domenica 1 aprile 2012

IL DIO DENARO


Due uomini si sono dati alle fiamme in appena 24 ore, altri sono già riusciti nel loro intento di togliersi la vita, altri probabilmente seguiranno, altri ancora decideranno di unirsi alle masse di emigranti in cerca di maggior fortuna (ma ovunque andranno, le domande da porsi saranno comunque quelle di cui su), molti altri soccomberanno nel silenzio più totale ed altri scenderanno in strada per protestare e distruggere quelli che percepiscono come simboli dei loro mali. 
Tutto ciò è inevitabile, in questo sistema monetario così gestito. Lo sappiamo noi ed a maggior ragione lo sa chi lo gestisce. Ne consegue che tutto ciò è inevitabile perché così voluto, proprio da chi gestisce il denaro, e noi stiamo reagendo proprio come loro si aspettano che reagiamo, tanto che hanno già anche preparato le loro contromisure
Il mio intero stipendio, che per me è un credito, corrisponde in realtà ad un debito per l’intera società, perché non esiste moneta in circolazione che non sia frutto di una forma di prestito, che va restituito maggiorato di interessi. Ti sembra assurdo? Solo perché è un pensiero a cui nessuno ti ha mai abituato. Com’è possibile che il tuo stipendio sia un debito? Non ha senso, giusto? Per dargli un senso devi allargare il tuo sguardo, vedere il sistema nel suo insieme, individuare il flusso di denaro, dalla sua origine fino all’ingresso nel tuo conto in banca. Il denaro, come l’acqua di un fiume, ha sempre una sorgente da cui sgorga. Di affluente in affluente, arriva poi a sfociare in un delta dai mille rivoli. Uno di questi rivoli sei tu.
Tu però i tuoi soldi li spendi, li reimetti in circolazione, sei parte di quel mare da cui i soldi “evaporano” per trasformarsi in piogge di tasse, balzelli, restituzioni di ogni tipo che rimpinguano la sorgente per far ricominciare tutto da capo. Ma questa sorgente è speciale: ha sete, rivuole indietro più denaro di quanto ne abbia prodotto.
E’ come se per ogni goccia di sangue che sgorga dall’atrio sinistro del tuo cuore ne dovesse rientrare una ed un po’ dall’atrio destro. Allucinante, non trovi? Impossibile, in un sistema biologico, ed infatti i sistemi biologici non funzionano così; ma il nostro sistema monetario non è stato creato per rassomigliare ai sistemi biologici (anche se secondo eminenti matematici, fisici e biologi prestati all’economia dovrebbe farlo), è una pura invenzione matematica, per cui quel denaro che non si può restituire perché semplicemente non c’è, viene creato ad hoc, dal nulla. E prestato. Con interesse.
Ripeto: il denaro che non c’è viene creato e prestato con interesse.
Esemplifichiamo: io sono colui che emette denaro, tu sei colui che lo usa. Ti do 100, puoi farne ciò che vuoi, a patto che ad una certa scadenza tu li restituisca, con gli interessi. Do 100 anche al tuo amico, ed all’amico del tuo amico ed all’amico dell’amico del tuo amico e così via; il patto è sempre lo stesso: fatene quel che volete, ma alla scadenza dovrete restituirmeli, con gli interessi. Tu ed i tuoi amici comincerete ad usare questi soldi per scambiarvi mercanzie, servizi, e sapendo che dovrete restituire più soldi di quanti ne avete ricevuti fate il possibile per sottrarvene l’un l’altro quanti più potete.
Arriva il giorno, tu sei stato bravissimo ed hai più soldi di quanti ne hai rivevuti, tanto che puoi ripagare il prestito, gli interessi ed ancora avere un bel gruzzolo in tasca. Qualcuno dei tuoi amici però non è stato altrettanto bravo, ed i soldi che ha in tasca sono addirittura meno di quanti ne aveva avuti prestati. Del resto io sono l’unico che può emettere denaro, per cui tu ed i tuoi amici nient’altro potevate fare che scambiarlo tra di voi, e se tu ne hai di più di quanto ne hai ricevuto, necessariamente qualcun altro deve averne di meno, no?
Ma non c’è problema: io sono magnanimo, voglio che tutto funzioni e così al tuo amico  propongo un altro prestito, con altri interessi. Per me tengo giusto la parte che mi spetta, il resto è suo e può farne quel che ne vuole, a patto che me lo restituisca, con gli interessi. 

Forse cominci ad intuire dove sta l’inghippo.
Che succede se io decido che non posso più farti un prestito? Perché il problema è tutto lì: il problema non è il debito, non è neanche l’interesse, il problema è che se quel debito e quell’interesse lo gestisco solo io, quando voglio, secondo regole da me decise, ti lascio senza soldi. E siccome ti ho fatto credere che i soldi sono valore in sé, merce di scambio e non mezzo di scambio, ti dico che dato che non hai soldi e che non posso rinnovarti il prestito, mi accontento  di una spiaggia, un’industria, un museo, un parco, qualche casa, degli ospedali, magari anche qualche scuola.
Hanno creato un Dio, lo hanno chiamato Denaro, e ci stanno sacrificando a lui. Ma al banchetto ci sono loro.
Le ragioni di tutto ciò potrebbero essere mille, dalle più banali alle più esoteriche, ma intanto che ci pensi su ti voglio dire che una soluzione c’è. Anzi, a ben vedere anche più di una, ma tutte condividono un concetto comune: il potere va redistribuito, parcellizzato, diffuso. Non è lecito che poche persone possano decidere della vita e della morte di milioni, miliardi!, di altre. Non è lecito spendere almeno un terzo della propria esistenza lavorando per divenire sempre più poveri – si può essere benissimo poveri senza lavorare – non ha senso dover competere per un tozzo di pane, quando le risorse, se usate in maniera accorta, sarebbero sufficienti per tenerci in vita tutti, dignitosamente, magari con qualche sfarzo in meno, ma felici nonostante tutto. Un certo Nash, tra l’altro, qualche tempo fa dimostrò che la cooperazione è sempre vincente sulla competizione.

lunedì 19 marzo 2012

SPREAD BASSO MA DISOCCUPAZIONE ALTA

I dati forniti dall’Istat sulla disoccupazione sono preoccupanti: 9.2 %. Ha raggiunto il suo livello massimo dal 2004. Il governo Monti avrà pure fatto riacquistare fiducia all’Italia sui mercati finanziari ma non ci sono risposte sull’occupazione. Questo è un dato di fatto. Il nostro paese è in recessione. In attesa del decreto che andrà a riformare il mercato del lavoro previsto per la fine di marzo, latitano proposte convincenti volte a stimolare la domanda interna. Per il momento la trattativa governo-parti sociali si gioca sul terreno dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il quale non consente alle imprese superiori ai 15 dipendenti di fare licenziamenti discriminatori. È da ricordare che in Italia il 95% delle imprese hanno meno di 15 dipendenti ma anche chi ne ha di più molte volte già non rispetta l’articolo ma per fortuna c’è un giudice terzo che decide. Il governo sostiene, con la mano destra convinta della Confindustria, la linea di superare l’articolo 18, ritenendolo un ostacolo alla libertà d’impresa. I sindacati, in primis la Cgil, sostengono al contrario, che la legge non deve esser toccata perché essa è una“norma di civiltà”. E siamo sicuri che qui si arriverà allo scontro finale. Da un lato il governo, il quale non fa altro che obbedire alle direttive della lettera della BCE di agosto ( il mese clou della sospensione della democrazia ) firmata Draghi-Trichet (nella quale il mercato flessibile teorizzato come dogma diventa scelta ineluttabile per tutti i governi dell’area Euro) e dall’altra le forze sociali che si oppongono alle scelte neo-liberiste che stanno massacrando l’economia. Le ragioni della disoccupazione nascono soprattutto da qui. Con la stretta ai consumi derivata dal crollo della domanda, le imprese ritengono di non dover produrre. Ne conseguono licenziamenti. Il risultato finale rappresenta l’aumento esponenziale della disoccupazione. In Italia ce ne sono più di 2 milioni di disoccupati, senza contare chi studia o chi non avendo più fiducia, ha totalmente rinunciato a mettersi alla ricerca di trovarsi un impiego. Ma anche chi lavora, è a rischio povertà. L’Italia è agli ultimi posti per retribuzioni lorde nell’Eurozona. Secondo la “propaganda padronale”, sostenuta anche dal ministro del Welfare, gli stipendi nel nostro paese sono bassi perché il costo del lavoro è alto ed anche la produttività risulta bassa. In verità, siccome la produttività totale è la risultante della somma tra capitale e lavoro, essa è bassa perché questi due fattori sono bassi, quindi il problema del costo del lavoro è falso, considerando il fatto che esso è maggiore in paesi che godono di una salute sicuramente migliore della nostra, uno tra tutti la Germania che guida questa classifica. Da una parte non si vuole andare al nocciolo della questione, non facendo altro che spostare l’asso sul fronte delle polemiche nei confronti dei sindacati accusati dalla leader della Confindustria Marcegaglia di difendere “assenteisti cronici”. Tra l’altro definire i lavoratori anche dei ladri, in un momento di forte tensione sociale, non fa che acuire la rabbia di chi non ha voce perché questa le viene scippata, come la ricchezza che essi producono. È da trent’anni che si sposta sistematicamente la ricchezza da chi lavora a chi invece detiene i mezzi di produzione. In assenza o quasi di politiche volte a ridistribuire il reddito, si assiste al disastro economico-finanziario, determinando in buona sostanza pericolose nuove forme di povertà. Ma su questa crisi c’è chi si arricchisce, forse chi l’ha provocata, ovvero quell’establishment oligarchico ben rappresentato dalla finanza, il vero potere egemone che dietro le quinte muove i fili di tutte le operazioni politiche ed economiche. E del resto l’attuale governo, il quale è espressione di quei poteri si dimostra  insensibile alle richieste di lavoro e sostegno economico nei confronti delle fasce più deboli. In Parlamento tuttavia, si continua a sostenere in maniera più che convinta ogni scelta politica, eccetto se si toccano gli interessi di Berlusconi. È un dato di fatto che il Pdl dà qualche sussulto solamente nel caso in cui si tratta di argomenti come la televisione e la giustizia, tutti e due molto cari all’ex premier. La natura del Popolo della Libertà è imperniata proprio sugli interessi di una persona, non lo abbiamo scoperto certo ieri mattina, ma dall’altra sponda, ovvero quella del Partito Democratico se il governo manomettesse in maniera decisa i diritti dei lavoratori, questi come si comporterebbe. Ma quella è un’altra storia. O forse no ?

giovedì 8 marzo 2012

IL BOSSI DELIRANTE

Non ho condiviso neppure una virgola della campagna condotta dai No Tav contro il giudice Giancarlo Caselli, un uomo che ha sempre difeso la Costituzione e non si è mai piegato alla logica dello scambio, della trattativa,della svendita dei principi per compiacere amici e compagni.
Sui rischi di infiltrazioni nel movimento No Tav e non solo, la penso esattamente come don Luigi Ciotti che ha invitato tutti a mettere fuori i violenti e quelli che danno la caccia alle telecamere e ai cronisti. Bisogna farlo, ha giustamente aggiunto Ciotti, anche per tutelare il diritto al dissenso e alle critica in tutte le sue forme, anche le più radicali.
Proprio perché condivido queste posizioni, bisogna essere altrettanto chiari e determinati nei confronti del “sovversivismo delle classi dirigenti”, per rubare la citazione ad Antonio Gramsci.
Le istituzioni di questo paese, le autorità di garanzia, le stesse forze di polizia, non possono alzare i toni con i sindaci della Val di Susa e poi fingere di non aver sentito le parole violente e intimidatorie pronunciate da Umberto Bossi, un segretario di partito, un ex ministro. “Monti rischia la vita, il Nord lo fará fuori”, queste alcune delle sue parole.
“Farnetica, non sta bene, ormai è un delirio, non cadiamo nella trappola vuole farsi pubblicità…”, queste alcune delle prime reazioni che, tuttavia, non colgono la gravità di questa esternazione “armata”.
- Perchè a Bossi può essere concesso quello che non è consentito ad altri?
- Cosa sarebbe accaduto se le stesse parole fossero state pronunciate da un cittadino o da un sindaco della Val di Susa?
- Il presidente della repubblica riceverà ancora Bossi e i suoi seguaci?
- Il presidente Monti ed il ministro Cancellieri invocheranno il pugno di ferro e contrasteranno infiltrati ed invitati anche nelle aule parlamentari?
Chi invoca il rispetto della legalità in Val di Susa, dovrebbe essere altrettanto attento ed inflessibile ad invocarla anche in “Padania” o ad Arcore, dove la Costituzione è stata ripetutamente oltraggiata e umiliata!

lunedì 27 febbraio 2012

LE BALLE SULL'ART. 18

Desta grande sconcerto, tra gli operatori giuridici (avvocati, magistrati) che quotidianamente hanno a che fare, per il loro lavoro, con la tematica dei licenziamenti, il livello di approssimazione e di assoluta lontananza dalla realtà con cui tanti autorevoli personaggi della politica, del giornalismo e persino dell’economia affrontano l’argomento, contribuendo ad alimentare una campagna di disinformazione senza precedenti.
Sta infatti entrando nella convinzione del cittadino (che non abbia, in prima persona o attraverso persone vicine, vissuto il dramma della perdita del posto di lavoro) la falsa impressione che in Italia sia pressoché impossibile licenziare, persino nei casi in cui un’impresa, in comprovate difficoltà economiche e finanziarie, con forte calo di ordini e bilanci in rosso, avrebbe necessità di ridurre il proprio personale (caso spesso citato nei dibattiti televisivi per mostrare l’assurdità di una legislazione che ingessi fino a questo punto l’attività imprenditoriale). Queste leggi assurde, poi, si salderebbero con una asserita “eccessiva discrezionalità interpretativa” dei magistrati (categoria della quale, nell’ultimo ventennio, ci hanno insegnato a diffidare) e sarebbero la causa, o quantomeno la concausa, del precariato giovanile.
Senza considerare che è l’Europa a chiederci di rivedere la normativa in tema di licenziamenti, perché eccessivamente rigida. Inoltre il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro sarebbe un’ “anomalia nazionale”.
Come si sa, il principio di propaganda che sostiene che “una bugia ripetuta mille volte diventa verità” paga, ed è estremamente rara, nei talk show televisivi, la presenza di giuslavoristi che raccontino cosa effettivamente accade nei luoghi di lavoro, nelle trattative sindacali, negli studi degli avvocati e nelle aule di giustizia: che cioè la legge già consente di licenziare per motivi “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” e che conseguentemente i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente, sia da parte di aziende con meno di 16 dipendenti (che non hanno altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri paesi europei: solo ove un giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un’ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità) sia da parte delle grandi aziende (che in caso di esubero di personale di più di cinque unità devono solo seguire una procedura che coinvolge il sindacato, ma che le vincola – anche in caso di mancato accordo sindacale al suo esito – esclusivamente a seguire dei criteri oggettivi nella selezione del personale da licenziare). Al di fuori dei licenziamenti per motivi economici – rispetto ai quali il giudice ha (solo) il potere di effettuare un controllo: a) di verità sui motivi addotti nei licenziamenti individuali e b) di regolarità della procedura nei licenziamenti collettivi – l’art. 18 si applica, ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamenti individuali, quasi sempre per motivi disciplinari.
E qui, di volta in volta, il magistrato valuta il caso concreto, che non è mai come quelli da barzelletta che vengono talvolta riportati per dimostrare l’arbitrarietà del giudice e la presunta assurdità del sistema. Da oltre trent’anni si sente parlare del caso del garzone del macellaio amante della moglie del datore di lavoro, che sarebbe stato reintegrato perchè i fatti avvenivano al di fuori dell’orario di lavoro. Basta che una falsa notizia come questa venga detta in televisione, ed ecco che il quadro è completo e il prodotto confezionato: l’opinione pubblica, dopo un mese di questa martellante propaganda, è pronta ad accettare le giuste soluzioni che – condivise o non condivise da tutti i sindacati – ci facciano fare quel passo decisivo per adeguare l’Italia alle nuove esigenze della globalizzazione e renderla finalmente competitiva anche rispetto ad altri paesi europei che hanno una maggiore flessibilità in uscita.
Ma è proprio vera quest’ultima cosa? Come mai non riusciamo a leggere in nessun giornale che gli indici OCSE che segnalano la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l’Italia (indice dell’1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germania ha l’indice 3.00)? Ed è proprio vero che il diritto alla reintegrazione (in caso di licenziamento dichiarato illegittimo) è previsto solo nel nostro Paese? Premesso che il discorso dovrebbe essere approfondito, va detto che in certi Paesi è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele.
La verità è che non esiste un vero collegamento tra la ripresa produttiva e la libertà di licenziare, e forte è quindi il timore che il ”governo tecnico”, approfittando della crisi economica, possa dare attuazione ad un antico progetto di riassestamento del potere nei luoghi di lavoro, che per essere esercitato in modo sovrano mal tollera l’esistenza di norme di tutela dei lavoratori dagli abusi. Perchè è questo, e solo questo, il senso profondo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: una norma che sanziona il comportamento illegittimo del datore di lavoro ripristinando lo status quo ante che precedeva il licenziamento – lo si ribadisce – illegittimo. E la cui esistenza, per l’appunto, impedisce che il potere nei luoghi di lavoro (con più di 15 addetti, purtroppo, perchè altrove, appunto, tale tutela non c’è) possa essere esercitato in modo arbitrario e lesivo della dignità dei dipendenti.
Ma nello stesso tempo occorre valutare con estrema attenzione anche tutte quelle prospettate soluzioni che, prevedendo la “sospensione temporanea” dell’articolo 18 per i primi tre o quattro anni per i giovani in cerca di un’occupazione stabile, teoricamente non sottrarrebbero la tutela dell’art. 18 “a chi già ce l’ha”.
Occorre, infatti, quanto meno scongiurare l’ipotesi che in tale formula rientrino tutti i nuovi rapporti di lavoro poiché, altrimenti, inevitabilmente vi ricadrebbero anche coloro che, pur avendo goduto in passato della tutela dell’articolo 18, si ritrovino in stato di disoccupazione (dato che, come abbiamo visto, la norma non vieta affatto di licenziare, sanzionando solo i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo, e quindi solo quelli illegittimi). E dal momento che, checché se ne dica, il posto di lavoro fisso a vita è veramente un sogno e il mercato del lavoro è in continuo movimento (specie per quanto riguarda l’invocata flessibilità in uscita), nel caso in cui le disposizioni in cantiere non siano circoscritte con precisione, avremmo un esercito di disoccupati attuali o potenziali anche ultracinquantenni che, lungi dal portarsi dietro, infilato nel taschino della giacca, l’articolo 18 goduto nel precedente posto di lavoro, ingrosserebbero le fila dei nuovi precari. Perchè diversamente non possono essere considerati dei dipendenti che per tre o quattro anni siano sottoposti al ricatto della mancata stabilizzazione ove non “righino dritto” senza ammalarsi, fare figli, scioperare o avanzare rivendicazioni di sorta (e se, alla fine del triennio, non vi sarà – com’è probabile – alcuna garanzia di “stabilizzazione” del rapporto, in questo gioco dell’oca si potrà tornare alla casella di partenza, con un diverso datore di lavoro…).
Ecco quindi che, per altra strada, si arriverebbe a ridimensionare anche i diritti di coloro ai quali l’articolo 18 attualmente si applica, risultato che la propaganda vorrebbe finalizzato a favorire quelli che ne sono esclusi: come ha scritto Umberto Romagnoli, è come avere la pretesa di far crescere i capelli ai calvi rapando chi ne ha di più.
Un’ultima annotazione su un’altra soluzione di cui si sente parlare: la sostituzione della sanzione prevista dall’articolo 18 (reintegrazione) con un’indennità in tutti i casi di licenziamenti semplicemente motivati da ragioni economiche.
Si è già detto che tali licenziamenti sono già consentiti, e secondo l’art. 30 della legge 183 del 2010 “il controllo giudiziale è limitato esclusivamente (…) all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro”.
Cosa si vuole di più? Perchè si vorrebbe impedire al giudice anche un accertamento di legittimità (e non di merito) sulle motivazioni addotte? Forte è il sospetto che in questo modo si voglia consentire al datore di lavoro di liberarsi di dipendenti scomodi semplicemente adducendo una motivazione economica, anche se non vera. Sancendo così, automaticamente, il pieno ritorno agli anni cinquanta, quando i licenziamenti erano assolutamente liberi e la Costituzione nei luoghi di lavoro, faticosamente introdotta nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori, semplicemente un sogno.
Auspichiamo proprio che, con la scusa di dover riformare il mercato del lavoro, non si arrivi a tanto.

martedì 14 febbraio 2012

GIUSTA SENTENZA

Una volta tanto, chapeau! Anche i più distratti  hanno appreso dai Tg la storica sentenza  sull’Eternit  al processo per le migliaia di vittime dell’amianto a Casal Monferrato.  I 16 anni di condanna ai due proprietari per  disastro colposo permanente e omissione dolosa di anti infortunistica,  sono apertura per  Tg 3, TG 5, Tg La 7, secondo titolo per Tg 1 e Studio Aperto, terzo per Tg 2 e Tg 4. Già nelle edizioni di pranzo l’attenzione e l’attesa per la sentenza era stata alta. Su tutti campeggiano le dichiarazione del Pm Guariniello e le lacrime di commozione dei parenti delle 2.300 vittime di Casale. Una sentenza la cui lettura ha occupato tre ore, a testimoniare quanto l’amianto abbia segnato un’intera comunità, l’intero Paese. Per non parlare dei morti che sta ancora procurando, e non solo in Italia. I Tg riprendono tutto questo e dopo la sentenza per la Thyssen, segnalano il valore storico del riconoscimento delle responsabilità di chi ha costruito impianti e prodotto beni senza preoccuparsi della sicurezza sul lavoro e della salute di operai e cittadini. Nel commento abbiano sentito il collega Santo Della Volpe, che da vent’anni segue questa emblematica vicenda e che ci ha “riversato” dal Tribunale di Torino tutto il suo entusiasmo e la sua emozione.  Complimenti, quindi per una volta tanto a tutti i Tg.

giovedì 2 febbraio 2012

RIFLESSIONI

La soppressione della democrazia, l’aumento del divario sociale ed economico tra poveri e ricchi, il disfacimento dello stato sociale, la privatizzazione e la conseguente applicazione delle norme del mercato a tutte le sfere della nostra vita, e così via. Quando l’assurdo ci viene propinato ogni giorno come normale, è solo una questione di tempo prima che uno si senta malato o anomalo. Di seguito provo a riassumere alcune idee che ritengo fondamentali.
1. Parlare di assalto alla democrazia è un eufemismo. Una situazione in cui alla minoranza di una minoranza è consentito nuocere al bene di tutti per l’arricchimento di pochi, è postdemocratica. La colpa è della collettività, perché non è stata in grado di eleggere persone che tutelassero i suoi interessi.
2. Ogni giorno sentiamo che i governi dovrebbero “riconquistare la fiducia dei mercati“. Con “mercati” si intendono prima di tutto le borse e i mercati finanziari, ossia quegli attori che speculano per i propri interessi o per conto di altri, con l’obiettivo di ottenere il più alto profitto possibile. Non sono gli stessi che hanno alleggerito la collettività di una quantità inimmaginabile di miliardi? È la loro fiducia che i nostri sommi rappresentanti dovrebbero cercare in ogni modo di ottenere?
3. Ci indignamo, a ragione, per la “democrazia guidata” di Vladimir Putin. Ma perché ad Angela Merkel non è stata chiesto di dimettersi, quando ha parlato di “democrazia conforme al mercato“?
4. Con il crollo del blocco orientale, alcune ideologie hanno raggiunto un’egemonia talmente incontestata da essere percepite come normali. Un esempio di questo potrebbe essere la privatizzazione, vista come qualcosa di completamente positivo. Tutto quello che possedeva la collettività era ritenuto inutile e dannoso per i clienti. Così è emerso un clima che, presto o tardi, avrebbe portato per forza all’esautorazione della collettività.
5. Un’altra ideologia che ha avuto enorme fortuna è quella della crescita: “Senza crescita non c’è nulla“, ha decretato già diversi anni fa la cancelliera tedesca. Senza parlare di queste due concezioni, non si può neanche affrontare un discorso sulla crisi dell’euro.
6. Il linguaggio dei politici non è più in grado di rappresentare la realtà (avevo già vissuto una situazione simile nella Ddr). È un linguaggio che esprime sicurezza di sé, che non si sottopone più alla verifica di un interlocutore. La politica è degenerata fino a diventare uno strumento, un soffietto usato per attizzare la crescita. Il cittadino è ridotto a consumatore. Crescita di per sé non significa nulla. L’ideale della società sarebbe un playboy che nel minor tempo possibile consuma il massimo. In questo senso, una guerra comporterebbe un’impennata vertiginosa della crescita.
7. Domande ovvie come “a chi giova?,chi ci guadagna?“, sono diventate sconvenienti. Non siamo tutti sulla stessa barca? Chi dubita di ciò minaccia la pace sociale. La polarizzazione economica della società è avvenuta mentre si predicava a gran voce che abbiamo tutti gli stessi interessi. Basta fare un giro per Berlino. Nei quartieri più belli, i pochi edifici non restaurati di regola sono scuole, asili, case di riposo, piscine o ospedali. Nelle zone cosiddette “problematiche” gli edifici pubblici in rovina si notano di meno. Lì sono le fessure tra i denti che suggeriscono il livello di povertà. Oggi si dice, non senza demagogia: abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, siamo stati ingordi.
8. Sarebbe democrazia se la politica intervenisse con tasse, leggi e controlli sulla struttura economica esistente e costringesse gli attori dei mercati a seguire binari compatibili con gli interessi della collettività. Sono domande semplici: a chi giova? chi ci guadagna? è un bene per la collettività? E soprattutto: quale società vogliamo? Questa per me sarebbe democrazia.

martedì 24 gennaio 2012

Gli equilibrismi di Monti

C’è il partito del “meglio che niente” e quello del “si poteva fare di più”. Poi c’è la posizione di chi ritiene in senso lato che liberalizzare sia dannoso per l’economia. Ma a prescindere dal giudizio di merito, il decreto varato venerdì sera dal governo Monti ci racconta anche una storia politica. Ci dà qualche dettaglio in più per capire di chi è l’Italia oggi e di chi probabilmente continuerà a essere nel prossimo futuro.Gli aspetti fondamentali sono due: il rapporto dell’Esecutivo con il Pdl e i conflitti d’interesse che zavorrano la squadra del Professore. Sul primo versante, è evidente come il pacchetto di liberalizzazioni non danneggi in modo sostanziale l’establishment berlusconiano, la sua politica e la sua visione della società. Anzi, spuntando la pallottola del decreto, i pidiellini hanno limitato i danni al minimo proprio sul versante che li vedeva più vulnerabili. Evidentemente le pressioni di Gianni Letta sul sottosegretario Antonia Catricalà hanno funzionato. E chissà se il Pd troverà il modo di uscire altrettanto indenne dalla riforma del lavoro, ormai alle porte.
L’unica vera sconfitta per Silvio Berlusconi è arrivata sul campo delle frequenze televisive. Con una mossa chirurgica, da politicante consumato più che da banchiere, il ministro Corrado Passera ha deciso di congelare per tre mesi – ma non di revocare – il beauty contest varato dal Cavaliere (la procedura che avrebbe di fatto regalato i nuovi canali digitali a Mediaset, Rai e Telecom Italia). In questo modo Passera si è attribuito il ruolo di mediatore fra le parti, lasciando pendere una spada di Damocle hi-tech sulle teste del Pdl.
Tenere in sospeso la vicenda vuol dire mantenere alta la tensione fra i berluscones – che fra il Parlamento e l’azienda del padrone non avranno dubbi su cosa scegliere – e intanto far passare il tempo. E’ probabile che alla fine l’Agcom troverà una soluzione di compromesso (asta a pagamento più generoso contentino al Biscione), ma quando ciò avverrà i decreti più controversi saranno già diventati legge. E sarà ormai troppo tardi per andare alle elezioni anticipate.
Il secondo punto fondamentale è quello che riguarda le dinamiche interne al drappello dei tecnici. Quando si tratta di legiferare è prassi che i governanti cedano alle pressioni delle lobby di turno. Ed essendo questo un governo di banchieri, non stupisce che le mancanze più gravi dell’ultimo decreto riguardino proprio le banche e le loro cugine, le assicurazioni.
Partiamo dagli istituti di credito. Nella versione finale del provvedimento troviamo una brutta sorpresa per quanto riguarda il nuovo conto corrente di base (quello a costi ridotti, pensato ad esempio per gli anziani, che dovranno aprirlo per legge se vogliono incassare pensioni superiori a mille euro). Il funzionamento del nuovo tipo di conto non sarà stabilito dal governo – com’era scritto nelle bozze precedenti – ma da un’intesa fra banche, Poste e Banca d’Italia. Vale a dire i diretti interessati. Non basta: anche la riduzione delle commissioni sull’utilizzo della moneta elettronica è affidata a un accordo fra le parti in causa (Associazione bancaria, consorzio bancomat e Associazione dei prestatori di servizi a pagamento).
Un altro aspetto riguarda le polizze vita che le banche obbligano a stipulare per accendere un mutuo. Di solito la compagnia assicuratrice è legata alla banca stessa, che così incrementa i profitti. L’Antitrust aveva suggerito di abolire il binomio obbligatorio polizza-mutuo, ma il governo si è limitato a imporre agli istituti di credito di presentare al cliente i preventivi di almeno due diverse compagnie. C’è da scommettere che le banche sapranno indirizzare a dovere i loro clienti.
Un regalino molto simile è stato pensato anche per le compagnie d’assicurazione. Dal punto di vista dei cittadini, la scelta più vantaggiosa sarebbe stata di sostituire i cosiddetti agenti monomandatari con i broker assicurativi. Si trattava di rimpiazzare le figure legate ai singoli gruppi (di cui vendono i prodotti) con dei professionisti pagati direttamente dai clienti e quindi interessati a suggerire di volta in volta le soluzioni più convenienti per i consumatori piuttosto che per le compagnie. Anche in questo caso niente da fare. Il decreto – che peraltro parla solo dell’RC auto – obbliga gli agenti ad informare i clienti sulle proposte di almeno tre compagnie. Ma secondo voi vi consiglieranno la loro polizza o quella della concorrenza?
Fra le altre posizioni di potere che non sono state intaccate, spicca quella di Trenitalia. Dal decreto sono scomparse in corso d’opera almeno due misure fondamentali: la scissione fra la holding Fs e la rete ferroviaria Rfi (rinviata a una decisione della nuova Autorità dei Trasporti) e l’obbligo di gara per la concessione del trasporto regionale da parte delle Regioni. Per non parlare poi dell’inchino fatto all’Unione Petrolifera, che ha portato a ridurre drasticamente le liberalizzazioni in materia di carburanti.
Ci sono infine le querelle legate a quelle categorie che, pur avendo un impatto economico minore, suscitano inspiegabilmente un’attenzione mediatica senza pari. Vale la pena di rifletterci, altrimenti si rischia di perdere contatto col quadro generale. E si finisce col pensare che il rilancio del Pil dipenda solo dai taxi.