italiani (che si tratti di ristorazione come pure di differenti settori) saranno inevitabilmente condannati alla morte qualitativa, in nome del cliente straniero, ignorante ma pagante. Lo stesso accade quando le nostre aziende vengono acquisite dagli “extraitaliani” o dalle multinazionali. Molti pensano si tratti soltanto di un banale cambio di nome su un contratto e, si diceva, di un nuovo apporto di capitali. Ma possiamo esserne sempre sicuri? Perché per risparmiare (e guadagnare) questi padroni delocalizzano, impongono l’uso delle materie prime più economiche (ossia peggiori), assumono lavoratori più convenienti (quindi non italiani), lasciando in finale i nostri compatrioti disoccupati e con prodotti scadenti.
Il problema principale è duplice, anzi unico: manager avidi ed incapaci. Nazionalizzando troppo si rischia di incorrere verso una percezione delle responsabilità sensibilmente minore, giacché gli amministratori sono portati ingenuamente (od opportunatamente?) a pensare che qualora il bilancio dovesse risultare negativo, Pantalone (lo Stato) interverrebbe a risolver la questione. Un esempio pratico fu l’IRI (istituto per la ricostruzione industriale) negli anni Settanta, un mostro pubblico enorme cui spettava la gestione di imprese ed istituti creditizi. Ebbe momenti di gloria, poi vanificati da un’amministrazione inadeguata, incosciente e clientelare.
Dall’altra parte troviamo gli imprenditori privati, vergognosamente colpiti da una tassazione pesantissima ed insana; di contro sono essi stessi talvolta poco attenti alle possibilità ed alle potenzialità di cui godono e che gli si offrono. Quello di cui siamo deficitari è un sistema fiscale equo ed amministratori validi e coraggiosi tanto a livello politico quanto imprenditoriale. Una cosa in realtà semplice ma contemporaneamente di difficile ottenimento. Il governo intanto, mentre distrae i cittadini con riforme inutili come la legge elettorale, continuerà nel silenzio a liquidar tutto, dall’Eni all’Enel passando per le Poste, privando ignobilmente gli italiani dei propri tesori, del lavoro e della dignità; servendo dunque loro un’indigesta carbonara pannosa.

mercoledì 16 luglio 2014

I TAGLI ALL'UNIVERSITA'

Renzi parla di futuro ma taglia i fondi alle Università: 75 milioni in meno per i prossimi due anni.
Cambia verso. La scuola è il futuro. L’Europa siamo noi. Le solite stronzate alla Renzi vengono puntualmente smentite dai fatti: il Governo ha tagliato 75 milioni di euro i fondi alle Università di 75 milioni per il 2014 e il 2015.
Il taglio è nascosto nei meandri del decreto sul bonus Irpef, come hanno denunciato il coordinamento universitario Link e l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi).
Riportiamo integralmente il comunicato di protesta di Link e Adi.
“Il Governo Renzi potrà continuare a dire di cambiare tutti i versi che vuole, ma i numeri prospettati nel DL sulla Spending Review (art. 50 comma 6), licenziato ieri dal Consiglio dei Ministri, parlano della chiara volontà politica di affossare definitivamente il sistema dell’Università e della Ricerca pubblica, in perfetta continuità con il piano di smantellamento avviato da Berlusconi e proseguito con Monti e Letta.
Finalmente Matteo Renzi ha gettato la maschera sull’Università dimostrando di ritenere la formazione accademica una delle prime voci di bilancio da tagliare.
Trenta milioni di euro tagliati per il 2014 al Fondo di Finanziamento Ordinario e addirittura45 milioni per ogni anno a partire dal 2015.
L’annunciata revisione della spesa pubblica si risolve tristemente nell’ennesima riduzione di risorse da destinare a Università ed Enti di Ricerca, gettando una grave ipoteca sulle possibilità di sopravvivenza del sistema pubblico della ricerca in Italia
I provvedimenti assunti dal CDM ignorano deliberatamente le recenti raccomandazioni del Consiglio Universitario Nazionale (CUN), per un piano di reclutamento straordinario necessario a mettere in sicurezza il sistema della Ricerca, gravato da oltre un miliardo di euro di tagli e dal blocco del reclutamento.
Crediamo che la vera risposta alla crisi economica e occupazionale attraversata dal Paese non consista in provvedimenti estemporanei dal retrogusto propagandistico, ma nel rilancio del sistema della formazione e della ricerca pubblica, unica strategia credibile e di lungo periodo per l’uscita dall’emergenza.
In tutto questo, appare tragicomica l’affermazione della Ministra Giannini, forse distratta dalla candidatura al Parlamento Europeo, in cui si sanciva la volontà di non effettuare più “tagli lineari”: la realtà è ben diversa e di fatto si continua ad non ritenere il sistema della formazione e della ricerca pubbliche una risorsa centrale per lo sviluppo del Paese e per un’uscita alternativa dalla crisi economica.

martedì 15 luglio 2014

ITALIA: GUERRA FRA POVERI

Dal 2007 al 2012 il numero di poveri assoluti in Italia è passato da 2,4 milioni a 4,8 mentre la spesa sociale è stata brutalmente tagliata. Solo un caso?
La povertà aumenta, e su questo siamo e sono tutti d’accordo. Aumenta a un ritmo vertiginoso in Italia dove nel 2007, l’ultimo anno in cui il Pil era positivo, i poveri erano 2,4 milioni pari al 4,1% della popolazione, mentre nel 2012, cinque anni dopo, il loro numero era esattamente raddoppiato. I governi non solo hanno fatto di tutto per minimizzare la crisi, ma non hanno fatto nemmeno niente per porre rimedio alla piaga della povertà, anzi hanno tagliato la spesa sociale in modo netto. 
Nel 2008 i fondi statali contro la povertà ammontavano a due miliardi e mezzo di euro diventati nel 2013 solo 766 milioni di euro arrivati a 964 milioni con il governo Letta. Briciole dal momento che sono un miliardo e 536.000 euro in meno rispetto al 2008, quando però c’erano due milioni e mezzo di poveri in meno. A rendere noti i dati allarmanti e drammatici il rapporto della Caritas che è stato presentato a Roma 
Si tratta di una vera e propria guerra ai poveri con lo Stato che sembra aver scelto di scaricare su di loro i costi della crisi. Nel 2013 il fondo per le politiche sociali è stato tagliato di altri 27 milioni di euro passando da 344 a 317, e tutto questo non sembra avvenire per caso. Sembra anzi seguire un programma ben preciso di darwinismo economico e sociale teso a svantaggiare i più poveri, un disegno che non viene contrastato da nessuno, e che proprio per questo aumenta la sua pericolosità sociale e politica.

domenica 13 luglio 2014

LE SOLITE INUTILI GRANDI OPERE

Non c'è la crescita? Aumenta la disoccupazione? Non c'è problema. Diamo soldi ai costruttori di infrastrutture! Che non creano occupazione (o ne creano in misura estremamente ridotta in proporzione alle dimensioni dell'investimento), ma fanno gonfiare i bilanci degli sponsor del governo.
Gli obiettivi dello "Sblocca Italia", il prossimo - ennesimo - decreto che arriverà teoricamente entro luglio, sul tavolo del consiglio dei ministri, e a cui il Ministero delle infrastrutture sta lavorando intensamente per varare i primi interventi entro fine anno, indica obiettivi alquanto antichi e poco performanti per l'economia: far ripartire le grandi opere, riavviare i cantieri, mettere mano alle infrastrutture per troppo tempo bloccate e soprattutto rilanciare gli investimenti, nazionali ed esteri.La solita ricetta cementizia per inchiodare ancora di più la capacità del paese di "creare ricchezza".
Pier Carlo Padoan e Maurizio Lupi hanno organizzato una task force comune per individuare le modalità per allocare le risorse pubbliche e favorire la mobilitazione di "risorse private" (altra frase sempre inserita nei "progetti", ma sempre disattesa nella pratica; i soldi per le grandi opere sono sempre pubblici, mentre i privati arrivano soltanto per massimizzare i profitti, gonfiando i costi, allungando i tempi, chiedendo "deroghe" e revisioni dei preventivi di spesa).
Allo studio ci sono strumenti finanziari definiti ancora una volta "innovativi" volti a produrre un effetto leva su capitali privati attraverso le risorse pubbliche, come i project bond e il partenariato pubblico-privato, con proposte precise di semplificazione e defiscalizzazione. Per questo, prima ancora di far partire qualsiasi tipo di finanziamento, il Ministero dell'Economia sta portando avanti un lavoro parallelo per monitorare con attenzione lo stato dell'arte delle opere pubbliche su tutto il territorio nazionale. Via XX Settembre punta cioè ad ottenere dalle amministrazioni locali e dalle società concessionarie (che si vedranno recapitare circa 13.000 mail) tutte le informazioni sullo stato di avanzamento dei lavori, gli affidamenti, i pagamenti effettuati. Una misura necessaria, in tempi di "spending review", perché in nessun altro comparto della spesa pubblica c'è un'emorragia di fondi come in questo. Ma, pur tentando di "chiudere i boccaporti", non si cambia modello... Quindi non cambieranno i risultati.
Poi segue il lungo elenco di distese d'asfalto e cemento che attraverseranno territori i quali, nella grandissima maggioranza, non ne sentono alcun bisogno.
L'alta velocità ferroviaria Napoli-Bari e Brescia-Padova, ma anche alcune di quelle segnalate dalle amministrazioni locali sono in cima alla lista.
Matteo Renzi aveva infatti già fatto partire l'operazione chiedendo il contributo dei sindaci, incaricati di redigere una lista di lavori giudicati importanti, se non imprescindibili, per il territorio ma bloccati da lungaggini burocratiche, veti o complessi ingranaggi procedurali.
Le richieste arrivate vanno dalla Metro C a Roma (ormai in fase di pre-apertura, o quasi), al Teatro Margherita a Bari, fino alla metanizzazione di alcuni quartieri di Catania. Ma sul tavolo ci sono anche le infrastrutture indicate nel 2013 nel decreto del Fare del governo Letta (la copertura del passante ferroviario di Torino, il potenziamento della ferrovia Novara-Malpensa (per un aeroporto che nessuno vuol più utilizzare!), la rimozione dei passaggi a livello sull'Adriatica nel tratto Foggia-Lecce e la terza corsia autostradale in Friuli).
A disposizione del ministero delle Infrastrutture c'è circa un miliardo di euro del «fondo revoche», ovvero del contenitore predisposto nello stesso "decreto del Fare" e dove confluiscono le risorse destinate ad opere già censite ma che non si realizzeranno più. Per il dicastero le opere prioritarie da finanziare con quelle disponibilità economiche sono la Metro 1 di Napoli, l'autostrada Termoli-San Vittore e la Lecco-Bergamo.
Qualcosa di utile - in genere indicato dai sindaci meno venduti al business - c'è anche. Ma annegato nel solito arraffa-arraffa a favore dei costruttori.

venerdì 11 luglio 2014

ED IL TANTO DECANTATO JOBS ACT A CHE PUNTO E'?

L'idea che con maggiore flessibilità contrattuale si consegua una riduzione della disoccupazione non trova supporto nell'evidenza empirica
In Italia il 2014 è iniziato con il tema del «Lavoro» al centro dell'agenda politica. Il Jobs Act annunciato già a gennaio si fondava su quattro pilastri: 1) riduzione del cuneo fiscale; 2) politica industriale per il manifatturiero italiano ed il Made in Italy; 3) ricomposizione del mercato del lavoro tramite il contratto di lavoro a tutele progressive; 4) semplificazione delle norme sul lavoro.
Erano pilastri importanti e di buon auspicio per realizzare il cambio di verso annunciato. Dopo 120 giorni di Governo Renzi, cosa è rimasto di quell'annuncio?
Il primo pilastro è contrassegnato dal cartello «lavori in corso». Il bonus degli 80 euro è appunto un bonus, non strutturale e dalle coperture incerte. Dovrà divenire strutturale con la legge di stabilità del prossimo autunno. La riduzione dell'Irap è prevista nell'ordine del 10%, ma anche in tal caso non vi è certezza sulle coperture. Tuttavia, sono passi significativi realizzati. Non avranno però effetti economici significativi nel breve periodo come lo stesso Def2014 certifica.
Il secondo pilastro è stato purtroppo abbandonato, a meno che non si ritenga che «politica industriale» sia sinonimo di «privatizzazioni». Vi è necessità invece di politica industriale pubblica per i settori strategici, sia tradizionali, maturi, sia innovativi, per realizzare cambiamenti nei processi e nei prodotti, nell'organizzazione e qualità del lavoro, in tecnologie verdi e conoscenza, quali fattori cardine per contrastare la stagnazione della produttività che frena sia la competitività delle imprese che le retribuzioni dei lavoratori.
Il terzo pilastro è stato depotenziato e rinviato al disegno di legge delega, una volta approvata dal Parlamento, troverà attuazione forse nel 2015. Sarebbe stato auspicabile che con l'introduzione del contratto a tutele progressive si segnasse una discontinuità rispetto al passato, andando verso una radicale eliminazione del supermarket delle forme contrattuali per indurre le imprese ad investire in capitale cognitivo ed in innovazione organizzativa. Invece, si ipotizza l'introduzione in via sperimentale di una ulteriore modalità contrattuale, flessibile e graduale nelle tutele, che si aggiunge alle numerose forme esistenti, senza sostituirne alcuna.
Si è invece intervenuti a partire dal quarto pilastro, quello della semplificazione normativa sui contratti a tempo determinato e sull'apprendistato, declinando la semplificazione in termini di liberalizzazione. Molto si è già scritto su ciò. Qui ci preme sintetizzare alcune questioni.
Anzitutto, il rischio è che, come vari giuslavoristi hanno evidenziato, la semplificazione dia vita ad un percorso di contenziosi a livello europeo, non solo nei tribunali del lavoro italiani, in quanto la revisione della a-causalità economica-organizzativa contrasterebbe con importanti direttive comunitarie che distinguono il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, inteso come prevalente da quello a termine. La semplificazione mirava ad eliminare i contenziosi in sede nazionale, in realtà rischia di proiettarli su dimensione europea. In secondo luogo, l'eliminazione della causalità, il meccanismo di proroghe e rinnovi legati alla mansione più che al lavoratore, le sanzioni pecuniarie, pongono il lavoratore stesso in una condizione di ulteriore debolezza nei confronti del datore di lavoro.
In aggiunta, altre obiezioni sono di tipo economico. In estrema sintesi, ne indichiamo tre.
Primo, l'idea che con maggiore flessibilità contrattuale si consegua una riduzione della disoccupazione ed un aumento dell'occupazione non trova supporto dall'evidenza empirica, come mostrano peraltro le stesse analisi condotte dall'Oecd. Questa idea si dimostra in verità una prima falsa credenza. Più che accrescere l'occupazione, sembra emergere una sostituzione tra (minore) occupazione stabile e (maggiore) occupazione instabile.
Secondo, la maggiore flessibilità nei contratti a termine favorisce la ripetitività dei contratti più che la stabilizzazione degli stessi, senza peraltro che aumenti la durata complessiva dello status occupazionale, mentre si riduce la retribuzione percepita, come insegna anche l'esperienza spagnola. Quindi l'idea che maggiori opportunità per un lavoro a termine accrescano la probabilità che tale lavoro si trasformi in stabile risulta una seconda falsa credenza.
Terzo, la maggiore flessibilità del rapporto di lavoro, in uscita oltre che in entrata garantita dai contratti a termine e dalle semplificazioni apportate ai contratti di apprendistato, non appare positivamente correlata alla produttività del lavoro ed alla sua crescita. Anzi se una relazione sussiste, è opposta a quella presunta, ovvero la riduzione delle protezioni all'impiego (minori tutele per il lavoratore) appare associata a riduzioni della produttività piuttosto che ad un suo aumento. La ragione è rintracciabile nel fatto che forme contrattuali flessibili se da un lato possono favorire la mobilità del lavoro da imprese ed industrie poco dinamiche verso quelle più dinamiche, dall'altro abbassano la propensione ad innovare ed investire sulla qualità del lavoro da parte delle imprese, le quali cercano piuttosto di trarre vantaggio dai minori costi del lavoro invece di accrescere la produttività. Per cui, che la maggiore flessibilità del lavoro porti a più produttività è la terza falsa credenza.Se questi sono i rischi che corre il nostro paese nel proseguire lungo la strada della flessibilità del lavoro, peraltro comprovati dall'avere coniugato dalla fine degli anni '90 dosi crescenti di deregolamentazione del mercato del lavoro con la progressiva stagnazione della produttività del lavoro, non sarebbe opportuno ripartire dalle potenzialità che potevano essere rintracciate nella versione annunciata del Jobs Act piuttosto che percorrere il declivio improntato dalla fallace idea della «precarietà espansiva»?