giovedì 12 gennaio 2012

LA LEGA A DOPPIA MORALITA'

La Padania rischia di chiudere, le sezioni locali non sanno più come pagare gli affitti, e la Lega Nord dopo 20 anni di fallimenti politici e finanziari, sapete che fa? Investimenti finanziari all’estero per milioni di euro, tutto in pochissimi giorni, tra valuta norvegese, fondo “Krispa Enterprise ltd” di base a Larnaca, nell’isola di Cipro, e fetta più grossa riservata ad un fondo della Tanzania, Africa.
Otto milioni di euro in tutto, soldi nostri, di “Roma ladrona”, giunti nelle casse del Carroccio via rimborso elettorale. A gestire questa intricata serie di investimenti l’ex Sottosegretario Belsito personaggio ambiguo, discusso, fedelissimo di Bossi e tesoriere del partito, in un’operazione che tirerebbe in mezzo anche “il consulente finanziario Stefano Bonet, coinvolto in un rocambolesco fallimento societario nel 2010 e in affari con l’ex ministro “meteora” Aldo Brancher”.
E meno male che i leghisti erano quelli “radicati sul territorio”, vicini agli imprenditori del Nord, attenti all’economia reale, quelli che sbraitavano “i nostri soldi restino in Padania!”. Proprio loro, acerrimi nemici dei “banchieri”, del loro “Governo” e di quel demonio chiamato “finanza”, quelli che gli africani “fuori dalle palle”, però se c’è da fare un po’ di soldi dalle loro parti, perché no!

lunedì 2 gennaio 2012

L'Europa e la Paura

Il 2011 per l’Europa è stato l’anno della paura. Sotto il peso della crisi dei debiti sovrani dei paesi periferici dell’eurozona, il maggiore progetto messo in campo dall’Ue, ovvero l’euro, ha vacillato. E dietro all’apparente forza dell’asse franco-tedesco, sia Berlino sia Parigi sanno che non possono fare a meno dell’eurozona. Oltre ai nuovi trattati sulla disciplina fiscale, la crescita economica rimane il più grande dei problemi.
Il 2011 è stato l’anno in cui l’eurozona ha capito il significato della parola paura. L’Italia ha scoperto di essere uno degli anelli più deboli di un’Europa che ha perso una bussola che forse non aveva nemmeno. L’asse composto da Francia e Germania, che ha caratterizzato il 2011 per buona parte, rischia di spaccarsi con l’appuntamento elettorale transalpino, in cui si capirà quale direzione potrà prendere un’Europa che mai è stata così disunita. Ma non solo. Nel 2011 è stato proprio il maggiore progetto messo in campo dall’Ue, ovvero l’euro, a vacillare. A dieci anni dalla sua entrata in circolazione, la moneta unica europea ha mostrato tutte le sue debolezze strutturali. 17 Paesi, 17 economie, 17 voci: l’eurozona somiglia sempre più a un condominio dove gli inquilini continuano a discutere animatamente mentre fuori tutto cambia. Con una sola differenza. Da questo condominio, attualmente, non si può uscire.

Il 15 novembre è stata una data storica per l’Italia. Il Credit default swap (Cds), cioè il derivato che funge da assicurazione contro il fallimento, relativo ai titoli di Stato italiani ha superato quota 600 punti base. Vale a dire che un investitore, per assicurare un bond italiano con scadenza quinquennale del valore di 10 milioni di dollari, doveva spendere 600mila dollari. Un valore, quello del Cds, che testimoniava il pericolo in cui è entrata l’Italia. Un pericolo che, nonostante il cambio al vertice politico fra Silvio Berlusconi e Mario Monti, non è ancora terminato. La corsa verso una manovra economica in grado di mettere in sicurezza i conti pubblici è stata veloce, ma non basta ancora. Questo perché, se è vero che nel 2011 ci sarà un piccolo avanzo primario, resta da risolvere il maggiore dei problemi italiani: la crescita economica. Ma non solo. In questo anno abbiamo imparato cosa significano termini prima ignorati come spread, come Bund, come Btp. Eppure, il lavoro è solo all’inizio. Lo testimonia il fatto che, durante l’ultimo G20 novembrino di Cannes, Roma ha ufficialmente chiesto il monitoraggio del Fondo monetario internazionale. Negli ultimi 365 giorni, iniziati con uno spread fra Btp e Bund a quota 185 punti base e terminati sopra i 500, abbiamo imparato che l’Italia non è troppo grande per fallire, ma troppo grande per essere salvata. Come nel 1992, quando fu messa in piedi la più imponente manovra economica che la storia italiana possa ricordare, il 2011 è stato un anno di sofferenze, sia bancarie, sia economiche, sia sociali.

Se il contagio della crisi dell’eurodebito ha divorato l’Italia fra maggio e novembre, Francia e Germania non hanno vissuto momenti felici. Parigi e Berlino hanno vacillato sotto i colpi della sfiducia degli investitori, che hanno ridotto al lumicino la liquidità nel mercato interbancario europeo. Il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno dimostrato di non saper gestire, soprattutto per motivi di elettorato nei rispettivi Paesi, una crisi che poteva e doveva essere l’occasione per portare più stabilità a un’Europa unita e stabile solo sulla carta. I continui vertici europei, come l’ultimo del 9 dicembre scorso, hanno provocato più danni che benefici, complice anche un modello di gestione della comunicazione inadeguato. Dietro a un’apparente forza, sia Berlino sia Parigi sanno che non possono fare a meno dell’eurozona. Ma l’impressione data nel corso di quest’anno è stata l’esatto contrario.



C’è poi la Grecia. Il 2011 doveva essere l’anno della risoluzione della crisi ellenica, ma è stato quello della presa di coscienza che se l’Europa vacilla su Atene, non può che vacillare anche sul resto. Con il Consiglio europeo del 21 luglio scorso l’Ue ha deciso di introdurre un meccanismo di coinvolgimento dei creditori privati nel salvataggio di Atene. È nato quindi il Private sector involvement (Psi), che altro non è se non una svalutazione volontaria del valore nominale dei bond ellenici detenuti in portafoglio dalle banche, cioè un haircut. La situazione è presto degenerata in quanto gli istituti di credito, capitanati dalla lobby bancaria Institute of international finance (Iif), non potevano tollerare un haircut pesante come invece necessiterebbe la Grecia nel suo processo di ristrutturazione del debito. Quest’ultimo, circa 365 miliardi di euro secondo i dati del Fondo monetario internazionale (Fmi), se vuole scendere a livelli sostenibili deve essere tagliato. Ma le banche europee non possono più sopportare uno stress di questo genere. Non a caso l’European banking authority (Eba), cioè l’organo di vigilanza bancaria Ue, ha imposto un piano di ricapitalizzazione bancaria da 115 miliardi di euro, da completare entro la prima metà del 2012.

Infine, l’euro. Se a inizio 2011 l’ipotesi di una disgregazione dell’eurozona era solo nella mente degli economisti più radicali, ora è sulla bocca di tutti. Ma non solo. Sono diversi gli operatori finanziari che si stanno preparando in caso di euro break-up, cioè collasso dell’euro. Da un lato ci sono CLS, la maggiore clearing house del mercato valutario, e ICAP, il principale interdealer broker globale. Entrambi stanno ragionando su quali potrebbero essere gli effetti di un ritorno alle valute nazionali in Europa, sia attraverso stress test sia tramite contatti con le maggiori banche internazionali. Dall’altro lato ci sono le banche centrali e gli organi di vigilanza finanziaria. Uno dei Paesi più attivi è il Regno Unito. Alcune settimane fa il governatore della Bank of England, Mervyn King, ha dichiarato che esistono dei piani di contingenza nel caso l’euro cessasse di esistere. Lo stesso ha fatto la Financial services authority (Fsa), la Consob britannica. Parole analoghe sono state dette anche dai vertici della Swedbank, la prima banca di Svezia, che sta analizzando quali potrebbero essere gli scenari dopo un collasso dell’euro. Difficile che si arrivi a una disgregazione totale, più probabile che possa essere messo in piedi un meccanismo di uscita temporanea, dato che il Trattato di Lisbona non disciplina l’uscita dalla zona euro, ma dall’Europa.

Nel 2012 si dovrà fare in fretta. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha più volte ribadito negli ultimi due mesi di voler spingere per una riforma dei Trattati europei entro il prossimo dicembre. Tuttavia, gli ostacoli non sono pochi. Il primo, più importante di tutti gli altri, sono le elezioni francesi. Dopo la capitolazione italiana, a vacillare è stata Parigi, spinta al ribasso da un sistema bancario imbottito di titoli di Stato italiani. La spada di Damocle che pende sulla presidenza di Nicolas Sarkozy si chiama AAA. È questo infatti l’attuale rating che ha la Francia, il massimo possibile. L’impressione, come lasciato intendere da Standard & Poor’s, è che possa durare ancora per poco. Il completamento della revisione dei conti pubblici e delle prospettive future di Parigi è previsto per il primo trimestre 2012. In tempo, quindi, per la tornata elettorale transalpina. Il primo turno sarà il 22 aprile, mentre il secondo si terrà il 6 maggio e si avrà un primo riscontro di quale direzione potrà prendere l’asse europeo ribattezzato Merkozy dalla stampa internazionale.

A guardare con attenzione a ciò che succede in Europa è il mondo intero. La crescita economica rimane il più grande dei problemi. Nel corso del 2011, nonostante i continui richiami alla calma dei politici, l’Europa ha già compreso quale sarà lo spauracchio del 2012, cioè la recessione. Certo, la Banca centrale europea, che ha visto un avvicendamento fra Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, ha cambiato la sua operatività, diventando più aggressiva e pronta a reagire agli shock esogeni, ma l’impressione è che non basti ancora. Infatti la Bce e il suo mandato sono diventato uno dei macro temi del 2011. Eppure, come ha spiegato più volte Berlino, l’Eurotower non diventerà mai un prestatore di ultima istanza, come invece è la Federal Reserve statunitense. Resta il fatto che abbiamo compreso come una delle lacune dell’eurozona è che esiste un sistema monetario comune, ma non c’è un coordinamento centrale delle politiche economiche e fiscali. Nel 2012 si capirà che direzione prenderà l’Europa anche sotto questo punto di vista, dopo i tentennamenti di questi dodici mesi.

Dopo dieci anni di euro nelle tasche dei cittadini europei, la domanda è solo una: sopravviverà? I costi di un collasso dell’eurozona non sono sostenibili senza sacrifici immensi. Dopo aver provato la paura legata all’euro break-up, l’Europa deve dimostrare che l’Unione economica e monetaria non è un progetto fallito. Non sarà facile.

venerdì 23 dicembre 2011

UN NATALE DIFFICILE PER TUTTI

Con l'avvicinarsi delle festività natalizie auguro a tutti delle feste serene in famiglia e con i propri cari sperando che questo difficile natale, per il momento economico, sociale, politico ed economico di enorme dififcoltà, possa essere un punto di partenza per tutti per un 2012 diverso....la speranza è l'ultima a morire...a risentirci nel 2012...!!!!!!!!!!!!

mercoledì 14 dicembre 2011

La Casta e le indennità

La Casta non esiste, questo vi sentireste rispondere se porreste la domanda a uno dei deputati che si oppongono al taglio delle indennità? Se, invece, chiedete a un mafioso: la mafia esiste? Vi risponderà, la mafia non esiste. Un esempio estremo che, però, rende bene l’idea. Sia chiaro, non vale il principio parlamentare = mafioso. Certo qualcuno degli attuali politici ha appena una condannuccia in appello per reati mafiosi, qualcun altro vede pendere sul suo capo una richiesta d’arresto per aver messo su, qualche affare con i Casalesi, ma sono pecore nere. Si dice il marcio sia ovunque, in tutte le categorie. C’è chi nella difesa dei suoi interessi esagera. L’On. Mussolini, alla proposta di abbassare le indennità a 5000 euro, ha così reagito, attraverso le pagine del settimanale “A”: “E’ come se ci mandassero nudi per strada. Poi è ovvio che uno si ammala, prende l’influenza, si aggrava, arriva la polmonite e quindi…” Già lo stop ai vitalizi è un’istigazione al suicidio, figurarsi ora.” L’Onorevole prosegue: “Per i cittadini soffriamo ancora poco. Vogliono vederci soffrire ancora di più. Se abbassassero i nostri stipendi a 1000 euro al mese, la gente ci vorrebbe vedere prendere 5oo euro”. Morale della favola, i cittadini sono i cattivi, lei la buona. Prendiamone atto!

giovedì 1 dicembre 2011

SOLDI PER LA GUERRA E PER FINMECCANICA

Dalla Commissione Difesa della Camera dei Deputati è arrivato l’ok bipartisan alla spesa di mezzo miliardo di euro per l’acquisto di ulteriori mezzi militari da utilizzare per la cosiddetta “missione di pace” in Afghanistan.
A fare affari ancora una volta i grandi carrozzoni pubblici dell’industria bellica, in primo luogo Finmeccanica, al centro da giorni dell’inchiesta sul giro di tangenti ai partiti e uomini politici.
Mentre sono allo studio le strategie per rastrellare denaro dai cittadini per fronteggiare debito pubblico, spread, ecc… si continuano a sperperare miliardi e miliardi di euro per una guerra che costa all’incirca un miliardo all’anno, con esiti disastrosi come dichiarato dagli stessi vertici militari, e di cui non si comprende come e quando possa finire.Come è avvenuto per le spese di gestione della missione militare in Afghanistan, anche per l’acquisto di questi mezzi militari sarà necessario stornare una quota di fondi FAS per lo sviluppo per destinarli al bilancio della Difesa e rendere possibile in questo modo l’acquisto.
Buttare questa montagna di soldi per portare avanti una guerra senza senso è uno scandalo, farlo in tempo di crisi è una ignobile vergogna!

mercoledì 23 novembre 2011

GIUSTAMENTE PROCESSATI BUSH E BLAIR

Per la prima volta saranno esaminate le accuse per crimini di guerra contro due ex capi di Stato, il processo contro George W. Bush (l’ex presidente degli Stati Uniti) e Anthony L. Blair (ex Primo Ministro britannico) si terrà a Kuala Lumpur. Questa è la prima volta che le accuse per crimini di guerra contro i due ex capi di Stato saranno esaminate nel rispetto di una corretta procedura legale.
Le accuse sono state dirette contro gli accusati dalla Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur (KLWCC), a seguito delle procedure previste dalla legge. La Commissione, dopo aver ricevuto denunce da vittime della guerra in Iraq nel 2009, ha proceduto ad effettuare un’accurata e approfondita indagine per quasi due anni e, nel 2011, ha costituito accuse formali per crimini di guerra contro Bush, Blair e i loro associati.
L’invasione dell’Iraq nel 2003 e la sua occupazione hanno provocato la morte di 1,4 milioni di iracheni. Innumerevoli altri hanno sopportato torture e privazioni indicibili. Le grida di queste vittime sono finora rimaste inascoltate dalla comunità internazionale. Il diritto umano fondamentale di essere ascoltati è stato loro negato.
Come risultato, nel 2008 è stato costituito il KLWCC  per colmare questo vuoto e per agire, come iniziativa  dei popoli, per fornire un modo a tali vittime per presentare le loro lamentele e per avere la loro giornata in una corte di giustizia popolare.
La prima accusa contro George W. Bush e Anthony L. Blair per Crimini contro la Pace:
Gli imputati hanno commesso crimini contro la pace, nel senso che le persone Accusate hanno pianificato, predisposto e invaso lo stato sovrano dell’Iraq il 19 marzo 2003 in violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
La seconda accusa è di crimine di tortura e crimini di guerra, nei confronti di otto cittadini degli Stati Uniti che sono in particolare George W. Bush, Donald Rumsfeld, Dick Cheney, Alberto Gonzales, David Addington, William Haynes, Jay Bybee e John Yoo, in cui:
Le persone Accusate hanno commesso il crimine di tortura e crimini di guerra, in quanto: gli imputati hanno volontariamente partecipato alla formulazione di ordini esecutivi e direttive per escludere l’applicabilità di tutte le convenzioni e le leggi internazionali, in particolare la Convenzione contro la tortura del 1984, la Convenzione di Ginevra III, 1949, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Carta delle Nazioni Unite, in relazione alla guerra lanciata dagli Stati Uniti e altri in Afghanistan (nel 2001) e in Iraq (marzo 2003), inoltre, e/o sulla base e nel perseguimento dello stesso, le persone Accusate hanno  autorizzato o sono stati conniventi, ordinando atti di tortura e trattamenti crudeli, degradante e inumano trattamento nei confronti di vittime, in violazione del diritto internazionale, dei trattati e delle convenzioni tra cui la Convenzione contro la tortura del 1984 e le Convenzioni di Ginevra, inclusa la Convenzione di Ginevra III del 1949.
Il processo si terrà davanti al Tribunale per i crimini di guerra di Kuala Lumpur, che è costituito da eminenti personalità in possesso di qualifiche legali.
Il Tribunale giudicherà e valuterà le prove presentate, come in ogni tribunale. I giudici del tribunale devono essere convinti che le accuse sono provate oltre ogni ragionevole dubbio e fornire un giudizio motivato.
Nel caso in cui il tribunale condannasse uno qualsiasi degli imputati, l’unica sanzione è che il nome del colpevole sarà iscritta nel Registro dei Criminali di Guerra della Commissione e pubblicizzato in tutto il mondo. Il tribunale è un tribunale di coscienza e un’iniziativa dei popoli.


sabato 5 novembre 2011

L'ITALIA COMMISSARIATA

E alla fine arriva l’Europa. Al termine di un G20 vago e inconcludente come solo i vertici internazionali sanno essere, la notizia più interessante che portiamo a casa è il commissariamento del nostro Paese da parte del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea. Ma anche per arrivare a questa meta la strada non è stata priva di ostacoli. Anzi. Ieri mattina a Cannes è andato in scena un vero e proprio giallo sulla sorte che sarebbe toccata all’Italia.

Fin dalle prime ore iniziano a circolare indiscrezioni stampa e bisbigli a mezza bocca da parte di vari e oscuri funzionari europei. La cosa davvero strana – alla luce di com’è andata a finire – è che fino al primo pomeriggio diverse fonti italiane si ostinano a negare la possibilità che il governo di Roma possa essere messo sotto controllo da Bruxelles e Washington.

Gettano la spugna solo quando, dal palco ufficiale, prende la parola Josè Manuel Barroso: “La prossima settimana – spiega il presidente della Commissione europea – sarò a Roma con i rappresentanti del Fondo Monetario per una missione che ha lo scopo di monitorare l’andamento delle misure in Italia”. Ma non è finita. La vera bomba arriva quando il portoghese specifica che “‘l’Italia ha deciso di sua iniziativa di chiedere a Ue e Fmi di monitorare i suoi impegni di riforme fiscali ed economiche”. Ah sì? Lo abbiamo deciso noi? E allora perché ce lo sta annunciando un portoghese?

Tanto per farci capire che aria tira, subito dopo Barroso prende la parola Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo: “Non si tratta di un diktat – ribadisce con forza - non abbiamo messo l’Italia all’angolo. La situazione è totalmente diversa dalla Grecia”. E ancora sottolinea che l’invito è arrivato direttamente dal nostro Esecutivo, in modo del tutto volontario. Poi, finalmente, un’illuminazione: “Tutto questo è estremamente importante per la credibilità delle misure annunciate”. Già, perché è questo il nostro vero problema. Se fossimo lasciati a noi stessi, nessuno – mercati in primis – si fiderebbe di noi.

La vera bastonata arriva però a fine pomeriggio, quando Christine Lagarde (non una parlamentare del Pd o dell’Udc, ma nientedimeno che il presidente dell’Fmi) decide di parlar chiaro: ”Il problema sul tavolo, chiaramente identificato tanto dalle autorità italiane che dai loro partner – sentenzia candidamente l’economista francese - è la mancanza di credibilità delle misure che sono state annunciate”.

Se questo concetto non risultasse ancora abbastanza chiaro, è sufficiente dare un’occhiata alle dichiarazioni dispensate nel frattempo da Silvio Berlusconi. Una conferenza stampa praticamente sotto dettatura, ma come al solito il Cavaliere non rinuncia a metterci un pizzico del suo spirito. Iniziamo dalle frasi di rito: “In questi giorni sono stato lungamente al telefono con il Presidente della Repubblica – rivela il premier – e abbiamo concordato con il Quirinale la nostra richiesta di certificazione al Fmi”. Addirittura l’istituzione di Washington ci avrebbe “offerto dei fondi”, ma noi, eroicamente, “abbiamo rifiutato”. In serata, poi, verrà seccamente smentito anche su questo.

Dopo di che inizia lo show. Di fronte alla crisi finanziaria che stritola come una tenaglia i conti italiani, il Presidente del consiglio liquida “l’avventarsi” degli investitori “sui titoli del nostro debito” come “una moda passeggera”. Rispolvera perfino un vecchio classico, quello del “cambio Lira-Euro che è stato fatto dal governo di allora a un livello che da sempre abbiamo ritenuto incongruo e penalizzante”. Si tratta di un vero cavallo di battaglia degli anni passati, che però, ormai da qualche tempo, non ricorreva più nella dialettica berlusconiana. Qualcuno doveva avergli spiegato che un cambio più forte di quello stabilito (1936,27 lire per un euro) avrebbe massacrato le nostre esportazioni. Ma ecco che questa chicca riemerge proprio oggi, a Cannes, nel 2011. Quasi che per un attimo Berlusconi abbia cercato di sentirsi di nuovo quello del 2001.

Purtroppo però non è finita. A sentire il premier, la stessa crisi in sé sarebbe una mezza invenzione: “L’Italia non la sente nel modo spasmodico che appare nella rappresentazione che ne fanno i giornali”. Poi, confondendo vita privata e Paese reale: “La vita in Italia è la vita di un Paese benestante. I consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto”. Frasi che riecheggerebbero soavi nei patii di Arcore, ma che in un summit internazionale hanno tutto un altro effetto. Frasi che spiegano meglio di un trattato le ragioni del commissariamento.