La Francia è terra di rivoluzione, si sa. Forte delle pulsioni interne, dettate soprattutto da un assetto istituzionale presidenzialista e poco incline alla frammentazione partitica continua, la terra della r moscia e dello champagne ha dato un forte scossone ai palazzi di Bruxelles.
L’ottimo risultato ottenuto ieri al primo turno delle elezioni
amministrative sembrano indicare un preludio di vittoria alle prossime
europee. Un partito modificatosi negli anni quello dei Le Pen. Il
passaggio di testimone ius sanguinis avvenuto pochi anni fa, nonostante
gli iniziali sospetti destati, ha prodotto frutti di novità di notevole
importanza. Dal filoaltlantismo antieuropeista all’euroscetticismo,
dalla xenofobia tout court alla difesa dell’interesse nazionale. Già
nel 2002 Le Pen padre raggiunse l’ottimo risultato di contesa della
presidenza della repubblica al ballottaggio contro Chirac. Oggi sua
figlia traccia il solco di una lunga rincorsa verso lo stesso obiettivo.
Tappa fondamentale sarà appunto la tornata elettorale del prossimo
maggio. Il rinnovo delle istituzioni parlamentari europee e, dunque,
dell’inetto e inutile doppio parlamento di Bruxelles e Strasburgo,
segnerà una svolta nella storia dell’Unione Europea. La crisi economica
venutasi a creare nel 2008 ha espanso a dismisura, per fortuna,
l’analisi macroeconomica di finanziamento del debito e della spesa
pubblica per mezzo dell’emissione di moneta e dunque del signoraggio
(diverso dal famoso signoraggio bancario). La devoluzione di competenza
attribuita col trattato di Maastricht del 1992 alla BCE (banca privata
slegata dal giogo pubblico e popolare) in materia di sovranità
monetaria e stampa di denaro pubblico, con le conseguenti restrizioni
dei parametri inerenti l’inflazione, il rapporto deficit pil, hanno
soffocato la maggior parte delle economie mediterranee, provocando per
la prima volta nella storia dell’uomo il fallimento di uno Stato e, in
misura minore ma cospicua, l’economia francese. Impassibile e
galleggiante la grande Germania, fruitrice di un aumento delle
esportazioni e dunque del pil, nonché detentrice di titoli greci a un
tasso d’interesse usuraio. L’Europa dei popoli dicevano…
Marine Le Pen e il suo Front National, attraverso un dettagliato programma economico e una ramificata rete di
rapporti d’oltreconfine con i movimenti euro critici del continente, fra
cui la Lega Nord di Salvini, è data da tutti i sondaggisti come capo
del partito più grande dell’arco democratico francese. Prendendo con i
guanti il dato statistico sarebbe utile tracciare una riflessione
espandibile a parabola anche, e soprattutto in Italia. La destra
francese, divisa in popolari e nazionalisti (Sarkozy-Le Pen), non ha mai
intaccato con svolte radicali, o accorpamenti d’occasione
contingentale, la propria identità politica e culturale. Le innovazioni
apportate all’interno delle linee politiche e delle direttrici d’azione
sono state partorite all’interno dei partiti, lontano dal parlamento
(soprattutto a causa del sistema elettorale francese). Il futuro è stato
creato, non lo si è subito. Marine Le Pen si pone come guida di un più
ampio progetto europeo, lontano dall’orticello parigino; un progetto
ideologico di liberazione dai poteri tecnofinanziari e
burocraticoeconomici che schiacciano i popoli europei. Nessuna Fiuggi,
nessun predellino, nessuna spaccatura, nessuna Fiuggi 2, ma soprattutto
nessun passaggio all’interno del PPE. La coerenza paga, forse
Blog che si occupa di commentare fatti e avvenimenti dell'attualità politica e della società
lunedì 24 marzo 2014
venerdì 21 marzo 2014
LA STABILIZZAZIONE DEL PRECARIATO
Il silenzio di fronte
alla manovra di Renzie che rende il precariato stabile e di fatto
cancella le garanzie per i lavoratori dipendenti è l’ennesima prova che
in Italia i lavoratori non hanno più rappresentanza. Gli “schiavi moderni”
introdotti da Treu e Biagi con la benedizione dell’allora ministro del
Lavoro Maroni diventano con Renzie strutturali. E’ un passo definitivo
per cancellare il lavoratore dipendente e le lotte
sociali del secolo scorso. Tutti schiavi. L’entusiasmo con il quale è
stata accolta la manovra dai cosiddetti rappresentanti dei lavoratori li
accomuna a dei tacchini in festa per il Giorno del ringraziamento. Dai
polli di Renzo del Manzoni siamo passati ai polli di Renzie che si
beccano tra di loro prima che gli venga tirato il collo.
La riforma del lavoro di Renzie prevede “il contratto di lavoro sino a tre anni con possibilità di rinnovo senza pause senza interruzioni e senza causali“. In sostanza il rinnovo del precariato ogni tre anni a discrezione del datore di lavoro senza più specificare il progetto al quale è destinato il dipendente e senza interruzioni tra un contratto e il successivo. Una equiparazione del contratto a tempo determinato a quello a tempo indeterminato che così nel tempo scomparirà. Tutti precari, più nessun dipendente con i diritti attuali. Un modo suggerito dall’Europa delle banche e accolto da Renzie con entusiasmo per scaricare i costi della crisi sulla diminuzione del costo del lavoro. Perché alla fine di questo si tratta. Barattare la diminuzione dello spread con la riduzione in semi schiavitù degli italiani. Mentre Renzie distrugge uno dei pilastri della società italiana, il lavoro, in attesa dei prossimi, la sanità e l’istruzione, i sindacati esultano per gli 80 euro solo promessi per ora. Avvisate la triplice sindacale che dovrebbero rappresentare i lavoratori, non le banche, forse a furia di frequentarle sono entrati in confusione mentale.
La riforma del lavoro di Renzie prevede “il contratto di lavoro sino a tre anni con possibilità di rinnovo senza pause senza interruzioni e senza causali“. In sostanza il rinnovo del precariato ogni tre anni a discrezione del datore di lavoro senza più specificare il progetto al quale è destinato il dipendente e senza interruzioni tra un contratto e il successivo. Una equiparazione del contratto a tempo determinato a quello a tempo indeterminato che così nel tempo scomparirà. Tutti precari, più nessun dipendente con i diritti attuali. Un modo suggerito dall’Europa delle banche e accolto da Renzie con entusiasmo per scaricare i costi della crisi sulla diminuzione del costo del lavoro. Perché alla fine di questo si tratta. Barattare la diminuzione dello spread con la riduzione in semi schiavitù degli italiani. Mentre Renzie distrugge uno dei pilastri della società italiana, il lavoro, in attesa dei prossimi, la sanità e l’istruzione, i sindacati esultano per gli 80 euro solo promessi per ora. Avvisate la triplice sindacale che dovrebbero rappresentare i lavoratori, non le banche, forse a furia di frequentarle sono entrati in confusione mentale.
lunedì 17 marzo 2014
RENZI IL TELEVENDITORE
La più alta forma di comunicazione è quella che sprigiona la capacità
critica dell’interlocutore rendendolo autonomo anche e soprattutto nei
confronti di chi argomenta.
Solo chi crede nell’ uguaglianza e prova un rispetto sincero per tutti i
suoi simili può abbracciare tale prassi. Gli altri, quelli cioè che
concepiscono i rapporti interpersonali alla stregua di una competizione
mortale buona per selezionare i più scaltri e furbi, finiranno invece
quasi sempre per fare l’esatto contrario. Alla seconda categoria
appartengono certamente tipi come Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Qual è la caratteristica principale che accumuna entrambi gli aspiranti statisti?
Quella di maramaldeggiare mediaticamente giocherellando disinvoltamente
con le paure e le speranze di un uditorio concepito come gregge. Gli
elitari, di destra o sinistra poco importa, modulano il racconto a
seconda del soggetto al quale si rivolgono. Nelle discussioni interne,
quelle fra pari, tutti i protagonisti della politica italiana
ammettono con sfumature diverse che la tanto agognata ripresa
dell’Italia è impossibile alle condizioni date. Senza cioè ridiscutere
il Pareggio di Bilancio, il Fiscal Compact e l’anacronistico limite del 3% nel
rapporto deficit/pil non sarà possibile rivedere la luce. Un politico
onesto, desideroso di difendere per davvero i diritti del suo popolo,
cosa farebbe quindi una volta metabolizzate queste cristalline evidenze?
Affronterebbe di petto il problema anche a costo di inimicarsi i favori
dei grandi burattinai di Bruxelles. Siete d’accordo? Bene. Un
lestofante invece, vanesio e laido, per nulla attento alla condizione
materiale e spirituale dei cittadini fatti sudditi, che tipo di
strategia adotterebbe nella speranza di continuare ad impoverire la
gente senza però alienarsene il favore? Quella messa in scena l’altro
giorno dal pinocchietto fiorentino. Renzi, ennesimo pupazzo tirato al laccio dal Venerabile Draghi, incarna una suggestione di massa, una ipnosi collettiva che serve per spostare l’attenzione dal mondo razionale (quello dove tutti capiscono che sono le regole europee a strozzare le economie dell’area euro), verso quello emozionale (area onirica nella quale i fedeli soffrono in conseguenza del peccato originale o del debito pubblico). Renzi, che odia gli italiani almeno quanto i suoi predecessori Monti e Letta, ha però bisogno di essere legittimato dal voto. Salito al potere grazie alla solita volgare manovra di Palazzo, il Rottamatore teme
un eventuale flop alle prossime elezioni europee. Ecco spiegato il
perché della fretta nel realizzare al più presto il miracoloso aumento
di 1000 euro l’anno in favore delle fasce deboli. Zuccherino da
consegnare al popolo bue in previsione del voto, salvo poi chiederne
la restituzione con interessi nelle more della prossima legge di
Stabilità.
D’altronde non ci vuole un genio per capire che, operante il Pareggio
di Bilancio, ogni euro consegnatovi dalla mano destra vi verrà scippato
da quella sinistra. E non ci vuole nemmeno un grande fenomeno per
intuire che, con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, ogni carezza
che lo Stato vi riserverà in futuro dovrà presto o tardi essere
compensata da due cazzotti. I Trattati europei impongono infatti agli
Stati membri di tassare il settore privato in misura superiore al
livello di spesa previsto per assicurare il benessere dei cittadini. E
se ognuno di voi, di anno in anno, dovesse provvedere a distillare due
bicchierini d’acqua sempre dalla stessa bottiglia per poi reinserirne
soltanto uno, presto o tardi si ritroverebbe con il solo involucro in
mano. Quella bottiglia è l’Italia, l’acqua è la ricchezza privata dei
cittadini, mentre il distillatore professionale è Renzi. Non dimenticate mai che l’obiettivo perseguito dai massoni reazionari del Venerabile Draghi è quello, come tra l’altro candidamente ammesso dallo stesso Presidente della Bce, di colpire al cuore il welfare sul modello europeo. Per
riuscirvi è indispensabile azzannare la spesa pubblica. L’idea quindi
di coprire modesti aumenti salariali con ben più pregnanti tagli alla
spesa è perciò perfettamente funzionale ai disegni dei perversi padroni
ora al potere. Dopo essere riusciti a smantellare il diritto del lavoro
veicolando la menzogna della precarietà che aiuta l’occupazione (tutti i dati dimostrano il contrario), gli apprendisti di Draghi liquideranno adesso quel che resta dello Stato sociale cavalcando il mito del debito pubblico che grava sulle giovani generazioni. Renzi gronda preoccupazione per il fatto che “ogni italiano nasce con 33 mila euro di debito pubblico sulla testa”. Sappiate che se per davvero
la ricchezza e la solidità di una Nazione dipendesse dall’ammontare del
debito pubblico, la Bulgaria e l’Estonia (che vantano un debito pubblico
vicino allo zero) sarebbero le principali potenze economiche del
Vecchio Continente. Mentre il Giappone e gli Stati Uniti risulterebbero
Paesi da Terzo Mondo. Nessun uomo onesto potrebbe accettare conclusioni
tanto paradossali e strampalate che fanno a pugni con il più elementare
buon senso. Solo un "furbetto" del livello di Renzi riuscirebbe a farlo. E infatti lo fa.
venerdì 14 marzo 2014
RENZI: DA CREDERCI OPPURE NO?
“Vi potrei dire che le tasse le tagliamo dal primo maggio, perché dire il primo aprile sembrava un pesce d’aprile. “Però vi dico la verità: ’Non ja famo”. Un Matteo Renzi, istrionico, energico e di sfondamento risponde così a chi in conferenza stampa gli chiede perché non taglia l’Irpef dal
primo aprile, come aveva annunciato. “Volevo farlo, ma sono stato
respinto con perdite. Non ci sono i tempi tecnici, bisogna modificare le
buste paga”. E però: “Sono 20 anni che si annuncia di abbassare le tasse,
uno le abbassa e fateci pure le pulci…”. Al di là delle pulci, il
problema è (elettoralmente) serio e il presidente del Consiglio lo sa
benissimo. Mille euro in più all’anno in busta paga per
10 milioni di lavoratori sono un annuncio a effetto, una promessa
mirabolante. E anche una misura evidentemente portatrice di voti e di
consensi. E cosa cambia dal primo aprile al primo maggio? Che il 25
maggio ci sono le europee, il primo vero test
elettorale del premier-segretario. Che si gioca tutto: se va bene, è
ossigeno per il governo e per il suo futuro. Se no, è l’inizio della
fine. Per essere una vittoria il Pd deve prendere dal 30 per cento in su
(Bersani alle politiche arrivò al 25,4%, guai ad andare sotto). Gli
stipendi arrivano al 27 del mese: dunque, primo maggio significa in
realtà 27, come ammette lo stesso Matteo. “A chi ha dubbi suggerisco di
aspettare il 27 maggio per vedere santommasianamente se i denari ci
sono”. Non a caso mentre ieri Renzi lavorava sui dossier economici, Lorenzo Guerini, il portavoce della segreteria (in questo momento il segretario in pectore)
stava al Nazareno a lavorare sul Pd: prima di tutto, proprio le liste
per le europee. E poi, questioni locali, in generale gestione del potere
renziano.
Renzi in conferenza stampa recupera la sua forza persuasiva. Però
viene da 24 ore difficili. La cabina di regia a Palazzo Chigi è stata sveglia tutta la notte tra martedì e mercoledì. Motivo, proprio
la ricerca delle coperture per il taglio dell’Irpef. Renzi ha
insistito, si è arrabbiato, ha spinto per riuscire a portare a casa la
misura nella data desiderata. Ma la struttura del ministero
dell’Economia, la ragioneria di Stato, gli ha detto di no. Non si fa in
tempo, punto e basta. In preda al nervosismo, martedì sera lo stesso
premier rilasciava interviste a tutto spiano per dire che lui i soldi ce
li ha. Pure la mattinata di ieri non è stata delle più rilassate: sul
voto finale alla legge elettorale temeva di andare sotto e mandava
messaggi per tutto il dibattito ai fedelissimi. L’Aula stavolta non l’ha
tradito. Subito un tweet: “Grazie alle deputate e ai deputati. Hanno
dimostrato che possiamo davvero cambiare l’Italia. Politica
1~Disfattismo 0. Questa è #laSvoltabuona”. In serata la rivendicazione:
“A dispetto dei gufi l’Italicum è passato con 200 voti di scarto”. Ed è “una rivoluzione per l’Italia”.
Il Pd gli ha messo i bastoni tra le ruote, l’ha fatto penare,
annuncia battaglia a Palazzo Madama? Renzi alza il tiro. E butta lì la
promessa/minaccia: “Se non passa la fine del bicameralismo perfetto non
finisce solo il governo, ma considero chiusa la mia esperienza
politica”. Insomma, o me o il Senato. Come i perfetti giocatori di
poker, ancora una volta il presidente del Consiglio la mette giù
durissima: si fa come dico lui. “Io ascolto tutti, ma siamo noi che
decidiamo”. Per adesso la riforma del Senato è una bozza. Nei prossimi
15 giorni verrà sottoposta a tutti, poi diventerà un disegno di legge.
Anche qui, guai in arrivo: Renzi si dovrà sedere al tavolo con tutti,
con i gruppi di maggioranza, ma anche con Fi. Forse di nuovo con lo
stesso Berlusconi: nel patto del Nazareno fu siglato nel dettaglio
l’accordo sulla legge elettorale. Adesso bisognerà fare lo stesso con il
Senato. Sempre più difficile. Ma la specialità di Renzi è proprio
spingere le situazioni fino al punto di rottura, arrivare fino al ciglio
del burrone.
Raccontano che ieri in Cdm c’è stata qualche alzata di ciglia. E che Padoan ha
fatto qualche puntualizzazione sulle coperture. Ma alla fine Renzi ha
strappato l’approvazione politica al suo piano (si è fatto votare la sua
relazione, un inedito). E ha persino incassato qualche apertura
inaspettata. Come la nemica Camusso che plaude al
taglio delle tasse sul lavoro. E si scambia di ruolo con Landini, che
avverte: “I sindacati vanno ascoltati”. Per dirla con Del Rio: “Una
rivoluzione”. E gli altri ministri? “Uniti nella lotta”. Nel suo
mercoledì, Il leone non ha dato la zampata, ma il ruggito s’è sentito
forte e chiaro.
lunedì 10 marzo 2014
LE STESSE FACCE DEL POTERE
Le parole di Renzi:“ i conti non tornano, i numeri di Letta sono sbagliati”. La stessa
cosa disse Prodi di Berlusconi. Poi Berlusconi di Prodi. Poi Monti di Berlusconi, eccetera. Le loro idee sono tratte dalla stessa fonte.
Aumentano le tasse, a giugno fanno sembrare che le cose hanno un senso. A
settembre il debito aumenta ancora. Sono
personaggi fatti per creare illusioni. Purtroppo siamo tutti noi, o
meglio, la maggioranza di noi, che sostiene questo sistema. E di
conseguenza, il sistema, tutto acquista potere. Ancora questa umanità
non cambia. Non c’é amore ne per se stessi, né per la terra. E nessuno
ci aiuta, poiché l’unico che può darci aiuto, darci la forza, siamo noi
stessi.
Se la guardia di finanza segue tutte le fatture di consulenza delle
regioni, comuni, enti pubblici, opere pubbliche, si renderanno conto che
tutte fanno capo a società e persone della politica, ossia sempre le
stesse.
Altra considerazione. La grande distribuzione è in mano alle
cooperative, che ormai fanno capo alle solite società francesi. Per
legge le cooperative hanno una gestione interna, senza controlli. E non
pagano le tasse.
Una cooperativa, come la iper coop che fattura oltre
cento milioni di euro è una società, ma non paga le tasse come il resto
delle società. Ma questo è solo ciò che la maggior parte di noi ha
voluto. Quando si arriva qui, sulla terra la maggior parte di noi ha
grande propositi, di fratellanza, di umanità.
L’uomo dimentica facilmente. E le religioni, aiutano a far dimenticare. Anche questo dna è da riprogrammare.
mercoledì 5 marzo 2014
UCRAINA COME L'ITALIA
Si chiama Arsenij Jacenijuk ha 39 anni ed è il capogruppo del partito
di Yulia Timoshenko “Patria” ed è anche il candidato premier presentato
già durante la rivolta di Kiev, già ministro dell’economia, degli
esteri e presidente del parlamento.
Fino qui potrebbe sembrare uno dei tanti politici ed invece no, c’è
di più, anche Jacenijuk arriva dal mondo bancario, economista e giurista
di professione, possiamo scommettere che anche lui non prenderà
minimamente in considerazione l’aspetto giuridico che riguarda la
proprietà dell’euro, ne siamo sicuri, anche lui come Mario Monti in
Italia sarà costretto dall’elitè internazionale mondialista a prendere
misure drastiche per un paese ormai già in ginocchio, la lunga mano
dell’unione europea si stringerà attorno al collo degli ucraini, Putin
permettendo.
Il nuovo premier ha altri assi nella manica però, non solo viene
definito dal settimanale “Focus” un “banchiere intellettuale” ma le sue
origini ebraiche spianano la strada verso il potere, infatti già dal
2005 dopo la “rivoluzione arancione” è stato ministro dell’economia fino
all’agosto del 2006, diventa l’anno successivo ministro degli esteri
per poi prendere la presidenza del parlamento dal 2007 al 2008.
Oggi questo ennesimo losco figuro prende in mano le redini di un
paese che è stato “europizzato” con le cattive perchè al veleno Euro non
si può fare a meno, ogni stato ancora autonomo e deciso a non adottare
la moneta unica verrà avvelenato e raso al suolo come l’Ucraina ma non
solo, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Italia se non ci
decidiamo davvero a prendere una posizione netta sulla proprietà
popolare della moneta.
sabato 1 marzo 2014
GLI ULTIMI COLPI DI CODA DEL DECLINO IMPERIALISTA AMERICANO
In ogni parte del globo, nazioni sovrane subiscono l’ira del declinante
sistema imperialista degli Stati Uniti. L’imperialismo USA perde la
presa quale economia capitalista dominante nel pianeta. Per conciliare
l’umiliazione e mantenere il predominio economico in caduta,
l’imperialismo degli Stati Uniti ha fatto ricorso alla costruzione di un
vasto impero militare all’estero, per schiacciare gli Stati
indipendenti. Dal 1945, passando per l’appello di GW Bush per il “New
American Century”, il rovesciamento di governi democraticamente eletti e
palesi atti di guerra ebbero il consenso popolare negli Stati Uniti
prima o furono segretamente eseguiti dalla CIA. Ora, con l’economia
capitalista globale in crisi permanente, gli Stati Uniti e i loro
alleati sponsorizzano i cosiddetti “movimenti di protesta” e gruppi
“d’opposizione” per scatenare guerre che la maggioranza degli
statunitensi non supporta più. In nessun luogo ciò è più chiaro che in
Venezuela, Corea democratica e Ucraina. Come in Libia e Siria, Venezuela
e Ucraina lottano contro i gruppi d’”opposizione” di Washington, che
tentano d’installare regimi filo-USA. Al governo democraticamente eletto
del Venezuela non è mai stato perdonato di aver tradito la volontà
dell’oligarchia neo-coloniale e di voler riformare completamente la base
elettorale ed economica allineandosi agli interessi della maggioranza
povera del Venezuela. Il governo bolivariano ha compiuto notevoli
progressi riducendo la povertà e nell’assistenza sanitaria,
nell’alfabetizzazione e nell’istruzione. Ma i media aziendali e i leader
politici statunitensi vogliono far credere che i manifestanti
“antigovernativi”, finanziati ogni anno con 5 milioni di dollari dal
governo degli Stati Uniti, rappresentino gli interessi della maggioranza
venezuelana. Indubbiamente, l’oligarchia venezuelana e i loro padrini
di Washington sono irritati dai loro rappresentanti, che hanno perso
oltre il 70 per cento dei comuni nelle elezioni locali e non sono
riusciti ad andare al governo in quello che Jimmy Carter, nel 2012,
definì il più democratico processo elettorale presidenziale nel mondo.
In Ucraina, un movimento di “protesta” armato è allevato da NATO e Stati Uniti. Questi “manifestanti”, pesantemente armati, chiedono che il governo ucraino apra le relazioni con l’UE consentendo che l’economia diventi possesso del capitale finanziario. Il governo ucraino ha sfidato le pretese dei loro alleati occidentali, volgendosi alla Russia. L’alleanza USA-NATO-UE considera l’Ucraina futura base militare della NATO e risorsa economica per affrontare l’austerità e la crisi che sconvolge l’ordine capitalista europeo. Solo un colpo di Stato, a questo punto, poteva raggiungere tali obiettivi. La sostituzione del Presidente Janukovich con un governo filo-UE esacerba le difficoltà economiche e respinge la speranze di Russia ed alleati per un ordine globale multipolare economico e militare. A livello di soft power, un nuovo rapporto è emerso alle Nazioni Unite, sulla base di interviste a esuli residenti in occidente e Sud Corea. La relazione conclude che il leader della Corea democratica Kim Jong Un, dovrebbe essere deferito alla Corte penale internazionale per “crimini contro l’umanità.” Ipocrisia totale del rapporto. Gli Stati Uniti non hanno mai concluso la guerra contro la Corea, firmando solo un armistizio nel 1953, che tiene il Paese diviso tra RPDC socialista e la neo-colonia Corea del sud. Gli Stati Uniti non sono mai stati processati da un qualsiasi organismo internazionale per i loro crimini di guerra, e tanto meno per i bombardamenti terrificanti che lasciarono in rovina la Corea con migliaia di morti e profughi. Né il rapporto delle Nazioni Unite ammette che le sanzioni USA alla Corea democratica, imposte dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sono un palese atto di guerra. Gli Stati Uniti, non la Corea democratica, usano “il cibo come arma” contro il popolo della Corea democratica, bloccando l’accesso dall’estero delle risorse necessarie per incrementare la produzione alimentare. Infine, l’ONU tace sui crimini del governo sudcoreano, che accresce le masse impoverite e imprigiona i dissidenti del suo regime. L’ONU e il suo sovrano, gli Stati Uniti, non criticano le operazioni militari della Corea del Sud, che violano la sovranità della Corea democratica. Infatti, il rapporto delle Nazioni Unite è stato stilato al solo scopo di giustificare un ulteriore intervento statunitense contro la Corea democratica, per imporre il predominio geopolitico.
La realtà è che il sistema imperialista degli Stati Uniti è in un così terribile stato economico che deve contare sulla guerra in ogni angolo del globo per mantenere la propria rilevanza. L’imperialismo degli Stati Uniti non può più condurre ampi bombardamenti o rovesciare impunemente governi democraticamente eletti con la CIA. Per bypassare la Russia e la Cina alle Nazioni Unite, l’imperialismo statunitense deve ricorrere alla manipolazione di massa attraverso i media e la rete di agenzie d’intelligence, militari privati e nazioni alleate nelle organizzazioni imperialiste come la NATO, per addestrare e finanziare i cosiddetti “movimenti di protesta” e “gruppi d’opposizione”. Venezuela, Ucraina e Corea democratica sono vittime dell’inganno mediatico e del terrorismo mercenario sponsorizzato dall’alleanza USA-occidente governata da Wall Street. Gli antimperialisti negli Stati Uniti devono difendere il diritto alla sovranità di questi Paesi e organizzare la resistenza interna all’imperialismo degli Stati Uniti. Inoltre, gli antimperialisti negli Stati Uniti devono spiegare ai cittadini il legame tra l’imperialismo USA all’estero e la maggiore austerità, povertà, razzismo, le grandi prigioni e lo stato di polizia interni.
In Ucraina, un movimento di “protesta” armato è allevato da NATO e Stati Uniti. Questi “manifestanti”, pesantemente armati, chiedono che il governo ucraino apra le relazioni con l’UE consentendo che l’economia diventi possesso del capitale finanziario. Il governo ucraino ha sfidato le pretese dei loro alleati occidentali, volgendosi alla Russia. L’alleanza USA-NATO-UE considera l’Ucraina futura base militare della NATO e risorsa economica per affrontare l’austerità e la crisi che sconvolge l’ordine capitalista europeo. Solo un colpo di Stato, a questo punto, poteva raggiungere tali obiettivi. La sostituzione del Presidente Janukovich con un governo filo-UE esacerba le difficoltà economiche e respinge la speranze di Russia ed alleati per un ordine globale multipolare economico e militare. A livello di soft power, un nuovo rapporto è emerso alle Nazioni Unite, sulla base di interviste a esuli residenti in occidente e Sud Corea. La relazione conclude che il leader della Corea democratica Kim Jong Un, dovrebbe essere deferito alla Corte penale internazionale per “crimini contro l’umanità.” Ipocrisia totale del rapporto. Gli Stati Uniti non hanno mai concluso la guerra contro la Corea, firmando solo un armistizio nel 1953, che tiene il Paese diviso tra RPDC socialista e la neo-colonia Corea del sud. Gli Stati Uniti non sono mai stati processati da un qualsiasi organismo internazionale per i loro crimini di guerra, e tanto meno per i bombardamenti terrificanti che lasciarono in rovina la Corea con migliaia di morti e profughi. Né il rapporto delle Nazioni Unite ammette che le sanzioni USA alla Corea democratica, imposte dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sono un palese atto di guerra. Gli Stati Uniti, non la Corea democratica, usano “il cibo come arma” contro il popolo della Corea democratica, bloccando l’accesso dall’estero delle risorse necessarie per incrementare la produzione alimentare. Infine, l’ONU tace sui crimini del governo sudcoreano, che accresce le masse impoverite e imprigiona i dissidenti del suo regime. L’ONU e il suo sovrano, gli Stati Uniti, non criticano le operazioni militari della Corea del Sud, che violano la sovranità della Corea democratica. Infatti, il rapporto delle Nazioni Unite è stato stilato al solo scopo di giustificare un ulteriore intervento statunitense contro la Corea democratica, per imporre il predominio geopolitico.
La realtà è che il sistema imperialista degli Stati Uniti è in un così terribile stato economico che deve contare sulla guerra in ogni angolo del globo per mantenere la propria rilevanza. L’imperialismo degli Stati Uniti non può più condurre ampi bombardamenti o rovesciare impunemente governi democraticamente eletti con la CIA. Per bypassare la Russia e la Cina alle Nazioni Unite, l’imperialismo statunitense deve ricorrere alla manipolazione di massa attraverso i media e la rete di agenzie d’intelligence, militari privati e nazioni alleate nelle organizzazioni imperialiste come la NATO, per addestrare e finanziare i cosiddetti “movimenti di protesta” e “gruppi d’opposizione”. Venezuela, Ucraina e Corea democratica sono vittime dell’inganno mediatico e del terrorismo mercenario sponsorizzato dall’alleanza USA-occidente governata da Wall Street. Gli antimperialisti negli Stati Uniti devono difendere il diritto alla sovranità di questi Paesi e organizzare la resistenza interna all’imperialismo degli Stati Uniti. Inoltre, gli antimperialisti negli Stati Uniti devono spiegare ai cittadini il legame tra l’imperialismo USA all’estero e la maggiore austerità, povertà, razzismo, le grandi prigioni e lo stato di polizia interni.
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