martedì 11 dicembre 2012

BERLUSCONI SANTO E MARTIRE

La candidatura di Berlusconi alle prossime elezioni di febbraio, probabile mese in cui si tornerà alle urne, è scontata. I suoi avvocati consigliano da tempo al cavaliere questa ‘discesa in campo’, metafora di moda adatta all’ex premier; potrà così usare lo schermo della politica per rinviare udienze e processi. Al suo fianco i fedelissimi di sempre come Marcello Dell’Utri, che proprio qualche giorno fa ha rilasciato un’intervista in cui promuove la persona di Berlusconi a santo, attuando un processo di beatificazione dell’amico politico: «Berlusconi ha fatto più miracoli di padre Pio». Così si esprime l’ex senatore condannato per le sue relazioni con gli ambienti mafiosi. Berlusconi diviene agli occhi di Dell’Utri un dispensatore di miracoli e benefici di cui molti si sono approfittati sfruttando la sua buona fede e coscienza. Il discorso si sposta sul vecchio corollario della demagogia berlusconiana, quello delle ‘toghe rosse’ che tramano ai danni del nuovo santo imprenditore e benefattore di Arcore. Riassumendo, la tesi di Dell’Utri recita così: Berlusconi agisce per il bene comune ma non è capito e viene ingiustamente attaccato dalla magistratura che lo vuole condannare.
Il ragionamento porta alla memoria il discorso del I e del II libro della Repubblica di Platone, ossia i passi in cui il sofista Trasimaco e i fratelli di Platone coinvolgono Socrate sul concetto di giustizia e dell’ingiustizia. Il discorso è lungo e complesso e si alterna in una dialettica di tesi e antitesi; ne riassumo una parte che ben si adatta alla visione di Dell’Utri. È un passo in cui si ragiona sulla giustizia, si passa a confronto due modi di vita, la vita dell’uomo giusto e quella dell’uomo ingiusto.
L’ingiustizia è vista dagli uomini come qualcosa di negativo, questo è assodato: per cui l’uomo idealmente ingiusto sarà colui che saprà realizzare perfettamente la sua ingiustizia, e in questo non sarà mai un dilettante né si fermerà a metà strada. Allo stesso tempo, poiché l’ingiustizia è vista come negatività, dovrà fare di tutto per apparire giusto. Per cui la trama dell’ingiustizia nell’uomo consisterà nell’essere pienamente ingiusto ma nel sembrare, all’opinione comune, perfettamente giusto. Questa è la forma pura o ideale di ingiustizia.
La forma di giustizia pura, al contrario, si realizza quando l’uomo giusto, continuando a comportarsi in modo corretto non commettendo alcuna ingiustizia, apparirà invece continuamente ingiusto. L’uomo perfettamente ingiusto riuscirà in tutto, otterrà successo e potere, mentre l’altro non avrà né pace né successo: al contrario, finirà per essere condotto in tribunale. Questa forma di giustizia è incarnata per Platone dal suo maestro Socrate, l’uomo profondamente giusto ma ingiustamente condannato da una restaurata democrazia ateniese. Su questa forma di ingiustizia il filosofo costruirà uno stato ideale, Repubblica, al governo del quale metterà i migliori cittadini.
Quale dei due stili di vita, quello del perfettamente giusto e del perfettamente ingiusto, si adatta al discorso di dell’Utri su Berlusconi (e di Berlusconi su se stesso)? Faticoso immaginare il cavaliere nei panni di Socrate, fautore della cura dell’anima, del vero e del dialogo maieutico, per cui non resta che una chiave di lettura, quella dell’uomo perfettamente ingiusto; pur avendo semplificato molto, il fondamento di un discorso fatto duemilaquattrocento anni fa è ancora incredibilmente attuale.

sabato 1 dicembre 2012

SALVATE IL SOLDATO SALLUSTI

Premetto l'odio verso Sallusti e le sue idee...ma penso che il carcere per un giornalista e per un reato di opinione..sia spropositato e antidemocratico...nel 2012 non deve accadere nulla di tutto ciò...i benpensanti di sinistra...ovviamente..non essendo un loro allineato..ironizzano...lo sfottono...non gridano alla libertà di stampa...va bene cosi....e invece no...non va bene...è una anomalia grande come una casa..ripeto...salvate il soldato sallusti...!

lunedì 19 novembre 2012

L'INGIUSTO STATO SOCIALE DEI TECNICI


Una riforma, che possa essere definita tale, di uno qualsiasi dei presidi sociali fondamentali dello stato, ha il compito di rimuovere le distorsioni attuali e garantire la stabilità del contesto socio-economico a lungo termine.
 
Questa definizione, evidentemente troppo complessa, sfuggiva alla comprensione della Gelmini in tema di scuola almeno quanto sfugge oggi a Michel Martone in tema di pensioni, dato che ieri si è prodotto nell’ennesimo spot televisivo volto a screditare ulteriormente (se ce ne fosse bisogno), sia il valore dei ministri e sottosegretari “tecnici”, sia quello del mondo accademico in generale.
 
Il tema è l’equità della riforma Fornero delle pensioni. Secondo Michel Martone è equa perché ristabilisce un corretto legame tra le generazioni che posso facilmente riassumere nella frase “ognuno per se e Dio per tutti”. Infatti bisogna essere fortemente credenti nell’esistenza di un paradiso fantastico per credere che i provvedimenti in tema di pensioni assicurano la “stabilità sociale” nel lungo periodo.
Secondo Fornero-Martone, la distorsione era rappresentata dal fatto che il sistema retributivo assegnava ai pensionati di oggi più risorse di quelle che avranno in futuro i giovani.
 
Bisogna subito tranquillizzarli, il problema della pensione della “generazione X” , non si pone, in quanto in nessun caso, un lavoratore precario che ha cominciato a lavorare ad esempio nel 2002, potrà aspirare ad una pensione superiore a quella sociale. Sono calcoli semplici, Martone può farli come compito a casa.
I contributi versati dai precari, pochi e super tassati con aliquota paranormale, sono stati utilizzati per pagare le pensioni anche ai Vescovi (come ha dimostrato uno studio del Sole 24 ore), in quanto la cassa dei contributi a tempo determinato era in avanzo, essendoci oggi moltissimi precari al lavoro e quasi nessun precario pensionato.
Fra 30 anni ci sarà una massa di precari che busseranno all’Inps e casse vuote, compito 2: trovare l’equità. 
 
Per essere equi fino in fondo, i tecnici hanno spedito a casa senza lavoro ne pensione gli ormai famosi “esodati”, l’equità si trova facilmente, mica possono soffrire solo i precari, quindi un’equità nella sofferenza. La logica è che l’età pensionabile deve aumentare, così si pagano meno pensioni, la gente prima o poi è destinata a morire. Questo permette di abbassare drasticamente il monte pensioni complessivo per oggi ed anche per domani, dato che il precario che andrà in pensione potrà aspirare ad un massimo di 500 euro mensili, pur avendo svolto nella vita lo stesso lavoro di un lavoratore a tempo indeterminato, possiamo chiamarla equità nelle mansioni?
 
Per completare il concetto di equità che hanno in testa i tecnici, c’è da ricordare che non si è impostato un tetto massimo ai pensionati del settore pubblico, che non si è revocata la possibilità di cumulo per 2 o più pensioni del settore pubblico e che si è ben lontani da porre un tetto “decente” agli stipendi ed alle buonuscite dei managers e dirigenti del settore pubblico.
In questo caso l’ostacolo è il “diritto acquisito”, chi ha pagato contributi enormi perché intascava stipendi enormi, pagati dai contribuenti, ha diritto a ricevere pensioni enormi. Tale ostacolo si aggira facilmente per gli “esodati” e non si può applicare ai precari ed ai disoccupati perché uno stipendio vero non lo vedranno mai.
 
L’equità in salsa Fornero-Martone è equità “contabile” non “economica”, aggiusta i conti per oggi, non garantisce la stabilità a lungo termine, perché eventuali rivolte sociali sono un fattore “economico” di cui si deve tenere conto.
 
C’è un altro problema, senza necessariamente essere prosaici, la riduzione delle erogazioni pensionistiche presenti e future garantisce, come tutte le misure recessive, una caduta dei consumi e quindi del PIL tanto più accentuata quanto colpisce gli individui a basso reddito. 
 
Martone non lo sa e tutti i giorni dà la colpa al debito pubblico, qualcuno gli spieghi per favore che riducendo il PIL è impossibile ridurre il peso del debito, che è infatti aumentato nel periodo delle riforme recessive della coppia Fornero-Monti.


giovedì 8 novembre 2012

COME SMONTARE IL NEOLIBERISMO

1) Si comincia col libero mercato, il cui perimetro di libertà è sempre presente, non è mai libertà assoluta e che viene definito dal politico e non certo dall’economico. Sono stati governi a decretare prima libero e poi non più libero lo schiavismo, il commercio dell’oppio, il lavoro minorile. Poiché il concetto di libertà è quindi dato dal politico, i liberisti sono ideologi di un certo tipo di libertà relativa, quella che fa quadrare i conti degli interessi che sostengono.
2) Le aziende condotte dal principio del “valore per gli azionisti” non creano valore produttivo ma finanziario e spesso lo fanno tagliando dipendenti ed investimenti e strozzando fornitori. Jack Welch, ex CEO di GE che nel 1981 coniò il concetto di “shareholder value” pare che recentemente abbia mutato giudizio definendola “l’idea più stupida del mondo”.
3) I lavoratori non vengono pagati per il loro valore assoluto, ma relativamente alle cornici di contesto delle singole economie-paese. Pensare di mettere tutti i lavoratori in uno stesso mercato planetario è una truffa. Un guidatore di autobus svedese ha un salario 50 volte superiore a quello di un collega indiano quando semmai l’indiano ha ben più capacità visto che deve muoversi tra carretti, pedoni indisciplinati, animali e biciclette. In realtà agisce un potente sbarramento, di nuovo politico, un protezionismo del lavoro agito tramite barriere all’immigrazione che nessun liberale si sogna di rimuovere. Così, “produttività” è un concetto sistemico, quindi economico-nazionale, non certo dipendente dal singolo individuo e dalla sua “flessibilità”.
4) La quarta tesi è ad effetto: la lavatrice ha cambiato il mondo più di internet. Chang picchia duro su uno di quei topos con i quali si costruisce la nostra visione del mondo. L’economia dell’immateriale è stata una falsa promessa, un fenomeno di ben più misurata significanza rispetto a quanto si vada ripetendo nei mantra post moderni.
5) Il presupposto dell’egoismo razionale dal quale discende l’intera teoria economica quantificabile, individualista, razionale è del tutto arbitrario. L’individuo asociale è un disturbato e così la teoria economica che da questo patologico presupposto discende (autistic economy).
6) La stabilità economica che dipende dall’azzeramento dell’inflazione, quindi dalla gestione della moneta, serve solo come protezione di chi ha ingenti capitali da investire. Nel dopoguerra con inflazione si cresceva più del doppio degli ultimi trent’anni senza inflazione. Una moderata inflazione addirittura potrebbe fare bene alla crescita e comunque è certo che zero inflazione non porta di per sé alcuna crescita correlata.
7) Le politiche liberiste sul commercio internazionale rendono più ricchi i paesi ricchi e non certo i paesi poveri. Riecheggiano qui le osservazioni dell’economista tedesco Friedrich List (1789-1846). Tra l’altro, gli Stati Uniti furono protezionisti almeno dal 1830 al 1940 e la Gran Bretagna dal 1720 al 1850. Si può così notare come la furia libero mercatistica emerga solo quando il paese a capitalismo egemone sull’intero sistema-mondo, inizia la sua fase più prettamente imperiale. La libertà allora è quella dell’agente imperiale che “deve” poter entrare nella tua economia per eterodirigerla a sua convenienza.
8) La transnazionalità globalizzata va ridimensionata. Vere e proprie imprese transnazionali sono pochissime, per lo più sono imprese nazionali con prospezione internazionale. Nei servizi poi questo radicamento nazionale si accentua data l’impossibilità di prestare servizi a distanza. La maggior parte degli investimenti esteri comprano aziende già esistenti (per ristrutturarle e rivenderle ) e non ne creano di nuove e molte aziende manifatturiere svolgono sull’estero soprattutto attività finanziaria e non produttiva.
9) Anche la favola dell’era post-industriale va ridimensionata. Spesso l’industria contribuisce al PIL meno che in passato perché le attività dei servizi hanno un valore più alto, anche in ragione dell’aumento di produttività che è più marcato proprio nelle attività industriali. Outsourcing e riclassificazioni di attività prima conteggiate come manifattura alterano le statistiche. Diminuzione dell’industria inoltre provoca dipendenza, sbilancia la bilancia dei pagamenti, depotenzia le possibilità di crescita e deprime l’occupazione. L’unica vera economia post industriale è quella delle Seychelles.
10) Gli Stati Uniti non hanno il tenore di vita più alto del mondo. Molto dipende da come si effettuano conteggi e comparazioni ma empiricamente un paese con tra i più alti indici di diseguaglianza, criminalità, ore lavorate (quindi mancanza di tempo libero), vita meno lunga e maggiore mortalità infantile non si può dire un paese felice.
11) Non esiste alcuna ragione strutturale che condanna l’Africa al sottosviluppo. La mancanza di possibilità al cambiamento è dovuta per lo più dall’ingerenza occidentale che continua a condizionare per sfruttare, le immense ricchezze del continente. Il dato peggiorativo proviene proprio dalla dissennata applicazione coatta di politiche di libero mercato e di programmi di aggiustamento strutturale imposti da Fmi e WB.
12) Anche l’assunto per il quale la capacità di intervento dello stato sulla complessità del mercato sarebbe impedita da un velo d’ignoranza è falso. L’autore che è coreano, riporta proprio casi del suo paese che è passato da economia primitiva ad economia di punta grazie ad un strategia coordinata in cui c’è la visibilissima mano dello stato. Così per Giappone, Francia ed anche se non lo dicono gli stessi Stati Uniti per quanto attiene alle tecnologie dell’informazione, biotecnologia, aerospazio. Altresì casi come Windows Vista o Nokia N-Gage dimostrano possibili errori macroscopici anche da parte del mercato. Di fronte all’errore, stato e mercato quantomeno si equivalgono.
13) È qui la volta del famigerato “trickle down” ovvero quella irrazionale convinzione per la quale facendo i ricchi sempre più ricchi poi la ricchezza di questi “colerebbe” sugli strati inferiori tramite investimenti che producono poi crescita e quindi ricchezza per tutti. Anche qui si possono leggere dati empirici del tutto contrari comparando il trentennio post bellico redistributivo e crescista con il trentennio neoliberale, che fa corrispondere bassi e stentati livelli di crescita a fronte di una impennata degli indici di diseguaglianza. Ma anche il senso comune può soccorrerci. Un milione in più ad un miliardario diventa proprietà accumulata o investimento che date le caratteristiche degli attuali mercati beneficerà un altro sistema paese. Cento euro di più ad un metalmeccanico diventano consumo, il consumo chiama produzione che chiama occupazione e il tutto fa crescita e circolazione della ricchezza.
14) Gli esorbitanti stipendi dei top manager non sono fenomeni spontanei del mercato. Essi sono determinati in buona parte proprio dal potere che questi top manager hanno assunto, potere di autodeterminare il proprio stipendio. Questo è schizzato a ordini di centinaia di volte quello dei sottoposti e negli USA a tre, quattro volte quello degli omologhi europei o giapponesi.
15) Nei paesi più poveri non è vero che manchi intraprendenza, anzi ce ne è sicuramente di più di quanta ce ne sia in Occidente proprio perché maggiore è la richiesta di arte di arrangiarsi. Altresì la figura dell’eroe individuale che con la propria forza di volontà riesce ad emergere, a fabbricare il proprio destino è pura letteratura. Senza politiche di contesto, infrastrutture, legislazioni, sistemi complessi spesso promossi da una autorità statale, non c’è alcuna possibilità di far crescere ed affermare un’impresa.
16) Il presupposto dell’iper-razionalità delle scelte economiche individuali, il presupposto che regge come “se”, l’”allora” dell’intera presunta scienza economica è palesemente inconsistente. La nostra razionalità è assai limitata, condizionata, agita entro grandi semplificazioni di complessità e routine fideistiche ed abitudinarie senza le quali non potremmo vivere. Viviamo immersi in oceani di incertezza e non abbiamo alcuna possibilità di fare calcoli neanche probabilistici del rischio effettivo.
17) Altresì non esiste alcuna correlazione provata tra il livello medio di istruzione generale di un paese ed il suo successo economico. Molte attività meccanizzate o informatizzate addirittura richiedono solo mansueti esecutori. Le materie di insegnamento servono ad altro che non ad aumentare la produttività e l’inflazione di “alti studi” non fa che rendere maggiormente classista l’entrata nel mondo di quei lavori a maggiori opportunità. La Svizzera è uno dei paesi più ricchi del pianeta ed ha il tasso d’immatricolazione universitaria più basso tra i paesi sviluppati. Da buon istituzionalista, Chang rimarca l’importanza di condizioni di contesto per creare benessere economico, condizioni alla portata di istituzioni collettive, tra cui lo stato.
18) Gli interessi dell’imprenditori privata non coincidono sempre con quelli della nazione. Gli interessi della nazione debbono essere promossi dal governo, cioè dallo stato, anche come regolamento di contesto nell’interesse stesso dell’imprenditoria privata.
19) L’ostracismo alla pianificazione in economia non è totalmente giustificato anche perché anche le cosiddette economie di mercato hanno parti abbondantemente pianificate. Certo la totale pianificazione centralizzata, soprattutto all’evolversi ipercomplesso delle nostre economie fallisce, ma la pianificazione dei contesti o “pianificazione indicativa” è stata ampiamente praticata con successo dalla Francia, alla Finlandia, Norvegia, Austria, Giappone, Corea, Taiwan, così le politiche economiche di settore e la politica industriale in particolare. Esiste ancora intrapresa economica statalizzata e il settore della ricerca e sviluppo è totalmente supportato negli Stati Uniti d’America. Così le aziende, tanto più grandi sono tanto maggiore è la loro pianificazione pluriennale, con grande articolazione di strategie. Così per i paesi, più grandi e diversificati sono più controllano ed agiscono in favore della propria economia.
20) L’uguaglianza delle opportunità è nulla se non c’è uguaglianza delle possibilità (il vecchio dibattito tra “liberta da” e “libertà di”).
21) Lo stato sociale aiuta ad assumersi rischi ed assumendosi i rischi del cambiamento la società è più dinamica ed aperta. Le automobili più veloci hanno anche i migliori impianti frenanti. Questo è un dato solido e concreto che si può desumere dalla comparazione tra indici di spesa sociale e crescita del PIL a livello delle economia più sviluppate.
22) Tra mercati finanziari ed economia reale c’è una asimmetria nei tempi. Il capitale impaziente della speculazione ha una logica diversa dal capitale paziente che si richiede nello sviluppo di una iniziativa economica reale. Occorre render più difficili le acquisizioni ostili, vietare le vendite allo scoperto, aumentare gli obblighi di margini, introdurre restrizioni alla libera circolazione dei capitali. Occorre cioè domare e limitare la finanza la cui totale libertà è altamente dannosa.
23) Minore crescita, maggiore instabilità economica, maggiore diseguaglianza, crisi ripetute e crollo del 2008. Questo il pacchetto dei risultati dell’economia liberista. Di contro, l’intero pacchetto della formidabile crescita orientale degli ultimi anni è stata fatta in totale assenza di economisti. Gli economisti liberisti non solo hanno fatto cattiva economia ma soprattutto hanno svolto un ruolo altamente ideologico basato sulla sistematica inversione del buonsenso: l’ineguaglianza fa bene, le tecnologie sono tutto, l’incertezza esistenziale è propedeutica alla crescita, svendere la propria industria fa bene, non bisogna occuparsi di politica economica perché l’economia si autoregola, abbandoniamo lo stato ed abbandoniamoci al mercato, diamo più soldi ai ricchi, esaltiamo l’egoismo, distruggiamo la società. Un lungo delirio istituzionalizzato!

giovedì 1 novembre 2012

FIAT E LICENZIAMENTI

La Fiat licenzia 19 operai per rappresaglia 

Condannata a reintegrare i lavoratori licenziati perché iscritti alla Fiom la società di Torino si vendica. Furibonda la Cgil: «Si chiama ricatto».

Oltre ad essere l'azienda privata più sovvenz
ionata dallo Stato italiano, la Fiat dovrà essere ricordata nei libri di storia italiani anche per essere l'azienda che, a un certo punto, decide di rivedere da cima a fondo, e in tutta autonomia, i rapporti industriali degli ultimi 50 anni. Non perde occasione, infatti, per riscrivere le regole e le prassi che finora sono sempre valse nei rapporti di lavoro.

Stavolta l'occasione deve essere sembrata ghiotta all'amministratore delegato Sergio Marchionne: la Corte d'Appello ha condannato Fiat a riassumere 19 lavoratori iscritti alla Fiom che l'azienda aveva licenziato. Secondo i giudici quel licenziamento era discriminatorio. Oggi Fiat ha annunciato che si adeguerà alla decisione del giudice ma che, come conseguenza, ci sarà il licenziamento o meglio la "messa in mobilità" per altre 19 persone assunte nel 2011, quando (grazie ai soldi dello Stato) era stata creata la newco di Pomigliano che ha lanciato la Nuova Panda: "L'azienda ha da tempo sottolineato - si legge nel comunicato - che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre". Fiat dice di volersi impegnare a "individuare la soluzione che consenta di eseguire l'ordinanza creando il minor disagio possibile a tutti quei dipendenti che hanno condiviso il progetto e, con grande entusiasmo e spirito di collaborazione, sono stati protagonisti del lancio della Nuova Panda".

L'annuncio ha immediatamente scatenato forti reazioni. Intanto, i sindacati hanno espresso "dubbi" circa la possibilità che 19 persone possano essere messe in mobilità, perché la legge prevede infatti che per ottenere l'indennità si sia in possesso di almeno 12 mesi di anzianità aziendale di cui almeno sei di effettivo lavoro. Nella newco di Pomigliano, spiega il segretario nazionale Uilm, Giovanni Sgambati, le prime assunzioni sono state effettuate a novembre 2011.

Ma aldilà della sorte che toccherà a 19 lavorarori (scelti come? E' la domanda che ricorre) il problema sta nel principio: se un giudice dichiara illegittimo un licenziamento, a pagare non possono essere altri lavoratori. "E' proprio una vergogna, Marchionne non perde occasione per cercare di dividere i lavoratori. Adesso dichiara anche guerra alla magistratura per far pesare sui giudici la situazione che si sta creando", ha detto Maurizio Di Costanzo, uno dei 19 licenziati, che dovrebbe rientrare in possesso del suo posto di lavoro entro il 28 novembre, e che ora si trova nella non facile situazione di essere la causa del licenziamento di altri colleghi. ""Questo è un ricatto inaccettabile" - ha detto Elena Lattuada, segretario confederale della Cgil "A quale Fiat bisogna credere?- prosegue Lattuada - A quella che ieri annunciava che non intende chiudere alcuno stabilimento o a quella che con la decisione di oggi avvia una irresponsabile campagna di licenziamenti? Se è davvero quest'ultima la risposta e' assolutamente inaccettabile. Nel rivendicare il diritto inappellabile dei lavoratori di potersi scegliere liberamente il sindacato, e a non essere discriminati per questo, non abbiamo mai chiesto né mai pensato che altri lavoratori dovessero essere subire tale ricatto. E' solo e soltanto la vergognosa decisione - conclude Lattuada- di un'azienda che per coprire le lacune del suo piano non trova di meglio che mettere lavoratori contro lavoratori".

Andrea Amendola, segretario della Fiom di Napoli dice: "Ce lo aspettavamo, è chiaro che si tratta di un ricatto, per la Fiat 19 lavoratori non cambiano nulla". Quella di Marchionne, insomma, è un atto politico. Di "ricatto" parla anche il leader dell'Idv Antonio Di Pietro. Ma in campo scende anche il responsabile Economico del Pd Stefano Fassina, che parla di una chiara ritorsione: "E' gravissima la ritorsione di Fiat-Chrysler su 19 lavoratori assunti a Fabbrica Italia Pomigliano in risposta alla condanna per discriminazione sindacale. Dopo la raccolta di firme avviata nei giorni scorsi tra i lavoratori dello stabilimento campano contro la sentenza della Corte d'Appello di Roma, l'azienda continua a alimentare la guerra tra i lavoratori. E' un comportamento inaccettabile. Nonostante la situazione di sottoutilizzo degli impianti, si poteva trovare una soluzione diversa 

sabato 20 ottobre 2012

Scandalo F-35, ci costeranno 47 milioni in più ad aereo –

 Il costo per l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 (ad oggi circa 13 miliardi), fortemente voluto dal governo Monti e, prima, da Berlusconi, è destinato a lievitare pesantemente: dagli  80 milioni (annunciati a febbraio) a 127 milioni di dollari a velivolo (ricordiamo che ne abbiamo acquistati un centinaio). Le stime precedenti, infatti, sono risultate imprecise poiché riferite al velivolo “nudo” e ad una pianificazione ormai superata. Ed è proprio a causa dell’incertezza su queste previsioni che alcuni governi, tra cui Canada e Australia, si erano ritirati dal programma Joint Strike Fighter. L’Italia, invece, vi è rimasta dentro. E ora ne paga il prezzo.
In un momento di grave crisi economica era necessario spendere questi soldi per aerei militari?

martedì 9 ottobre 2012

La morale spiegata da Briatore

Onestamente non ho ancora capito se Flavio Briatore sia un imprenditore di successo o una mezza tacca. Devo essere tardo io, ma non l’ho capito. E i giornali, i miei, cari, amati, giornali, non aiutano. Hanno mai raccontato bene la sua galassia, i suoi interessi, il modo con cui guadagna i suoi sudatissimi denari? No. Si gira sempre intorno ai locali di lusso, ora chiude qui, domani apre là, si parla tanto dei suoi barconi e dei suoi resort, ma una cavolo di indagine chiara non l’ho ancora letta (L’unica cosa abbastanza definita è che in F.1 dev’essere stato fico). Mentre so diverse cose su Leonardo Del Vecchio, il patron di Luxottica, illustrato in maniera più equilibrata e minuziosa, anche nelle critiche (cito Del Vecchio come esempio, ma ce ne sarebbero anche altri come lui).
Insomma, se dovessi chiedere a uno dei due il punto sul Paese, tra rilievi sociali e aspettative di ripresa, mi rivolgerei noiosamente a Del Vecchio. Farei la mia bella intervista, le domande del caso, butterei in pagina e poi non leggerebbe nessuno. Non leggerebbe nessuno perché avrei posto delle domande a una persona competente sulle questioni, titolata a rispondere su quegli argomenti. E di conseguenza fuori appeal, passato, antico. Che palle. (Un mio sogno che non si avvererà mai è un’intervista a Enrico Bondi, il risanatore Parmalat. Anche in quel caso due palle).
Vedo, invece, che in questo periodo amaro furoreggia il nostro Flavio. Gli chiedono di tutto, gli affidano di tutto. Sino a un reality dalla comica cornice, prodotto dal figlio di Paolo Mieli (pensa tu i figli), dove i punti più esilaranti coincidono plasticamente con due espressioni del Boss (come lo chiamano i poveretti che si disputano un posto nella sua azienda): «Sei una capra!» , modesto ma significativo omaggio a Vittorio Sgarbi, e «sei fuori!», pronunciato con enfasi cuneese mentre il braccio si tende alla Concetto Lo Bello.
A me, uno così ha sempre fatto sorridere. Sinceramente. E capisco anche il meccanismo giornalistico che sostiene orgogliosamente la scelta di interpellarlo per dirimere le questioni morali del Paese. Morali, sì morali, perché il nostro si esercita anche sui campi dell’etica e dunque puoi anche apprezzarne lo spirito liquidatorio nei confronti di questa classe politica. La classe politica dei Fiorito, tanto per capirci. Il meccanismo è che su certi argomenti così delicati è tanto divertente affidarsi all’Uomo Improbabile, alla persona apparentemente lontana miglia e miglia da quelle tematiche e che invece capita possa rivelarsi come un’autentica sorpresa, colpendoti di ritorno con risposte davvero sopraffine o anche sconcertanti. (L’unico a cui avrei sempre chiesto la «sua», dagli asparagi all’immortalità dell’anima, era Carmelo Bene).
Purtroppo, questo è il tempo in cui le ciambelle si sa già come escono e se addirittura l’Huffington Post italiano ritiene di scomodare l’apertura del suo giornale per dedicarla a un’intervista a Briatore sulla politica, Monti, Berlusconi, l’etica e la moralità, le primarie del Pd, la spending review e non sulle babbucce più morbide da indossare appena si scende dal letto, ebbene la conclusione è che quelle risposte te le poteva dare, con la stessa passione civile, anche il tuo panettiere sotto casa.
Il problema è capire se Briatore sopravviverà alla nostra stanchezza, nel senso che quando abbandoneremo il ring del Paese per manifesta inferiorità a comprenderne le dinamiche, lui sarà ancora sulla tolda, cercato e pregato dai giornali perché dica la sua. In fondo, con quei capelli argentei l’uomo ha una sua saggezza di fondo, non avendo mai aderito al progetto tricologico berlusconiano di passare direttamente a una nuova calotta color rosso Ferrari.
Non ti preoccupare Flavio, noi sgommiamo in fretta.