Voglio augurare a tutti un 2013 un po più sereno di quanto sia stato il 2012....anno orribile su molti punti di vista...speriamo che ci sia la tanto attesa svolta....!
Blog che si occupa di commentare fatti e avvenimenti dell'attualità politica e della società
lunedì 31 dicembre 2012
giovedì 20 dicembre 2012
UN NATALE AMARO
Con questo post colgo l'occasione per mandare a tutti i più calorosi e sinceri auguri di buon natale e felice anno nuovo, anche se purtroppo per tanti famiglie saranno festività all'insegna del risparmio e dei pochi soldi nel portafoglio. L'IMU e altre tasse e balzelli hanno dilapidato le tredicesime (per quei fortunati che se la sono visti elargire)..consoliamoci con la frase che si dice sempre... che il Natale non deve essere consumistico...ecco quest'anno anche forzatamente non sarà un natale consumistico ma dell'animae dello spirito...almeno quello si spera non possono portarcelo via :)
Arrivederci nel 2013....sempre che non abbiano ragione i Maya :)
Arrivederci nel 2013....sempre che non abbiano ragione i Maya :)
martedì 11 dicembre 2012
BERLUSCONI SANTO E MARTIRE
La candidatura di Berlusconi alle prossime elezioni
di febbraio, probabile mese in cui si tornerà alle urne, è scontata. I
suoi avvocati consigliano da tempo al cavaliere questa ‘discesa in
campo’, metafora di moda adatta all’ex premier; potrà così usare lo
schermo della politica per rinviare udienze e processi. Al suo fianco i
fedelissimi di sempre come Marcello Dell’Utri, che proprio qualche
giorno fa ha rilasciato un’intervista in cui promuove la persona di
Berlusconi a santo, attuando un processo di beatificazione dell’amico
politico: «Berlusconi ha fatto più miracoli di padre Pio». Così si
esprime l’ex senatore condannato per le sue relazioni con gli ambienti
mafiosi. Berlusconi diviene agli occhi di Dell’Utri un dispensatore di
miracoli e benefici di cui molti si sono approfittati sfruttando la sua
buona fede e coscienza. Il discorso si sposta sul vecchio corollario
della demagogia berlusconiana, quello delle ‘toghe rosse’ che tramano ai
danni del nuovo santo imprenditore e benefattore di Arcore.
Riassumendo, la tesi di Dell’Utri recita così: Berlusconi agisce per il
bene comune ma non è capito e viene ingiustamente attaccato dalla
magistratura che lo vuole condannare.
Il ragionamento porta alla memoria il discorso del I e del II libro della Repubblica
di Platone, ossia i passi in cui il sofista Trasimaco e i fratelli di
Platone coinvolgono Socrate sul concetto di giustizia e
dell’ingiustizia. Il discorso è lungo e complesso e si alterna in una
dialettica di tesi e antitesi; ne riassumo una parte che ben si adatta
alla visione di Dell’Utri. È un passo in cui si ragiona sulla giustizia,
si passa a confronto due modi di vita, la vita dell’uomo giusto e
quella dell’uomo ingiusto.
L’ingiustizia è vista dagli uomini come qualcosa di negativo, questo è assodato: per cui l’uomo idealmente ingiusto sarà colui che saprà realizzare perfettamente la sua ingiustizia, e in questo non sarà mai un dilettante né si fermerà a metà strada. Allo stesso tempo, poiché l’ingiustizia è vista come negatività, dovrà fare di tutto per apparire giusto. Per cui la trama dell’ingiustizia nell’uomo consisterà nell’essere pienamente ingiusto ma nel sembrare, all’opinione comune, perfettamente giusto. Questa è la forma pura o ideale di ingiustizia.
La forma di giustizia pura, al contrario, si realizza quando l’uomo giusto, continuando a comportarsi in modo corretto non commettendo alcuna ingiustizia, apparirà invece continuamente ingiusto. L’uomo perfettamente ingiusto riuscirà in tutto, otterrà successo e potere, mentre l’altro non avrà né pace né successo: al contrario, finirà per essere condotto in tribunale. Questa forma di giustizia è incarnata per Platone dal suo maestro Socrate, l’uomo profondamente giusto ma ingiustamente condannato da una restaurata democrazia ateniese. Su questa forma di ingiustizia il filosofo costruirà uno stato ideale, Repubblica, al governo del quale metterà i migliori cittadini.
L’ingiustizia è vista dagli uomini come qualcosa di negativo, questo è assodato: per cui l’uomo idealmente ingiusto sarà colui che saprà realizzare perfettamente la sua ingiustizia, e in questo non sarà mai un dilettante né si fermerà a metà strada. Allo stesso tempo, poiché l’ingiustizia è vista come negatività, dovrà fare di tutto per apparire giusto. Per cui la trama dell’ingiustizia nell’uomo consisterà nell’essere pienamente ingiusto ma nel sembrare, all’opinione comune, perfettamente giusto. Questa è la forma pura o ideale di ingiustizia.
La forma di giustizia pura, al contrario, si realizza quando l’uomo giusto, continuando a comportarsi in modo corretto non commettendo alcuna ingiustizia, apparirà invece continuamente ingiusto. L’uomo perfettamente ingiusto riuscirà in tutto, otterrà successo e potere, mentre l’altro non avrà né pace né successo: al contrario, finirà per essere condotto in tribunale. Questa forma di giustizia è incarnata per Platone dal suo maestro Socrate, l’uomo profondamente giusto ma ingiustamente condannato da una restaurata democrazia ateniese. Su questa forma di ingiustizia il filosofo costruirà uno stato ideale, Repubblica, al governo del quale metterà i migliori cittadini.
Quale dei due stili di vita, quello del perfettamente giusto e del
perfettamente ingiusto, si adatta al discorso di dell’Utri su Berlusconi
(e di Berlusconi su se stesso)? Faticoso immaginare il cavaliere nei
panni di Socrate, fautore della cura dell’anima, del vero e del dialogo
maieutico, per cui non resta che una chiave di lettura, quella dell’uomo
perfettamente ingiusto; pur avendo semplificato molto, il fondamento di
un discorso fatto duemilaquattrocento anni fa è ancora incredibilmente
attuale.
sabato 1 dicembre 2012
SALVATE IL SOLDATO SALLUSTI
Premetto l'odio verso Sallusti e le sue idee...ma penso che il carcere per un giornalista e per un reato di opinione..sia spropositato e antidemocratico...nel 2012 non deve accadere nulla di tutto ciò...i benpensanti di sinistra...ovviamente..non essendo un loro allineato..ironizzano...lo sfottono...non gridano alla libertà di stampa...va bene cosi....e invece no...non va bene...è una anomalia grande come una casa..ripeto...salvate il soldato sallusti...!
lunedì 19 novembre 2012
L'INGIUSTO STATO SOCIALE DEI TECNICI
Una riforma, che possa essere definita tale, di uno qualsiasi dei presidi sociali fondamentali dello stato, ha il compito di rimuovere le distorsioni attuali e garantire la stabilità del contesto socio-economico a lungo termine.
Questa definizione, evidentemente troppo complessa, sfuggiva alla comprensione della Gelmini in tema di scuola almeno quanto sfugge oggi a Michel Martone in tema di pensioni, dato che ieri si è prodotto nell’ennesimo spot televisivo volto a screditare ulteriormente (se ce ne fosse bisogno), sia il valore dei ministri e sottosegretari “tecnici”, sia quello del mondo accademico in generale.
Il tema è l’equità della riforma Fornero delle pensioni. Secondo Michel Martone è equa perché ristabilisce un corretto legame tra le generazioni che posso facilmente riassumere nella frase “ognuno per se e Dio per tutti”. Infatti bisogna essere fortemente credenti nell’esistenza di un paradiso fantastico per credere che i provvedimenti in tema di pensioni assicurano la “stabilità sociale” nel lungo periodo.
Secondo Fornero-Martone, la distorsione era rappresentata dal fatto che il sistema retributivo assegnava ai pensionati di oggi più risorse di quelle che avranno in futuro i giovani.
Bisogna subito tranquillizzarli, il problema della pensione della “generazione X” , non si pone, in quanto in nessun caso, un lavoratore precario che ha cominciato a lavorare ad esempio nel 2002, potrà aspirare ad una pensione superiore a quella sociale. Sono calcoli semplici, Martone può farli come compito a casa.
I contributi versati dai precari, pochi e super tassati con aliquota paranormale, sono stati utilizzati per pagare le pensioni anche ai Vescovi (come ha dimostrato uno studio del Sole 24 ore), in quanto la cassa dei contributi a tempo determinato era in avanzo, essendoci oggi moltissimi precari al lavoro e quasi nessun precario pensionato.
Fra 30 anni ci sarà una massa di precari che busseranno all’Inps e casse vuote, compito 2: trovare l’equità.
Per essere equi fino in fondo, i tecnici hanno spedito a casa senza lavoro ne pensione gli ormai famosi “esodati”, l’equità si trova facilmente, mica possono soffrire solo i precari, quindi un’equità nella sofferenza. La logica è che l’età pensionabile deve aumentare, così si pagano meno pensioni, la gente prima o poi è destinata a morire. Questo permette di abbassare drasticamente il monte pensioni complessivo per oggi ed anche per domani, dato che il precario che andrà in pensione potrà aspirare ad un massimo di 500 euro mensili, pur avendo svolto nella vita lo stesso lavoro di un lavoratore a tempo indeterminato, possiamo chiamarla equità nelle mansioni?
Per completare il concetto di equità che hanno in testa i tecnici, c’è da ricordare che non si è impostato un tetto massimo ai pensionati del settore pubblico, che non si è revocata la possibilità di cumulo per 2 o più pensioni del settore pubblico e che si è ben lontani da porre un tetto “decente” agli stipendi ed alle buonuscite dei managers e dirigenti del settore pubblico.
In questo caso l’ostacolo è il “diritto acquisito”, chi ha pagato contributi enormi perché intascava stipendi enormi, pagati dai contribuenti, ha diritto a ricevere pensioni enormi. Tale ostacolo si aggira facilmente per gli “esodati” e non si può applicare ai precari ed ai disoccupati perché uno stipendio vero non lo vedranno mai.
L’equità in salsa Fornero-Martone è equità “contabile” non “economica”, aggiusta i conti per oggi, non garantisce la stabilità a lungo termine, perché eventuali rivolte sociali sono un fattore “economico” di cui si deve tenere conto.
C’è un altro problema, senza necessariamente essere prosaici, la riduzione delle erogazioni pensionistiche presenti e future garantisce, come tutte le misure recessive, una caduta dei consumi e quindi del PIL tanto più accentuata quanto colpisce gli individui a basso reddito.
Martone non lo sa e tutti i giorni dà la colpa al debito pubblico, qualcuno gli spieghi per favore che riducendo il PIL è impossibile ridurre il peso del debito, che è infatti aumentato nel periodo delle riforme recessive della coppia Fornero-Monti.
giovedì 8 novembre 2012
COME SMONTARE IL NEOLIBERISMO
1) Si comincia col libero mercato, il cui perimetro
di libertà è sempre presente, non è mai libertà assoluta e che viene
definito dal politico e non certo dall’economico. Sono stati governi a
decretare prima libero e poi non più libero lo schiavismo, il commercio
dell’oppio, il lavoro minorile. Poiché il concetto di libertà è quindi
dato dal politico, i liberisti sono ideologi di un certo tipo di libertà
relativa, quella che fa quadrare i conti degli interessi che
sostengono.
2) Le aziende condotte dal principio del “valore per gli azionisti”
non creano valore produttivo ma finanziario e spesso lo fanno tagliando
dipendenti ed investimenti e strozzando fornitori. Jack Welch, ex CEO
di GE che nel 1981 coniò il concetto di “shareholder value” pare che
recentemente abbia mutato giudizio definendola “l’idea più stupida del
mondo”.
3) I lavoratori non vengono pagati per il loro valore assoluto,
ma relativamente alle cornici di contesto delle singole economie-paese.
Pensare di mettere tutti i lavoratori in uno stesso mercato planetario è
una truffa. Un guidatore di autobus svedese ha un salario 50 volte
superiore a quello di un collega indiano quando semmai l’indiano ha ben
più capacità visto che deve muoversi tra carretti, pedoni
indisciplinati, animali e biciclette. In realtà agisce un potente
sbarramento, di nuovo politico, un protezionismo del lavoro agito
tramite barriere all’immigrazione che nessun liberale si sogna di
rimuovere. Così, “produttività” è un concetto sistemico, quindi
economico-nazionale, non certo dipendente dal singolo individuo e dalla
sua “flessibilità”.
4) La quarta tesi è ad effetto: la lavatrice ha cambiato il mondo più di internet.
Chang picchia duro su uno di quei topos con i quali si costruisce la
nostra visione del mondo. L’economia dell’immateriale è stata una falsa
promessa, un fenomeno di ben più misurata significanza rispetto a quanto
si vada ripetendo nei mantra post moderni.
5) Il presupposto dell’egoismo razionale dal quale
discende l’intera teoria economica quantificabile, individualista,
razionale è del tutto arbitrario. L’individuo asociale è un disturbato e
così la teoria economica che da questo patologico presupposto discende (autistic economy).
6) La stabilità economica che dipende dall’azzeramento dell’inflazione,
quindi dalla gestione della moneta, serve solo come protezione di chi
ha ingenti capitali da investire. Nel dopoguerra con inflazione si
cresceva più del doppio degli ultimi trent’anni senza inflazione. Una
moderata inflazione addirittura potrebbe fare bene alla crescita e
comunque è certo che zero inflazione non porta di per sé alcuna crescita
correlata.
7) Le politiche liberiste sul commercio internazionale rendono più
ricchi i paesi ricchi e non certo i paesi poveri. Riecheggiano qui le
osservazioni dell’economista tedesco Friedrich List (1789-1846). Tra
l’altro, gli Stati Uniti furono protezionisti almeno dal 1830 al 1940 e
la Gran Bretagna dal 1720 al 1850. Si può così notare come la furia libero mercatistica
emerga solo quando il paese a capitalismo egemone sull’intero
sistema-mondo, inizia la sua fase più prettamente imperiale. La libertà
allora è quella dell’agente imperiale che “deve” poter entrare nella tua
economia per eterodirigerla a sua convenienza.
8) La transnazionalità globalizzata va
ridimensionata. Vere e proprie imprese transnazionali sono pochissime,
per lo più sono imprese nazionali con prospezione internazionale. Nei
servizi poi questo radicamento nazionale si accentua data
l’impossibilità di prestare servizi a distanza. La maggior parte degli
investimenti esteri comprano aziende già esistenti (per ristrutturarle e
rivenderle ) e non ne creano di nuove e molte aziende manifatturiere
svolgono sull’estero soprattutto attività finanziaria e non produttiva.
9) Anche la favola dell’era post-industriale va
ridimensionata. Spesso l’industria contribuisce al PIL meno che in
passato perché le attività dei servizi hanno un valore più alto, anche
in ragione dell’aumento di produttività che è più marcato proprio nelle
attività industriali. Outsourcing e riclassificazioni di attività prima
conteggiate come manifattura alterano le statistiche. Diminuzione
dell’industria inoltre provoca dipendenza, sbilancia la bilancia dei
pagamenti, depotenzia le possibilità di crescita e deprime
l’occupazione. L’unica vera economia post industriale è quella delle
Seychelles.
10) Gli Stati Uniti non hanno il tenore di vita più alto del mondo.
Molto dipende da come si effettuano conteggi e comparazioni ma
empiricamente un paese con tra i più alti indici di diseguaglianza,
criminalità, ore lavorate (quindi mancanza di tempo libero), vita meno
lunga e maggiore mortalità infantile non si può dire un paese felice.
11) Non esiste alcuna ragione strutturale che condanna l’Africa al
sottosviluppo. La mancanza di possibilità al cambiamento è dovuta per lo
più dall’ingerenza occidentale che continua a
condizionare per sfruttare, le immense ricchezze del continente. Il dato
peggiorativo proviene proprio dalla dissennata applicazione coatta di
politiche di libero mercato e di programmi di aggiustamento strutturale
imposti da Fmi e WB.
12) Anche l’assunto per il quale la capacità di intervento dello stato
sulla complessità del mercato sarebbe impedita da un velo d’ignoranza è
falso. L’autore che è coreano, riporta proprio casi del suo paese che è
passato da economia primitiva ad economia di punta grazie ad un
strategia coordinata in cui c’è la visibilissima mano dello stato. Così
per Giappone, Francia ed anche se non lo dicono gli stessi Stati Uniti
per quanto attiene alle tecnologie dell’informazione, biotecnologia,
aerospazio. Altresì casi come Windows Vista o Nokia N-Gage dimostrano
possibili errori macroscopici anche da parte del mercato. Di fronte
all’errore, stato e mercato quantomeno si equivalgono.
13) È qui la volta del famigerato “trickle down”
ovvero quella irrazionale convinzione per la quale facendo i ricchi
sempre più ricchi poi la ricchezza di questi “colerebbe” sugli strati
inferiori tramite investimenti che producono poi crescita e quindi
ricchezza per tutti. Anche qui si possono leggere dati empirici del
tutto contrari comparando il trentennio post bellico redistributivo e
crescista con il trentennio neoliberale, che fa corrispondere bassi e
stentati livelli di crescita a fronte di una impennata degli indici di
diseguaglianza. Ma anche il senso comune può soccorrerci. Un milione in
più ad un miliardario diventa proprietà accumulata o investimento che
date le caratteristiche degli attuali mercati beneficerà un altro
sistema paese. Cento euro di più ad un metalmeccanico diventano consumo,
il consumo chiama produzione che chiama occupazione e il tutto fa
crescita e circolazione della ricchezza.
14) Gli esorbitanti stipendi dei top manager non
sono fenomeni spontanei del mercato. Essi sono determinati in buona
parte proprio dal potere che questi top manager hanno assunto, potere di
autodeterminare il proprio stipendio. Questo è schizzato a ordini di
centinaia di volte quello dei sottoposti e negli USA a tre, quattro
volte quello degli omologhi europei o giapponesi.
15) Nei paesi più poveri non è vero che manchi intraprendenza,
anzi ce ne è sicuramente di più di quanta ce ne sia in Occidente
proprio perché maggiore è la richiesta di arte di arrangiarsi. Altresì
la figura dell’eroe individuale che con la propria forza di volontà
riesce ad emergere, a fabbricare il proprio destino è pura letteratura.
Senza politiche di contesto, infrastrutture, legislazioni, sistemi
complessi spesso promossi da una autorità statale, non c’è alcuna
possibilità di far crescere ed affermare un’impresa.
16) Il presupposto dell’iper-razionalità delle
scelte economiche individuali, il presupposto che regge come “se”,
l’”allora” dell’intera presunta scienza economica è palesemente
inconsistente. La nostra razionalità è assai limitata, condizionata,
agita entro grandi semplificazioni di complessità e routine fideistiche
ed abitudinarie senza le quali non potremmo vivere. Viviamo immersi in
oceani di incertezza e non abbiamo alcuna possibilità di fare calcoli
neanche probabilistici del rischio effettivo.
17) Altresì non esiste alcuna correlazione provata
tra il livello medio di istruzione generale di un paese ed il suo
successo economico. Molte attività meccanizzate o informatizzate
addirittura richiedono solo mansueti esecutori. Le materie di
insegnamento servono ad altro che non ad aumentare la produttività e
l’inflazione di “alti studi” non fa che rendere maggiormente classista
l’entrata nel mondo di quei lavori a maggiori opportunità. La Svizzera è
uno dei paesi più ricchi del pianeta ed ha il tasso d’immatricolazione
universitaria più basso tra i paesi sviluppati. Da buon
istituzionalista, Chang rimarca l’importanza di condizioni di contesto
per creare benessere economico, condizioni alla portata di istituzioni
collettive, tra cui lo stato.
18) Gli interessi dell’imprenditori privata non coincidono sempre con quelli della nazione.
Gli interessi della nazione debbono essere promossi dal governo, cioè
dallo stato, anche come regolamento di contesto nell’interesse stesso
dell’imprenditoria privata.
19) L’ostracismo alla pianificazione in economia non è totalmente
giustificato anche perché anche le cosiddette economie di mercato hanno
parti abbondantemente pianificate. Certo la totale pianificazione
centralizzata, soprattutto all’evolversi ipercomplesso delle nostre
economie fallisce, ma la pianificazione dei contesti o “pianificazione indicativa”
è stata ampiamente praticata con successo dalla Francia, alla
Finlandia, Norvegia, Austria, Giappone, Corea, Taiwan, così le politiche
economiche di settore e la politica industriale in particolare. Esiste
ancora intrapresa economica statalizzata e il settore della ricerca e
sviluppo è totalmente supportato negli Stati Uniti d’America. Così le
aziende, tanto più grandi sono tanto maggiore è la loro pianificazione
pluriennale, con grande articolazione di strategie. Così per i paesi,
più grandi e diversificati sono più controllano ed agiscono in favore
della propria economia.
20) L’uguaglianza delle opportunità è nulla se non c’è uguaglianza delle possibilità (il vecchio dibattito tra “liberta da” e “libertà di”).
21) Lo stato sociale aiuta ad assumersi rischi ed
assumendosi i rischi del cambiamento la società è più dinamica ed
aperta. Le automobili più veloci hanno anche i migliori impianti
frenanti. Questo è un dato solido e concreto che si può desumere dalla
comparazione tra indici di spesa sociale e crescita del PIL a livello
delle economia più sviluppate.
22) Tra mercati finanziari ed economia reale c’è una asimmetria nei tempi.
Il capitale impaziente della speculazione ha una logica diversa dal
capitale paziente che si richiede nello sviluppo di una iniziativa
economica reale. Occorre render più difficili le acquisizioni ostili,
vietare le vendite allo scoperto, aumentare gli obblighi di margini,
introdurre restrizioni alla libera circolazione dei capitali. Occorre
cioè domare e limitare la finanza la cui totale libertà è altamente
dannosa.
23) Minore crescita, maggiore instabilità economica, maggiore
diseguaglianza, crisi ripetute e crollo del 2008. Questo il pacchetto
dei risultati dell’economia liberista. Di contro, l’intero pacchetto
della formidabile crescita orientale degli ultimi anni è stata fatta in
totale assenza di economisti. Gli economisti liberisti non solo
hanno fatto cattiva economia ma soprattutto hanno svolto un ruolo
altamente ideologico basato sulla sistematica inversione del buonsenso:
l’ineguaglianza fa bene, le tecnologie sono tutto, l’incertezza
esistenziale è propedeutica alla crescita, svendere la propria industria
fa bene, non bisogna occuparsi di politica economica perché l’economia
si autoregola, abbandoniamo lo stato ed abbandoniamoci al mercato, diamo
più soldi ai ricchi, esaltiamo l’egoismo, distruggiamo la società. Un lungo delirio istituzionalizzato!
giovedì 1 novembre 2012
FIAT E LICENZIAMENTI
La Fiat licenzia 19 operai per rappresaglia
Condannata a reintegrare i lavoratori licenziati perché iscritti alla Fiom la società di Torino si vendica. Furibonda la Cgil: «Si chiama ricatto».
Oltre ad essere l'azienda privata più sovvenz
Condannata a reintegrare i lavoratori licenziati perché iscritti alla Fiom la società di Torino si vendica. Furibonda la Cgil: «Si chiama ricatto».
Oltre ad essere l'azienda privata più sovvenz
ionata dallo Stato italiano, la Fiat dovrà essere ricordata nei libri di storia italiani anche per essere l'azienda che, a un certo punto, decide di rivedere da cima a fondo, e in tutta autonomia, i rapporti industriali degli ultimi 50 anni. Non perde occasione, infatti, per riscrivere le regole e le prassi che finora sono sempre valse nei rapporti di lavoro.
Stavolta l'occasione deve essere sembrata ghiotta all'amministratore delegato Sergio Marchionne: la Corte d'Appello ha condannato Fiat a riassumere 19 lavoratori iscritti alla Fiom che l'azienda aveva licenziato. Secondo i giudici quel licenziamento era discriminatorio. Oggi Fiat ha annunciato che si adeguerà alla decisione del giudice ma che, come conseguenza, ci sarà il licenziamento o meglio la "messa in mobilità" per altre 19 persone assunte nel 2011, quando (grazie ai soldi dello Stato) era stata creata la newco di Pomigliano che ha lanciato la Nuova Panda: "L'azienda ha da tempo sottolineato - si legge nel comunicato - che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre". Fiat dice di volersi impegnare a "individuare la soluzione che consenta di eseguire l'ordinanza creando il minor disagio possibile a tutti quei dipendenti che hanno condiviso il progetto e, con grande entusiasmo e spirito di collaborazione, sono stati protagonisti del lancio della Nuova Panda".
L'annuncio ha immediatamente scatenato forti reazioni. Intanto, i sindacati hanno espresso "dubbi" circa la possibilità che 19 persone possano essere messe in mobilità, perché la legge prevede infatti che per ottenere l'indennità si sia in possesso di almeno 12 mesi di anzianità aziendale di cui almeno sei di effettivo lavoro. Nella newco di Pomigliano, spiega il segretario nazionale Uilm, Giovanni Sgambati, le prime assunzioni sono state effettuate a novembre 2011.
Ma aldilà della sorte che toccherà a 19 lavorarori (scelti come? E' la domanda che ricorre) il problema sta nel principio: se un giudice dichiara illegittimo un licenziamento, a pagare non possono essere altri lavoratori. "E' proprio una vergogna, Marchionne non perde occasione per cercare di dividere i lavoratori. Adesso dichiara anche guerra alla magistratura per far pesare sui giudici la situazione che si sta creando", ha detto Maurizio Di Costanzo, uno dei 19 licenziati, che dovrebbe rientrare in possesso del suo posto di lavoro entro il 28 novembre, e che ora si trova nella non facile situazione di essere la causa del licenziamento di altri colleghi. ""Questo è un ricatto inaccettabile" - ha detto Elena Lattuada, segretario confederale della Cgil "A quale Fiat bisogna credere?- prosegue Lattuada - A quella che ieri annunciava che non intende chiudere alcuno stabilimento o a quella che con la decisione di oggi avvia una irresponsabile campagna di licenziamenti? Se è davvero quest'ultima la risposta e' assolutamente inaccettabile. Nel rivendicare il diritto inappellabile dei lavoratori di potersi scegliere liberamente il sindacato, e a non essere discriminati per questo, non abbiamo mai chiesto né mai pensato che altri lavoratori dovessero essere subire tale ricatto. E' solo e soltanto la vergognosa decisione - conclude Lattuada- di un'azienda che per coprire le lacune del suo piano non trova di meglio che mettere lavoratori contro lavoratori".
Andrea Amendola, segretario della Fiom di Napoli dice: "Ce lo aspettavamo, è chiaro che si tratta di un ricatto, per la Fiat 19 lavoratori non cambiano nulla". Quella di Marchionne, insomma, è un atto politico. Di "ricatto" parla anche il leader dell'Idv Antonio Di Pietro. Ma in campo scende anche il responsabile Economico del Pd Stefano Fassina, che parla di una chiara ritorsione: "E' gravissima la ritorsione di Fiat-Chrysler su 19 lavoratori assunti a Fabbrica Italia Pomigliano in risposta alla condanna per discriminazione sindacale. Dopo la raccolta di firme avviata nei giorni scorsi tra i lavoratori dello stabilimento campano contro la sentenza della Corte d'Appello di Roma, l'azienda continua a alimentare la guerra tra i lavoratori. E' un comportamento inaccettabile. Nonostante la situazione di sottoutilizzo degli impianti, si poteva trovare una soluzione diversa
Stavolta l'occasione deve essere sembrata ghiotta all'amministratore delegato Sergio Marchionne: la Corte d'Appello ha condannato Fiat a riassumere 19 lavoratori iscritti alla Fiom che l'azienda aveva licenziato. Secondo i giudici quel licenziamento era discriminatorio. Oggi Fiat ha annunciato che si adeguerà alla decisione del giudice ma che, come conseguenza, ci sarà il licenziamento o meglio la "messa in mobilità" per altre 19 persone assunte nel 2011, quando (grazie ai soldi dello Stato) era stata creata la newco di Pomigliano che ha lanciato la Nuova Panda: "L'azienda ha da tempo sottolineato - si legge nel comunicato - che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre". Fiat dice di volersi impegnare a "individuare la soluzione che consenta di eseguire l'ordinanza creando il minor disagio possibile a tutti quei dipendenti che hanno condiviso il progetto e, con grande entusiasmo e spirito di collaborazione, sono stati protagonisti del lancio della Nuova Panda".
L'annuncio ha immediatamente scatenato forti reazioni. Intanto, i sindacati hanno espresso "dubbi" circa la possibilità che 19 persone possano essere messe in mobilità, perché la legge prevede infatti che per ottenere l'indennità si sia in possesso di almeno 12 mesi di anzianità aziendale di cui almeno sei di effettivo lavoro. Nella newco di Pomigliano, spiega il segretario nazionale Uilm, Giovanni Sgambati, le prime assunzioni sono state effettuate a novembre 2011.
Ma aldilà della sorte che toccherà a 19 lavorarori (scelti come? E' la domanda che ricorre) il problema sta nel principio: se un giudice dichiara illegittimo un licenziamento, a pagare non possono essere altri lavoratori. "E' proprio una vergogna, Marchionne non perde occasione per cercare di dividere i lavoratori. Adesso dichiara anche guerra alla magistratura per far pesare sui giudici la situazione che si sta creando", ha detto Maurizio Di Costanzo, uno dei 19 licenziati, che dovrebbe rientrare in possesso del suo posto di lavoro entro il 28 novembre, e che ora si trova nella non facile situazione di essere la causa del licenziamento di altri colleghi. ""Questo è un ricatto inaccettabile" - ha detto Elena Lattuada, segretario confederale della Cgil "A quale Fiat bisogna credere?- prosegue Lattuada - A quella che ieri annunciava che non intende chiudere alcuno stabilimento o a quella che con la decisione di oggi avvia una irresponsabile campagna di licenziamenti? Se è davvero quest'ultima la risposta e' assolutamente inaccettabile. Nel rivendicare il diritto inappellabile dei lavoratori di potersi scegliere liberamente il sindacato, e a non essere discriminati per questo, non abbiamo mai chiesto né mai pensato che altri lavoratori dovessero essere subire tale ricatto. E' solo e soltanto la vergognosa decisione - conclude Lattuada- di un'azienda che per coprire le lacune del suo piano non trova di meglio che mettere lavoratori contro lavoratori".
Andrea Amendola, segretario della Fiom di Napoli dice: "Ce lo aspettavamo, è chiaro che si tratta di un ricatto, per la Fiat 19 lavoratori non cambiano nulla". Quella di Marchionne, insomma, è un atto politico. Di "ricatto" parla anche il leader dell'Idv Antonio Di Pietro. Ma in campo scende anche il responsabile Economico del Pd Stefano Fassina, che parla di una chiara ritorsione: "E' gravissima la ritorsione di Fiat-Chrysler su 19 lavoratori assunti a Fabbrica Italia Pomigliano in risposta alla condanna per discriminazione sindacale. Dopo la raccolta di firme avviata nei giorni scorsi tra i lavoratori dello stabilimento campano contro la sentenza della Corte d'Appello di Roma, l'azienda continua a alimentare la guerra tra i lavoratori. E' un comportamento inaccettabile. Nonostante la situazione di sottoutilizzo degli impianti, si poteva trovare una soluzione diversa
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