sabato 14 giugno 2014

LO SPECCHIETTO PER GLI ALLOCCHI

80 euro in più a chi lavora a fronte di 1milione di famiglie povere, a circa 4 milioni di cittadini senza la possibilità di “mettere il piatto a tavola”, ad una cassa integrazione che batte record su record, ad un tasso di disoccupazione, rilevato dall’Istat, molto più basso del reale, ad una marea di anziani pensionati, di disabili, senza aiuto, senza assistenza né sanitaria né economica.
Serviva al PD, corresponsabile delle politiche di distruzione dello Stato sociale e dei redditi delle famiglie più povere e di quelle della medio-borghesia, presentare un programma di quegli slogan ripresi dalla piazza, a cominciare dai tetti degli stipendi dei manager pubblici, solo in parte ritoccati, ma ancora molto al di sopra dei reali risultati raggiunti e confrontati con quelli delle stesse figure professionali degli altri paesi europei, da un abbassamento del numero, sproporzionato ed inaccettabile, di macchine blu, e da un “aggiustamento”, ancora tutto da verificare, sulle spese militari, in primis gli inutili e difettosi F35.
Rimangono intoccati i problemi nodali del nostro paese, quelli “strutturali”, quelli legati all’ormai noto e conclamato “accordo” tra malavita ed istituzioni, tra imprenditori “prenditori” e collusi di enti locali e nazionali, di spese inutili e sprechi incontrollabili, di arroganza ed amoralità diffusa, di “grandi opere” fatte a misura e somiglianza di interessi altri, contrari ed addirittura nocivi per la popolazione.
Una passata di fard su un viso pieno di pustole, di quelle decisioni prese assieme al PDL di Berlusconi, che hanno reso il lavoro precario, e mirano a mantenerlo così per sempre ed a peggiori condizioni, che hanno affossato la vita di chi ha lavorato per decenni, distruggendogli potere d’acquisto della pensione, cancellando accordi sottoscritti (esodati), rubando quel minimo dovuto a chi, disabile, riteneva di vivere in un paese democratico.
Ora i servi giornalai si accorgono della presenza di un milione di famiglie senza reddito, di circa 4 milioni di poveri, di gente che non ha diritti, non ha casa, non ha stipendio, non ha quello che i furti, l’incapacità, l’arroganza, l’ignoranza di questa classe politica gli ha tolto per il proprio arricchimento, per il proprio potere, per rigenerarsi e continuare a distruggere quel poco che è rimasto.
Servivano gli specchietti per gli allocchi, ma soprattutto servono ai collusi, a chi pappa con questa gentaglia, a chi detiene la ricchezza di questo paese, a chi ruba e a chi continua a rubare…anche alla feccia serve avere una giustificazione morale per continuare a puzzare.

giovedì 12 giugno 2014

I BAMBINI PRINCIPALI VITTIME DELL'AUSTERITA'

Le misure d’austerità ideate, in teoria, per portare l’Europa fuori dalla crisi hanno costretto dal 2008 ad oggi oltre 800 mila bambini a superare la soglia di povertà. A sostenerlo in un rapporto pubblicato martedì, dal titolo “World Social Protection”  di 357 pagine, è l’Organizzazione internazionale del lavoro. 
“I risultati del modello sociale europeo, che hanno ridotto drasticamente la povertà e promosso la prosperità dopo la seconda guerra mondiale, si stanno erodendo a causa delle riforme di aggiustamento di breve periodo”, si legge nel rapporto. Secondo World Social Protection, inoltre, il consolidamento fiscale che aveva come obiettivo quello di ridurre il debito non è riuscito a stimolare quella crescita economica necessaria a creare posti di lavoro. Mantenere le protezioni sociali, si legge, non solo riduce la povertà ma stimola anche la crescita rafforzando la salute dei vulnerabili, aumentando la loro produttività e incrementando la domanda interna.
Il rapporto dichiara come le nazioni sotto regime di austerità come per esempio Irlanda, Cipro, Grecia e Portogallo hanno visto i loro Pil crollare e con essi i consumi. In Grecia i salari sono diminuiti del 35% dal 2008 mentre la disoccupazione ha toccato la cifra record del 28%. Allo stesso tempo, le riforme di sicurezza sociale sono sostituite con un sistema che limita la responsabilità dello stato greco verso i propri cittadini.
La soluzione europea per la crisi nei cinque anni passati ha dato il via a disoccupazione persistente, bassi salari e alte tasse, tutte e tre hanno aumentato i tassi di povertà e di esclusione sociale, che ora affligge 123 milioni di persone o il 24% della popolazione. Prima dell’inizio della crisi nel 2008, la cifra era di 116 milioni e oggi oltre 800 mila bambini hanno superato la soglia di povertà rispetto al 2008 e, conclude il rapporto, “alcune stimeprevedono un aumento di 15-25 milioni di persone che si vedranno di fronte la possibilità di vivere in povertà dal 2025 se il consolidamento fiscale dovesse continuare”.
Secondo i dati della Commissione europea, il numero di disoccupati nell’Ue ha toccato i 26 milioni e 5,3 sono i giovani senza impiego. Il commissario per l’impiego Laszlo Andor ha dichiarato lunedì che circa un quarto della popolazione dell’Ue è a rischio povertà o esclusione sociale.  
Questa è l'attuale europa cosi come concepita.

martedì 10 giugno 2014

LA GESTIONE DEGLI SCANDALI

Non tutti gli scandali vengono per nuocere. Anzi…
E’ la triste lezione della Tangentopoli numero uno, oltre venti anni fa. Il terremoto politico innescato da una banale mazzetta in un Pio Albergo Trivulzio qualsiasi sfociò, al termine di due anni convulsi come pochi, tutto il potere nelle mani del re dei corruttori. Anche Tomasi di Lampedusa sarebbe rimasto sorpreso dell’abilità dei gattopardi contemporanei…
Gli arresti per il Mose di Venezia arrivano a pochi giorni di distanza da quelli per l’Expo 2015 a Milano. Testimoniano entrambi del fatto che classe politica e imprenditori sono edificatori solidali di un sistema corruttivo senza alternative. Siamo in un micromondo dove il capitalismo non è mai davvero arrivato e prevalgono ancora le logiche della cosca rispetto a quelle dell’imprenditorialità. Non che queste siano “migliori”. Semplicemente corrisponderebbero più precisamente al contesto – “i mercati” – entro cui anche questo paese risulta inserito.
Il governo Renzi rappresenta forse l’ultimo tentativo, col pieno sostegno dell’Unione Europea e della Troika, di trasformare la governance di questo paese mettendo al centro l’impresa tout court, senza più quel groviglio di interessi intrecciati tra amministrazione pubblica corrotta, impresa fuori mercato ma corruttrice e quindi sopravvivente solo grazie agli appalti pubblici, malavita organizzata e cecità generale.
Per questo, dunque, gli scandali recenti possono essere gestiti al meglio, come “il passato che non vuol passare”, come la “vecchia politica” che va “rottamata” creando nuovi poteri e nuove regole. E’ un regime super centralizzato contro cui nessuno si deve poter illudere di continuare ad agire come prima.
La reazione alla raffica di arresti è stata dunque scontata: un’accelerazione sul ddl anticorruzione, per dare immediatamente tutti i poteri operativi necessari al “grande commissario”, all’uomo solo al comando, per il momento incarnato dal magistrato anti-camorra Raffaele Cantone. Un personaggio al di sopra di ogni sospetto, con una carriera cristallina alle spalle. Un nuovo Di Pietro, simile a quell’icona prima dell’ingresso “in politica”.
Il problema centrale per il governo è infatti quello di dare seguito alle grandi opere, non ripensarne l’utilità o “necessità”. Soprattutto per quanto riguarda l’Expo, elevato ormai a “vetrina” della ritrovata verve italiana davanti al mondo.
Di fatto, si tratta di una torsione centralizzatrice perfettamente coerente con l’orizzonte istituzionale del nuovo governo. Naturalmente “motivata” con nobili intenzioni, ma generante un potere incontrollabile. Non osiamo pensare a cosa potrebbe accadere se al posto di Cantone, un futuro governo (o anche questo) dovesse piazzare un più disinvolto referente delle lobby dei grandi appalti…
Una torsione evidente da mille dettagli. Si può forse credere che lo “tsunami di sgomberi” delle occupazioni di immobili, attivato in tutta Italia nelle ultime due settimane, sia una pura coincidenza temporale di autonome iniziative delle questure locali? Chiaro che no.
Una prova addirittura solare è nella querelle sul proclamato sciopero della Rai. Dichiarato velocemente “illegittimo” – a causa della quasi coincidenza con lo sciopero nei servizi pubblici proclamato da U.s.b. – ha “animato” reazioni mediatiche generali pro e contro il governo. Ma quando Usb si è fatta sentire per invitare i lavoratori Rai ad unirsi allo sciopero del 19, invece che insistere sulla data del 21, è improvvisamente calata una cortina di silenzio generale. Che non si può non definire “complice”.
La costruzione di un  regime implica davvero un “cambio di passo”. Non solo una nuova retorica e un nuovo immaginario, ma un campo di valori completamente diverso e soprattutto una centralizzazione assai più ferrea. La priorità programmatica resta naturalmente quella chiesta dall’Unione Europea e dalle imprese: liquefare il mercato del lavoro, in modo da consegnare alle imprese lavoratori spogliati di diritti e forza contrattuale, soli e senza collegamenti solidali. Ma per far passare questo programma con il minimo di conflittualità possibile vanno benissimo – anzi: servono come il pane – scandali che facciano vedere ex potenti, politici, amministratori e imprenditori felloni varcare le porte delle galere.
Un lavacro pubblico che dovrebbe consegnare alla “nuova classe politica” le chiavi dello Stato per almeno un paio di decenni a venire. Per portare a termine le “grandi opere”, tutto sommato, si stanno già facendo avanti altri imprenditori. Si cambiano le facce e persino il gioco. Ma non di molto.

domenica 8 giugno 2014

MAZZETTE IN LAGUNA

Massimo Cacciari – tra i cui non molti meriti di sindaco di Venezia c’è quello di essersi  sempre opposto al Mose – ha detto che le radici della corruzione vanno cercate nell’urgenza.
Vero, ma il Mose sarebbe criminogeno anche se i suoi lavori andassero lentissimi. Perché è  un progetto sbagliato in sé: frutto di quella vocazione al suicidio da cui Venezia non sembra capace di liberarsi.
Per mille anni la Repubblica Serenissima ha vegliato sul delicato equilibrio della Laguna,che è la particolarissima “campagna”che circonda Venezia. In natura, una laguna ha una vita limitata nel tempo: o vincono i fiumi che portano materiali solidi verso il mare, e la laguna si trasforma in palude e piano piano si interra, oppure vincono le correnti marine, che tendono a renderla un golfo o una baia. I veneziani capirono subito che tenere in vita la Laguna salmastra voleva dire assicurarsi uno scudo naturale sia verso la terra che verso il mare.
Così la storia di Venezia è stata “la storia di un successo nel governo dell’ambiente”.
Una storia che, con l’avvento dell’Italia unita si è, però, interrotta, ed è definitivamente collassata negli ultimi quarant’anni di malgoverno veneziano. Per fare entrare le Grandi Navi (turistiche, industriali e commerciali) si sono dragati e approfonditi i canali d’accesso in Laguna, e contemporaneamente se ne è abbandonata la secolare manutenzione.
Il risultato è stato un abnorme aumento dell’acqua alta, culminato nella vera e propria alluvione del 1966. Fu proprio quell’enorme choc che mise Venezia di fronte all’alternativa: o riprendere il governo della Laguna e mantenere l’equilibrio, o essere mangiata dall’Adriatico.
Fu allora che emerse la terza via: il Mose, che permise di eludere la scelta tra responsabilità e consumo. L’idea era di continuare indefinitamente a violentare la Laguna e poi rimediare meccanicamente, con una gigantesca valvola che chiudesse le porte al mare. È come se un paziente ad altissimo rischio di infarto venisse persuaso dai medici a non sottoporsi ad alcuna dieta né ad alcun esercizio fisico, e a scommettere invece tutto su una costosissima e complicata operazione di angioplastica.
Non verrebbe da pensare solo che i medici sono incompetenti: ma anche che hanno qualche interesse occulto nell’operazione. E se poi quei medici finissero in galera, chi potrebbe stupirsi?
Follemente, la scelta della terapia è stata affidata direttamente ai chirurghi. Fuor di metafora: la salvezza di Venezia e del suo territorio è stata affidata a un consorzio di imprese private interessate a realizzare il costosissimo meccanismo di riparazione del danno, il Mose appunto. E tutto è stato asservito a questo ente.
Sarebbe difficile spiegare un simile suicidio se non vedessimo che Venezia si distrugge ogni giorno in mille altri modi, prostituendosi, fino alla morte, a un turismo cannibale. Ma mentre gli abitanti continuano a scendere (sono ora 59.000: un terzo della popolazione del 1950, la metà di quella del 1510) e le Grandi Navi sembrano inarrestabili, c’è ancora  chi resiste, tra mille difficoltà.
Esemplare il caso di Italia Nostra, cui appartiene la voce più ferma e coraggiosa contro la morte di Venezia, una voce che un anno fa aveva documentato pubblicamente proprio la corruzione del Mose.
Pulire la Laguna, insomma, sarà un’impresa lunga

venerdì 6 giugno 2014

LA FESTA DEL 2 GIUGNO IN UN PAESE SENZA SOVRANITA'

Chissà perché la Festa della Repubblica debba essere una parata militare. Non voglio fare la litania di “quanto ci costa”, anche se ci costa moltissimo, più di quanto ci dicono. Vi sono centinaia di soldati di tutte le armi, fuori dalla parata, in servizio d’ordine. E centinaia di auto blu, con relativi autisti. Questi costi non sono stati conteggiati, ma c’erano. Lasciamo perdere: sarei disposto a spese anche maggiori, se fossero nello spirito della Repubblica, “fondata sul lavoro” (articolo 1). Mi sono chiesto: perché non fare sfilare il lavoro? Quello che c’è e quello che non c’è. Certo ci vorrebbe un tantino di fantasia creativa, ma non siamo forse un popolo di artisti, di santi, di navigatori ecc? Non potremmo appaltare questa idea a trenta saggi, che scandaglino per benino la nostra Costituzione e trovino come festeggiarla senza “farle la festa”m senza scassinarla, e scardinarla, come si è fatto più d’una volta in questi ultimi 30 anni?
Lo so che c’è la tradizione, che, dal lontano 1948, prevede una parata militare. Ma erano altri tempi. Eravamo Repubblica da poco, da poco avevamo combattuto. Ma, fin dal 1949 entrammo nella NATO e cessammo di essere sovrani nel nostro stesso paese. Da allora tutto questo orgoglio tricolore non ha più cessato di sbiadire.
Nel 2010, già regnante Giorgio Napolitano, il 64-esimo anniversario della Repubblica fu dedicato – in onore dell’articolo 11 della Costituzione – “alle forze armate in missioni di pace”. Non ridete, s’intendeva anche l’Afghanistan, l’Irak, la Libia. Con questo spirito si poteva dedicare la parata agli F35. Insomma voglio dire che di tutto questo si potrebbe fare a meno. Lo so, lo so, anticipo l’obiezione: e la gente come si diverte? Ho una risposta: educandola alla pace. Del resto nel 1963 la parata fu annullata perché Giovanni XXIII stava morendo. Pensate e inchinatevi. Adesso l’hanno fatto santo.  Non potevamo fare altrettanto e sospenderla? Anche nel 1976 non ci fu la parata, causa il terremoto nel Friuli. Nel 2012 fu dedicata ai terremotati dell’Emilia, che avrebbero preferito di certo che quei soldi andassero a loro. infine l’anno scorso il re decise che la parata si doveva fare, ma ridotta, in ricordo dei poveri. E costrinse la compagnia a rinunciare al ricevimento con champagne e pasticcini.
Quest’anno c’è Renzi in trionfo, la crisi è finita (dicono sul palco) e dunque abbiamo potuto permetterci ben due passaggi delle Frecce Tricolori. Fine dell’austerità, dunque, e anche i corazzieri hanno potuto sfilare a cavallo per la gioia dei cittadini festanti colà pervenuti. C’era abbastanza biada. Ma, sotto sotto, lo sappiamo: siamo una colonia dell’Impero, e questo è un cerimoniale senza significato: un involucro vuoto. Parata inutile di un esercito inutile. Di professionisti che non rappresentano il popolo. Dovremmo pensarne un altro, di esercito, di leva, una forza capace di difendere le popolazioni dalla catastrofi naturali che si annunciano sempre più frequenti. Sarebbe stato meglio proclamare il lutto nazionale per il ritorno ufficiale in Europa del nazismo. Parlo dell’Ucraina, che tra poco sarà nostra alleata nella NATO. E nessuno lo sa, nel nostro popolo festante che applaude i simpatici bersaglieri.

mercoledì 4 giugno 2014

LA MANIPOLAZIONE DELLA REALTA' DEI MASS MEDIA

L’informazione mediatica, che già agli albori del secolo scorso iniziava a mostrare tutte le proprie potenzialità, ha man mano conquistato nei decenni a venire uno spazio sempre maggiore, crescendo di pari passo con la crescita degli strumenti tecnologici idonei a veicolarla.
Oggi la sua presenza è immanente e costituisce la spina dorsale di un modello sociale ipercinetico e visionario, basato sull’informazione urlata, la superficialità assoluta e la competizione sfrenata, elevata a ragione di vita.
Chi gestisce i media, attraverso la TV, internet, le radio ed i giornali, detiene il potere non solo di gestire, ma anche di creare la realtà nella quale conduciamo la nostra esistenza. Controlla i nostri sentimenti e le nostre idee, decide quando dobbiamo piangere, ridere o indignarci, crea i nostri nemici ed i nostri eroi, sceglie se attirare la nostra attenzione in una determinata direzione, oppure sviarla, ci informa su quanto sta accadendo all’altro capo del mondo e contemporaneamente ci tiene all’oscuro riguardo a quanto accade a pochi chilometri da noi……
Chi gestisce i media sceglie le coordinate per delimitare il piano inclinato attraverso il quale siamo costretti a muoverci, ci suggerisce chi dobbiamo amare e chi detestare, quali devono essere le nostre aspirazioni, quali vicende meritano la nostra attenzione e quali no. Chi gestisce i media gestisce noi e le nostre idee, lasciandoci unicamente l’illusione che esse ci appartengano.
E’ sufficiente la visione di un TG o la lettura di un quotidiano, per prendere coscienza del sottile lavoro di mistificazione in essi contenuto. In un periodo di grande sofferenza economica come quello attuale, l’attenzione dello spettatore (lettore) deve essere sviata dai problemi contingenti cha affliggono le famiglie e dalle responsabilità che stanno alla base di questi problemi. l servizi di apertura e le prime pagine saranno di conseguenza monopolizzati dalle vicende giudiziarie di Berlusconi o di altri uomini politici, dalla gestione del relitto della Costa Concordia o dalle tragedie aventi per oggetto i naufragi dei migranti, mentre al tempo stesso l’epidemia di suicidi causati dalla crisi economica, l’aumento dell’IVA e della benzina, la crescita esponenziale della disoccupazione, verranno sottaciuti o al più relegati in qualche trafiletto minore.
Seguendo lo stesso modus operandi, il presidente di un paese non più nelle grazie dell’Occidente verrà definito tiranno o dittatore ed il suo governo regime, per suscitare l’odio dello spettatore che sarà indotto ad approvare la futura guerra. Ad uno scandalo concernente un uomo politico o un partito verrà data ampia o scarsa visibilità, le tribolazioni di un popolo oppresso, verranno raccontate o completamente ignorate e via discorrendo.
Riuscire a ragionare in maniera autonoma, riducendo il più possibile l’influenza della manipolazione mediatica sulla nostra psiche è più difficile di quanto si possa immaginare. Occorre innanzitutto abbandonare la presunzione di essere immuni ai manipolatori e armarsi di pazienza e “coraggio” nella ricerca della vera realtà. Si tratta di una strada lunga, complicata ed infarcita di brutte sorprese, ma senza dubbio prodromica di grandi soddisfazioni.

lunedì 2 giugno 2014

CHI E' FARAGE?

Chi è Nigel Farage? Secondo i giornali sarebbe diventato il successore di Hitler, marchiato di misoginia, xenofobia, razzismo, omofobia: un criminale in breve. Allora è vero che il caro vecchio Beppe stava oltre Hitler, perciò l’incontro con il nuovo “Führer”. A parte le battute, che molti a quanto pare non riescono a cogliere e a comprendere senza sollevare una questione di paternale opportunità, l’obiettivo dei diversi influencer in rete e vari troll esagitati è ancora una volta screditare il movimento. Tutti a condividere status, foto, articoli sul nuovo mostro e a dire “ecco chi era veramente Beppe, avevamo ragione”. Tutti contro Beppe e M5S. Quale occasione più ghiotta di un incontro con un ultra conservatore estremista di destra inglese?
Il dado è tratto. Uno vale uno: un fascista vale un fascista. Discorso chiuso secondo La Stampa: “La foto di Grillo con Nigel Farage chiude ogni discussione sulla natura e le radici del Movimento 5 Stelle”. Tutti di corsa a puntare il dito, disprezzare, denigrare, demonizzare, ridicolizzare, offendere il nemico. Un nemico che urla sì, ma parla di onestà. Bravi, dopotutto si sa una sinistra antropologicamente superiore ha il dovere di metterti in guardia e indicarti dove sta la verità e la ragione. Si sa devi essere di sinistra (camuffata da destra o viceversa) per essere e parlare di persone oneste. Sì proprio quelle che siedono attualmente accanto ai vari Alfano, Lorenzin, che fanno patti con condannati e che contano tra le loro file soggetti penalmente discutibili. Perché loro sono la speranza, la paura sta dall’altra parte.
Ancora di più se hai dalla tua parte mass media e stampa. Ancora di più oggi dopo la vittoria di Renzi a 80 euro al mese. Ho i miei dubbi su Farage, soprattutto per le sue posizioni su ambiente e immigrazione, ma lo conosco poco in profondità per poterne tracciare un profilo serio e non mi va di andarlo a raccattare attraverso quello che l’informazione sta smistando in queste ore. Tra l’altro vedo pochi punti in comune con il M5S. Tranne quello di volere lottare contro gli eurocrati e la “dittatura” europea. Sarò impopolare ma io ci vedo solo un gioco al massacro.
Nigel Farage, che rappresenta oggi quasi un terzo dei cittadini inglesi, sarebbe talmente pericoloso da non meritare neanche una visita su invito per discutere la possibilità di una futura alleanza in Europa. Questo è un altro punto che troppo spesso sfugge: abbracciare un progetto comune, soprattutto di lotta e di modifica alle radici, in Europa non significa condividere le idee e i valori di politica interna. E questo frastuono mediatico avviene in un’epoca in cui a commissari, tecnocrati, finti governi e legionari della Troika, che stanno imponendo una macelleria sociale senza precedenti ad intere popolazione, quegli stessi giornali portano il rispetto omertoso che si deve al padrone.