mercoledì 9 luglio 2014

IL POTERE DEL DENARO NELLE DEMOCRAZIE

Plutocrazia, tutto il potere all’élite dei più ricchi. Se ormai conta solo il denaro – ed è quello a decidere chi sale e chi scende, chi vince e chi perde – possiamo dire addio alla politica, alla giustizia e alla stessa democrazia dei diritti. La corruzione dilagante? E’ solo una naturale conseguenza, in un mondo degradato dallo strapotere del denaro, immense ricchezze nelle mani di pochi oligarchi. La corruzione dilagante, che ha ormai «permeato tutta la vita politica, economica e sociale del nostro paese», segnando l’evidente «declino dell’ordine e delle istituzioni politiche», è un vero e proprio «sintomo del regime economico, non solo italiano ma europeo, che ci condiziona dagli anni ‘80», da quando cioè i mercati sono diventati «il valore di riferimento», e il denaro «la misura di tutte le cose». Tutto è denaro, quindi ogni bene pubblico è privatizzabile. Con tanti saluti allo Stato di diritto.
C’è un sistema ideologico alla base delle politiche economiche, tutto questo ha fatto sì che le scuole, gli ospedali e persino le prigioni possano essere privatizzate a scopo di lucro. E se così è, perché non dovrebbe essere, allo stesso scopo, privatizzato anche ogni ufficio pubblico?». Questo sistema, ha creato due conseguenze parallele: «Le ineguaglianze, delle quali ha dato un’impareggiabile recente documentazione il tanto discusso libro di Thomas Piketty “Le capital au XXI siècle”», e naturalmente «la corruzione, sia nel settore pubblico sia in quello privato». Secondo la “London Review of Books”, che parla di “Disastro italiano”, l’Italia in Europa non è un caso anomalo, ma piuttosto una sorta di concentrato, visto che «la manipolazione da parte dei poteri esecutivi nei confronti dei legislativi e la generale involuzione e crisi delle classi politiche causano un silenzioso deficit di democrazia, alimentato da una quasi assoluta scarsità di mezzi di informazione indipendenti e con un aumento della corruzione».
Un panorama impressionante in tutti i paesi: dalla Germania di Helmut Kohl, indiscusso cancelliere per 16 anni, che ricevette due milioni di marchi tedeschi in fondi neri, «rifiutandosi di rivelare il nome dei donatori per timore che emergessero i favori che avevano ricevuto in cambio», alla Francia di un altro super-potente, il presidente Jacques Chirac, in sella per 12 anni, che a fine mandato (cessata l’immunità) fu accusato di abuso d’ufficio, peculato e conflitto di interessi. Clamoroso, ancora in Germania, il governo del socialdemocratico Gerhard Schröder, che garantì un prestito da un milione di euro a Gazprom per creare una pipeline nel Baltico, «poche settimane prima che lo stesso cancelliere, terminato il mandato, diventasse consulente di Gazprom a un compenso molto maggiore di quello fino a quel momento ricevuto per governare il paese». Dalla Grecia alla Spagna non si Blair e Schroedersalva nessuno. Spiccano, in Gran Bretagna, i favori elargiti alla Faith Foundation di Tony Blair, il rottamatore della sinistra inglese.
«Le diseguaglianze dovute all’abnorme concentrazione in poche mani della ricchezza e le varie forme di corruzione sono indissolubilmente legate», e costituiscono «la conseguenza principale e più grave dell’intreccio ormai inevitabile fra politica ed economia». Non è un caso che questo intreccio, nelle ideologie contemporanee, diventi inestricabile, al punto che le stesse istituzioni politiche ancora formalmente democratiche «diventino a loro volta causa ed effetto delle diseguaglianze e della corruzione». Non ne sono immuni neppure gli Usa, dove si sta erodendo una Costituzione nata per «assicurare l’indipendenza del governo federale da chiunque non fosse il solo popolo», secondo le famose parole di James Madison. La“gift economy” americana prevede uno scambio corruttivo fatto di «favori e rapporti», innescando un conflitto istituzionale che minaccia la democrazia americana.
Nel 2010 e poi il 2 aprile 2014, infatti, la Corte Suprema ha riconosciuto il diritto costituzionale di «finanziare candidati e campagne elettorali senza limiti alle somme di denaro profuse».
Di conseguenza, il denaro «è diventato il problema della politica americana e la radice di ogni altro male, che avvelena la fiducia del cittadino nel governo e nella democrazia, divenuta una sorta di sciarada». Così, emerge «un virus distruttivo delle democrazie, che induce i tre poteri dello Stato a confrontarsi fra loro nel tentativo di combattere senza successo la corruzione pubblica, che anche quando viene individuata rimane senza sanzione», confermando l’intreccio tra politica e affari. «Né i grandi banchieri né i politici corrotti sono di norma puniti con la reclusione, perché entrambi sono, secondo l’espressione americana, “too big to jail” (troppo importanti per la galera)». E’ così che, lentamente, soccombe il potere che più di ogni altro dovrebbe combattere le disuguaglianze: la giustizia. La mondializzazione tende a privatizzare anche quella: «Le sanzioni contro la corruzione internazionale delle grandi multinazionali globalizzate sono comminate con il versamento di cospicue somme di danaro, attraverso accordi con organismi del potere esecutivo e delle agenzie indipendenti con una giustizia negoziata e privatizzata, secondo la perversa ideologia in voga».
In questo modo, «la repressione della corruzione delle grandi società viene definita al di fuori delle autorità giurisdizionali, attraverso una collaborazione interna e un’autodichiarazione di colpevolezza da parte delle società che, pur di evitare la giustizia penale, pericolosa sotto ogni aspetto, anche quello reputazionale, preferiscono dichiararsi colpevoli e collaborare utilizzando complessi sistemi di indagini interne». Si chiamano “accordi di giustizia”, e sono semplici trattative. Senza più una vera giustizia, la corruzione pubblica e privata incoraggiata dalla deregulation continua a dilagare, senza freni, assumendo forme «di apparente legalità, difficilmente sanzionabili». Così, «la lotta contro le disuguaglianze e le corruzioni, pubbliche e private, illegali o elusive, deve essere ormai considerata il principale obiettivo per far sopravvivere le società che le corrette idee del passato, prima della loro disgregazione, ci avevano consegnato attraverso la tutela dei diritti dei cittadini».

martedì 8 luglio 2014

IL GRANDE BLUFF DELL'AUSTERITY

La politica della cinta stretta ha fallito. Il paese è al collasso mentre il debito pubblico cresce ancora
Meno male che la politica del rigore avrebbe dovuto riassestare il debito pubblico. I dati dicono tutt’altro. La politica dell’Austerity finora, oltre ad aver portato al collasso famiglie e imprese, non ha prodotto effetti. Negli ultimi dodici mesi, tra aprile 2013 e aprile 2014, il “buco” nelle finanze statali è cresciuto di 103,5 miliardi di euro, pari a una media di 8,6 miliardi al mese. Un ritmo che lo ha portato a superare la quota di 2.146 miliardi. Tale media è più alta rispetto a quella registrata nel periodo aprile 2012-aprile 2013, quando il debito si allargava di 7,01 miliardi al mese.
Questi i dati più rilevanti che emergono dal rapporto del Centro studi Unimpresa “Il debito pubblico italiano”. Secondo l’analisi dell’associazione, basata su dati della Banca d’Italia, negli ultimi due anni (da aprile 2012 ad aprile 2014) il “buco” nei conti della pubblica amministrazione è aumentato complessivamente di 187,6 miliardi di euro; oltre la metà dello stock aggiuntivo del periodo 2012-2014 è stato accumulato negli ultimi 12 mesi, arco di tempo nel quale il debito è salito di 103,5 miliardi. Nei dodici mesi precedenti la fetta di debito in più era stata pari a 84,1 miliardi.
Dati che dimostrano una crescita costante e a una velocità sempre maggiore: alla fine del 2012 l’ammontare del debito era a 1.989,5 miliardi; alla fine del 2012 il debito era a quota 2.069,3 miliardi.
“Questi dati confermano che la politica del rigore attuata negli ultimi anni, si rivela insufficiente non solo per la salute dei conti statali, ma anche sulle prospettive. Le scelte dei vari esecutivi, Monti, Letta e pure Renzi, hanno colpito le poche speranze di ripresa dell’economia”. Per salvare le micro, piccole e medie imprese deve essere abbattuta la pressione fiscale con interventi seri e rigorosi, non più rinviabili. Adesso basta con l’austerity, giù le tasse”

domenica 6 luglio 2014

L'alleanza continentale emergente tra Russia e Germania

Le modalità della nomina di Junker confermano che da una Germania europea ci siamo spostati verso un’Europa tedesca
Questo fine settimana ha visto l'Unione Europea mettere a punto l'affare che ha permesso all'arci-federalista Jean-Claude Juncker di diventare presidente della Commissione.
Le modalità della nomina ci dicono molto circa la natura mutevole del potere che guida l'Europa. Tutti i governi da Stoccolma a Roma si erano opposti alla nomina di Juncker, ma alla fine nessuno ha sfidato Berlino.
Sempre questo fine settimana, Vladimir Putin ha commentato: "Apprezziamo il potenziale che si è accumulato per le relazioni russo-tedesche e l'alto livello di cooperazione commerciale ed economica tra i due paesi. La Germania, uno dei leader dell'Unione Europea, è il nostro partner più importante nel promuovere la pace e la sicurezza globale e regionale".
Si tratta, come sostiene il blog americano, di un cambiamento decisivo nel carattere politico dell'Eurasia. La storia ci dice che c'è sempre stata una tendenza a combattere lunghe guerre tra imperi marittimi e imperi continentali. Pensate a Atene contro Sparta, a Cartagine contro Roma o alla Gran Bretagna contro la Francia napoleonica. L'ultima grande guerra fu tra Stati Uniti e Unione Sovietica e si è conclusa a favore dell’impero marittimo. Come risultato, dal 1989 abbiamo vissuto in un ordine, in ultima analisi, gestito dall'esercito USA.
Ma dopo qualche fatto spiacevole accaduto nell’esercizio del suo ruolo di poliziotto del mondo, anche l'impero marittimo ora è in ritirata.
Conseguenza di questo spostamento verso un isolamento è che un gruppo di «imperi continentali» stanno iniziando a sfidarsi per garantirsi quel "monopolio legale" della violenza internazionale che gli Stati Uniti hanno esercitato negli ultimi 25 anni. Gli sfidanti più evidenti sono i musulmani sunniti in tutto il Medio Oriente e nell'est-asiatico la Cina che, sempre più sicura e assertiva, sta affermando la sua supremazia.
Queste lotte hanno tutte un potenziale per diventare grandi problemi regionali, ma quello che maggiormente dovrebbe preoccupare è l'alleanza continentale emergente tra la Russia e la Germania. Evitare che cominciasse questa collaborazione è stata per secoli un'idea fissa della diplomazia francese, e per dei buoni motivi. Una combinazione tra una potenza industriale tedesca e le materie prime e la forza militare russa avrebbe creato immediatamente un colosso.
I polacchi, che sono stati le prime vittime di qualsiasi accordo tra Germania e Russia, sono già visibilmente nel panico, e ne hanno tutti i motivi.
Storicamente, Parigi ha sempre cercato di allearsi con i russi, non perché li amasse, ma per impedire alla Germania di fare lo stesso. Il problema è che la Francia non ha nulla da offrire alla Russia (.... se non qualche casa per piacevoli vacanze al mare e qualche posto barca per i magnati sulla sua costa mediterranea) e, comunque, in questo momento si sta concentrando sul miglior modo per perfezionare il proprio suicidio politico ed economico.
Questo lascia il Regno Unito come unico scudo contro un'alleanza verso est. Ma questo fine settimana c'è stata una dichiarazione di Berlino che ha spiegato chiaramente dove vede i suoi interessi. Certo si è sentita qualche parola verso Londra che le diceva di non lasciare l’Ue ma dopo l'incidente del voto che ha fatto eleggere Juncker è chiaro che la situazione è cambiata e che da una Germania europea ci siamo spostati verso un’Europa tedesca.
Sembra che il Regno Unito stia preparando la strada per uscire dall’UE entro quattro anni. Le probabilità che Londra ottenga delle modifiche sostanziali del trattato sono vicine a zero. Come diceva Winston Churchill a metà del XX secolo: “L'Inghilterra non appartiene all'Europa, appartiene ai mari" e così, quando arriverà il momento delle scelte, Londra rimarrà alleata con l'impero marittimo guidato dagli Usa.
Nel vecchio sistema, l'Europa era una specie di protettorato dell'impero marittimo USA, una formula che ha funzionato abbastanza bene. La sfida allo status quo viene da oriente dove Vladimir Putin ha il chiaro obiettivo di creare una nuova alleanza russo-tedesca, il cui perno sarà nell'Est-Europa. Se ci riuscirà questo sarà una grave colpo per l'impero marittimo, soprattutto se il Regno Unito non sarà più uno dei giocatori europei.
Ci saranno grandi ripercussioni politiche negli Stati Uniti e, se il profilo politico prenderà questa forma, la domanda a cui rispondere non sarà solo "ma come abbiamo fatto a perdere l'Asia e il Medio Oriente?" - ma anche "come abbiamo fatto a perdere il nostro più affidabile e disponibile alleato-Europeo?".

venerdì 4 luglio 2014

RENZI: CREDERGLI O NON CREDERGLI?

Con Renzi ci vuole prudenza. Tra qualche mesi i fatti assegneranno a Renzi un potere costituente – se manterrà le promesse – o il titolo di ciarlatano e golpista – sempre che non gli donino una scappatoia democristiana per evitare questo aut aut.
Renzi ha ottenuto un ampio consenso popolare alle elezioni europee e un ampio consenso parlamentare piegando persino Grillo grazie non solo allo sfacciato appoggio mass-mediatico ma pure a una serie di promesse tanto convincenti quanto sinora non mantenute, ossia il calendario riformatore di marzo, nonché il garantito rilancio della domanda interna attraverso il bonus degli 80 euro.
Ultimamente ha rilanciato alla grande le sue promesse grazie al i risultati delle elezioni europee e dichiarando di aver ottenuto il via libera alla sua linea di investimenti e allentamenti.
Forte del suddetto consenso, comunque lo abbia ottenuto, nonché di una ampia ma artificiale maggioranza alla Camera, dovuta a frazioni percentuali e al superpremio di maggioranza (200 seggi) costituzionalmente dichiarato illegittimo dalla sentenza n. 1/2014, ora vuole riformare tutto, dalla Costituzione alle leggi elettorali, alla pubblica amministrazione, alla giustizia, senza passare per la legittimazione di un voto politico né per i referendum.
Dice che bisogna fare di corsa queste riforme perché l’UE avrebbe detto che, se le facciamo, ci consentirà di fare gli investimenti e di rilanciare l’economia. Ma è vero che l’UE lo ha detto? E’ vero che esiste un patto in tal senso? Oppure è falso, è una millanteria con cui Renzi ci vuole indurre ad accettare le riforme che vuole fare lui o chi gli sta dietro, per suoi interessi? Bisogna vederci chiaro, e indispensabile che quel patto venga dichiarato in modo vincolante, ufficialmente, dalla UE, e non solo da Renzi o solo informalmente da qualche altro politico. Se la UE non lo farà, ciò sarà un indizio che le affermazioni di Renzi sono millanterie.
Se è vero che ha ottenuto dalla UE ciò che afferma; se, come promette e assicura, riuscirà a riformare l’Europa e i suoi meccanismi finanziari nonché a rilanciare l’economia europea e quella italiana in particolare; se riuscirà a invertire la recessione, a riassorbire la disastrosa disoccupazione, a rilanciare investimenti e consumi, a fermare l’emigrazione di capitali e cervelli; allora avrà un legittimo potere costituente per fare ciò che vuole fare, cioè rifondare o riorganizzare il Paese.
Se al contrario il suo si rivelerà un bluff, se sono veri i documenti pubblicati dalla stampa non governativa ed esibiti da alcuni esponenti politici indipendenti, cioè se è vero che Renzi, contrariamente a ciò che afferma, non ha ottenuto margini per investimenti come assicurato, e che anzi deve applicare più rigore di bilancio e nuove tasse per rientrare nei vincoli di Maastricht e nelle imposizioni della Commissione, allora egli si rivelerà un millantatore.
Finché questo dubbio non sarà chiarito oggettivamente, è pericoloso e irrazionale dargli il potere che pretende e consentirgli di togliere ulteriore rappresentanza all’elettorato abolendo l’elettività del Senato.
Quindi aspettate prima di permettergli di fare un Senato a nomina essenzialmente partitocratica e non eletto dai cittadini.
Aspettate a consentirgli di fare anche, con l’Italicum, una Camera nominata dai segretari dei partiti politici e dominata in base a una piccola maggioranza moltiplicata incostituzionalmente dal premio di maggioranza.
Aspettate prima di lasciargli immettere nel parlamento decine di deputati nominati mediante meccanismi accidentali e senza collegamento con la volontà espressa dai cittadini nel voto.
Aspettate prima di lasciargli escludere dalla rappresentanza nell’unica camera elettiva milioni e milioni di elettori che sarebbero esclusi dallo sbarramento.
Ricordate che il consenso e la legittimazione di cui ora gode li ha ottenuti a credito e che finora non ha mantenuto un solo punto delle sue promesse.
E ricordategli la seguente, semplicissima ricetta:
l.per la Camera, che vota la fiducia al governo e le leggi proposte: sistema elettorale
maggioritario con premio di maggioranza assegnato attraverso il ballottaggio.
2. per il Senato, che vota sulle riforme costituzionali ed elegge i poteri neutri e di garanzia quali il capo dello Stato, i giudici costituzionali, e componenti laici del CSM, le autorità di garanzia e le commissioni di controllo: sistema proporzionale senza sbarramento, in modo di includere e rappresentare fedelmente tutto l’elettorato.

mercoledì 2 luglio 2014

RENZI E LE BALLE SULL'AUSTERITY

Il premier si è profuso in dichiarazioni anti-austerity. Senza mai spiegare però come l'Italia potrebbe sciogliersi dalla morsa asfissiante dei vincoli europei
Da un po' di tempo a questa parte, tirare all'austerity è diventato lo sport preferito degli uomini politici e di governo del nostro paese. Tra i campioni di questa disciplina spicca per pervicacia il premier Renzi, che di dichiarazioni anti-austerity ha riempito in poco più di un anno un campionario da guinness dei primati. Nessuno, però, men che meno il giovane capo del governo, ha spiegato come l'Italia, concretamente, potrebbe sciogliersi dalla morsa asfissiante dei vincoli europei, che, banalmente, discendono da trattati e regolamenti la cui paternità è anche nostra, in quanto membri del Consiglio europeo e dell'Eurogruppo.
Si tratta, chiaramente, di un imbroglio, consumato scientemente a danno degli italiani, da parte di chi, governo compreso, non ha la minima intenzione di mettere in discussione l'attuale modello di integrazione europea.
Il nostro paese, insieme agli altri partner dell'Eurozona, soggiace ad una serie di regole che ne limitano pesantemente l'autonomia sul versante delle politiche economiche e di bilancio. È giusto ritornarci, perché un'eventuale - e auspicabile - fuoriuscita dall'austerity non potrebbe prescindere dalla rottura della gabbia d'acciaio in cui attualmente siamo rinchiusi.
Tale gabbia si chiama governance europea e si compone di una serie di vincoli per i bilanci pubblici - ispirati a rigidi concetti di stabilità e di sostenibilità delle politiche che vi afferiscono, tra cui spiccano i noti (o famigerati) parametri sul deficit e sul debito in rapporto al Pil - e di strumenti atti a prevenirne o a correggerne gli squilibri.
Col Fiscal compact, nel 2012, l'Omt per i paesi dell'Eurozona è stato fissato allo 0,5%. Com'è noto, accanto alla «regola del deficit» c'è la «regola del debito», introdotta nel 2011 con il Six Pack, l'insieme dei regolamenti che hanno profondamente modificato la governance europea, poi ripresa nel Fiscal compact.
Cosa dice questa regola? Che la quota del rapporto debito/PIL in eccesso rispetto al valore del 60% debba essere ridotta ad un tasso di 1/20 all'anno, avendo come riferimento la media dei tre precedenti esercizi. L'ora «x» per il nostro paese (valutazione di conformità della Commissione) è fissata al 2015.
Il cerchio si chiude, come già accennavamo, con gli strumenti di prevenzione, di sorveglianza e di correzione automatica, che consentono al sistema di «funzionare».
Nella sostanza parliamo di una serie di interventi a monte (braccio preventivo) e a valle (braccio correttivo) nel procedimento di formazione del bilancio dello stato e nella definizione delle politiche economiche pubbliche che, di fatto, hanno esautorato i governi ed i parlamenti nazionali nelle loro prerogative costituzionali in materia (lo chiamano «coordinamento e sorveglianza delle politiche economiche e di bilancio nell'Unione»). Alla base di questo complicatissimo edificio di regole e di poteri c'è un principio semplicissimo: l'indebitamento è un problema e come tale va affrontato e risolto, agendo sulla sua matrice (spesa in deficit) ed operando a tappe forzate per la sua riduzione (deleveraging).
Il dramma è che l'accelerazione su questo versante si è avuta quando la crisi stava già producendo i suoi effetti recessivi sull'economia europea. E' stata la risposta - folle - che l'Europa, attraverso le sue istituzioni, ha dato alla crisi scoppiata oltreoceano nel 2007-2008. I danni sono sotto gli occhi di tutti: è stato assecondato il ciclo economico negativo anziché contrastarlo. Basta fermarsi ai dati sulla disoccupazione. Dal 2007 al 2013 i disoccupati nell'Eurozona sono passati da 11,6 a più di 19 milioni. In Italia da 1,5 a 3,1 milioni, praticamente il doppio.
Nel 2009 il nostro paese «vantava» un tasso di disoccupazione inferiore di 2 punti percentuali alla media europea (7,4% contro 9,5% Ue), oggi viaggiamo intorno al 14% (giovanile al 46%). E' il debito? Nel nostro paese, sia in termini assoluti che in rapporto alla ricchezza nazionale, è andato alle stelle. Fa bene, perciò, il premier Renzi a dire che l'austerità ci sta facendo male. Ma, com'è nella sua abitudine, non ci spiega come questa sua «sensibilità» («Basta austerità, bisogna cambiare verso») possa sposarsi con il rispetto dei vincoli europei («Dobbiamo tenere i conti in ordine per i nostri figli»), intorno ai quali ruota tutta l'impalcatura del Def approvato ad aprile. Né ha chiarito come il mantenimento della tabella di marcia contenuta in quest'ultimo atto, relativamente agli obiettivi di finanza pubblica (conseguimento del pareggio strutturale nel 2016 e rispetto della regola del debito), sia compatibile con i dati reali che provengono dall'economia, quasi tutti al ribasso rispetto alle previsioni già «prudenti» di qualche mese fa. Diciamolo chiaramente: il nostro paese non è nelle condizioni di rispettare quegli impegni. Sarebbero necessari surplus primari (eccesso della raccolta fiscale sulla spesa pubblica al netto degli interessi sul debito) straordinari, il cui conseguimento imporrebbe tagli draconiani alla spesa e livelli di tassazione del tutto insostenibili (gli 80 euro sono serviti come arma di distrazione?). Il 1 luglio si apre il semestre di presidenza italiana della Ue. Il premier vorrà essere conseguente con le sue proposizioni? Ponga all'ordine del giorno la revisione dell'intera governance europea.

lunedì 30 giugno 2014

IL TISA

Come se non bastasse il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), ovvero il negoziato, condotto in assoluta segretezza, fra Usa e Ue per costituire la più grande area di libero scambio del pianeta, realizzando l’utopia delle multinazionali, un nuovo attacco ai beni comuni, ai diritti e alla democrazia è in corso con il TISA (Trade In Service Agreement), un nuovo trattato.
Si tratta –per quel che sinora è filtrato dalle segrete stanze- di un negoziato, che riprende in molte parti il fallito accordo generale sul commercio e i servizi (Agcs), discusso per oltre 10 anni e con durissime contestazioni di piazza all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Fallito quello che doveva essere un accordo globale, le grandi elite politico-finanziarie hanno da tempo optato per accordi tra singoli paesi o per aree, dove far rientrare dalla finestra, grazie all’assoluta opacità con cui vengono condotti gli stessi, ciò che le mobilitazioni sociali dei movimenti altermondialisti avevano cacciato dalla porta.
A sedere al tavolo delle trattative per il nuovo trattato sono i paesi che hanno i mercati del settore servizi più grandi del mondo: Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada, i 28 paesi dell'Unione Europea, più Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica. Con interessi enormi in ballo: il settore servizi è il più grande per posti di lavoro nel mondo e produce il 70 per cento del prodotto interno lordo globale; solo negli Stati Uniti rappresenta il 75 per cento dell'economia e genera l'80 per cento dei posti di lavoro del settore privato.
L’aspetto più incredibile è il fatto di come, non solo il negoziato si svolga in totale spregio di alcun diritto all’informazione da parte dei cittadini, bensì sia previsto, fra le disposizioni contenute, l’impegno da parte degli Stati partecipanti a non rivelare alcunché fino a cinque anni dopo la sua approvazione!
Una nuova ondata di liberalizzazioni e di privatizzazione di tutti i servizi pubblici si sta dunque preparando e, non a caso, la prima tappa di questa trattativa –avvenuta nell’aprile scorso e finita nelle provvidenziali mani di Wikileaks- ha riguardato la liberalizzazione dei servizi e prodotti finanziari, dei servizi bancari e dei prodotti assicurativi: non sia mai che la crisi, provocata esattamente dalle banche e dai fondi finanziari, rimetta in discussione la totale libertà di movimento e di investimento dei capitali finanziari in ogni angolo del pianeta.
Per quel che si è riusciti a sapere, proprio in questi giorni si sta svolgendo un secondo incontro ed è assolutamente evidente come ad ogni tappa verrà posta l’attenzione su un settore di servizi, fino a comprenderli tutti: dall’acqua all’energia, dalla sanità alla scuola, dai trasporti alla previdenza.
Un mondo da mettere in vendita, attraverso la trappola del debito pubblico e le politiche di austerità, attraverso il TTIP e il TISA, per permettere al modello capitalistico di uscire dalla crisi sistemica, con un rilancio dei mercati finanziari, che, dopo aver investito l'economia, ora hanno puntato gli occhi sulla società e la vita, sui diritti, i beni comuni e la natura.
Per farlo, devono sottrarsi ad ogni elementare regola di democrazia e rifugiarsi nella segretezza: ma come i vampiri della notte non reggono la luce del giorno, così i piani delle elite politico-finanziarie possono essere sconfitti da una capillare informazione e da una ampia e determinata mobilitazione sociale. E' ora di muoversi.

domenica 29 giugno 2014

LA PORCATA BIS DELLA RIFORMA DEL SENATO

Fu porcata-bis dell’ineffabile Cal­de­roli, o cal­lido dise­gno del governo pur di assi­cu­rarsi il senato non elet­tivo tanto ago­gnato? Tutti rifiu­tano la pater­nità, e l’angoscioso inter­ro­ga­tivo sul ritorno dell’immunità-impunità per­corre l’Italia e le prime pagine dei gior­nali. La sto­ria dirà.
Tutto nasce per l’emendamento che sop­prime l’art. 6 della pro­po­sta gover­na­tiva, con l’effetto di esten­dere ai sena­tori di seconda scelta del «senato nuovo» la pie­nezza delle garan­zie pre­vi­ste dall’art. 68, comma 2, della Costi­tu­zione per i parlamentari.
Per inten­derci, par­liamo dell’autorizzazione della camera per arre­sti, per­qui­si­zioni e inter­cet­ta­zioni. Dun­que, esi­ste­reb­bero in Ita­lia 95 gover­na­tori, con­si­glieri regio­nali e sin­daci per cui – a dif­fe­renza di tutti gli altri — qual­siasi inda­gine della magi­stra­tura sarebbe molto dif­fi­cile, di fatto impos­si­bile, o comun­que assog­get­tata al giu­di­zio dei pari.
Un bene­fit appe­ti­bi­lis­simo per i for­tu­nati 95, assai più del posto auto sotto Palazzo Madama. E nes­suno avanzi sot­tili distin­guo sul punto che la garan­zia costi­tu­zio­nale ope­re­rebbe per le fun­zioni di sena­tore, e non per quelle di sin­daco, con­si­gliere, o gover­na­tore. Come sepa­rare in con­creto, nell’ambito di un’attività inve­sti­ga­tiva, l’attività svolta per il comune o la regione da quella par­la­men­tare? E poi baste­rebbe con­durre gli affari – per così dire più riser­vati – nella bou­vette del senato o sul cel­lu­lare di servizio.
La radice del pro­blema è nell’avere scelto di imbot­tire il nuovo senato di ceto poli­tico regio­nale e locale, nel tempo del Mose, dell’Expo, degli assurdi rim­borsi spese a danno del pub­blico era­rio. Le inchie­ste hanno sco­perto un ver­mi­naio, mostrando a tutti quel che i più avver­titi già sape­vano: che la poli­tica regio­nale e locale è oggi in larga misura il ven­tre molle del sistema Italia.
Non c’è in prin­ci­pio nulla di inac­cet­ta­bile in un senato eletto in secondo grado. Se ne parlò ampia­mente anche in Assem­blea costi­tuente. Ma ogni cosa va vista nel suo tempo. Agli albori della Repub­blica, il cur­sus hono­rum era stret­ta­mente gover­nato da forti par­titi poli­tici, che garan­ti­vano la qua­lità e l’onorabilità degli eletti in tutti i livelli isti­tu­zio­nali, dalla peri­fe­ria al cen­tro. I par­titi liquidi di oggi non ne sono più capaci, come pro­vano le ricor­renti pole­mi­che sulla can­di­da­tura di per­so­naggi pros­simi al rin­vio a giu­di­zio, fre­schi di con­danna, e per­sino in odore di mafia e camorra. Siamo molto più vicini agli Stati Uniti che nel 1913, per porre fine a scan­dali e cor­ru­zione, scris­sero nella Costi­tu­zione l’elezione popo­lare diretta dei senatori.
Ben si com­prende come la rea­zione dell’opinione pub­blica sia stata nel senso dell’abolizione della gua­ren­ti­gia per tutti i par­la­men­tari, piut­to­sto che per l’allargamento ai sena­tori di nuovo conio. Certo, la spe­ciale tutela dell’art. 68, co. 2, ha avuto nella sto­ria repub­bli­cana grande rilievo in alcuni momenti, ad esem­pio quando i par­la­men­tari della sini­stra si met­te­vano alla testa delle mani­fe­sta­zioni per la riforma agra­ria. Ma quei tempi sono lon­tani. E ha più senso togliere una gua­ren­ti­gia vista da tanti come inac­cet­ta­bile pri­vi­le­gio, piut­to­sto che allar­garla a chi potrebbe appro­fit­tarne per aumen­tare il livello di cor­rut­tela. Del resto, non sono pochi i paesi in cui la garan­zia per il par­la­men­tare si ferma alla immu­nità per le opi­nioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle funzioni.
Com­po­si­zione del senato, sta­tus dei suoi mem­bri, poteri dell’istituzione fanno parte di un con­ti­nuum inscin­di­bile. La pole­mica in atto dimo­stra come sia dif­fi­cile – nelle con­di­zioni reali di oggi – costruire una isti­tu­zione forte negando l’elezione diretta. Aumen­tare i poteri, come in qual­che misura fanno gli emen­da­menti pre­sen­tati, accre­sce le con­trad­di­zioni, non le risolve. E rimane soprat­tutto macro­sco­pico il punto della revi­sione costi­tu­zio­nale. La Costi­tu­zione di tutti viene lasciata nelle mani di una camera poco rap­pre­sen­ta­tiva in virtù della legge elet­to­rale, e di un senato per niente rap­pre­sen­ta­tivo per­ché affi­dato alle occa­sio­na­lità delle vicende locali. Quale forza potrebbe mai avere domani una simile Costi­tu­zione? A que­sto punto, una riforma seria richie­de­rebbe una riscrit­tura radi­cale dell’art. 138 Cost., che affi­dasse la revi­sione a un’assemblea eletta ad hoc con il proporzionale.
Stu­pi­sce che la scom­messa del governo sia tanto forte. È il caso di riba­dire ancora una volta che un senato non elet­tivo non è affatto l’unico modo di supe­rare il bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. Al con­tra­rio, si potrebbe inve­stire su un senato forte ed elet­tivo nell’ambito di un sistema dif­fe­ren­ziato.
Ancora, il bica­me­ra­li­smo non è di per sé causa di ritardo e danno all’effettività del gover­nare.
Il 6 mag­gio 2014 Hol­lande, nel fare il bilan­cio dei primi due anni di Pre­si­denza afferma che il divieto per i par­la­men­tari del cumulo con cari­che ese­cu­tive regio­nali e locali « c’est un grand pas pour notre démo­cra­tie ». Indub­bia­mente, anche il nuovo senato sarebbe per noi un grande passo. Pur­troppo, all’indietro.