giovedì 1 dicembre 2011

SOLDI PER LA GUERRA E PER FINMECCANICA

Dalla Commissione Difesa della Camera dei Deputati è arrivato l’ok bipartisan alla spesa di mezzo miliardo di euro per l’acquisto di ulteriori mezzi militari da utilizzare per la cosiddetta “missione di pace” in Afghanistan.
A fare affari ancora una volta i grandi carrozzoni pubblici dell’industria bellica, in primo luogo Finmeccanica, al centro da giorni dell’inchiesta sul giro di tangenti ai partiti e uomini politici.
Mentre sono allo studio le strategie per rastrellare denaro dai cittadini per fronteggiare debito pubblico, spread, ecc… si continuano a sperperare miliardi e miliardi di euro per una guerra che costa all’incirca un miliardo all’anno, con esiti disastrosi come dichiarato dagli stessi vertici militari, e di cui non si comprende come e quando possa finire.Come è avvenuto per le spese di gestione della missione militare in Afghanistan, anche per l’acquisto di questi mezzi militari sarà necessario stornare una quota di fondi FAS per lo sviluppo per destinarli al bilancio della Difesa e rendere possibile in questo modo l’acquisto.
Buttare questa montagna di soldi per portare avanti una guerra senza senso è uno scandalo, farlo in tempo di crisi è una ignobile vergogna!

mercoledì 23 novembre 2011

GIUSTAMENTE PROCESSATI BUSH E BLAIR

Per la prima volta saranno esaminate le accuse per crimini di guerra contro due ex capi di Stato, il processo contro George W. Bush (l’ex presidente degli Stati Uniti) e Anthony L. Blair (ex Primo Ministro britannico) si terrà a Kuala Lumpur. Questa è la prima volta che le accuse per crimini di guerra contro i due ex capi di Stato saranno esaminate nel rispetto di una corretta procedura legale.
Le accuse sono state dirette contro gli accusati dalla Commissione per i Crimini di Guerra di Kuala Lumpur (KLWCC), a seguito delle procedure previste dalla legge. La Commissione, dopo aver ricevuto denunce da vittime della guerra in Iraq nel 2009, ha proceduto ad effettuare un’accurata e approfondita indagine per quasi due anni e, nel 2011, ha costituito accuse formali per crimini di guerra contro Bush, Blair e i loro associati.
L’invasione dell’Iraq nel 2003 e la sua occupazione hanno provocato la morte di 1,4 milioni di iracheni. Innumerevoli altri hanno sopportato torture e privazioni indicibili. Le grida di queste vittime sono finora rimaste inascoltate dalla comunità internazionale. Il diritto umano fondamentale di essere ascoltati è stato loro negato.
Come risultato, nel 2008 è stato costituito il KLWCC  per colmare questo vuoto e per agire, come iniziativa  dei popoli, per fornire un modo a tali vittime per presentare le loro lamentele e per avere la loro giornata in una corte di giustizia popolare.
La prima accusa contro George W. Bush e Anthony L. Blair per Crimini contro la Pace:
Gli imputati hanno commesso crimini contro la pace, nel senso che le persone Accusate hanno pianificato, predisposto e invaso lo stato sovrano dell’Iraq il 19 marzo 2003 in violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
La seconda accusa è di crimine di tortura e crimini di guerra, nei confronti di otto cittadini degli Stati Uniti che sono in particolare George W. Bush, Donald Rumsfeld, Dick Cheney, Alberto Gonzales, David Addington, William Haynes, Jay Bybee e John Yoo, in cui:
Le persone Accusate hanno commesso il crimine di tortura e crimini di guerra, in quanto: gli imputati hanno volontariamente partecipato alla formulazione di ordini esecutivi e direttive per escludere l’applicabilità di tutte le convenzioni e le leggi internazionali, in particolare la Convenzione contro la tortura del 1984, la Convenzione di Ginevra III, 1949, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Carta delle Nazioni Unite, in relazione alla guerra lanciata dagli Stati Uniti e altri in Afghanistan (nel 2001) e in Iraq (marzo 2003), inoltre, e/o sulla base e nel perseguimento dello stesso, le persone Accusate hanno  autorizzato o sono stati conniventi, ordinando atti di tortura e trattamenti crudeli, degradante e inumano trattamento nei confronti di vittime, in violazione del diritto internazionale, dei trattati e delle convenzioni tra cui la Convenzione contro la tortura del 1984 e le Convenzioni di Ginevra, inclusa la Convenzione di Ginevra III del 1949.
Il processo si terrà davanti al Tribunale per i crimini di guerra di Kuala Lumpur, che è costituito da eminenti personalità in possesso di qualifiche legali.
Il Tribunale giudicherà e valuterà le prove presentate, come in ogni tribunale. I giudici del tribunale devono essere convinti che le accuse sono provate oltre ogni ragionevole dubbio e fornire un giudizio motivato.
Nel caso in cui il tribunale condannasse uno qualsiasi degli imputati, l’unica sanzione è che il nome del colpevole sarà iscritta nel Registro dei Criminali di Guerra della Commissione e pubblicizzato in tutto il mondo. Il tribunale è un tribunale di coscienza e un’iniziativa dei popoli.


sabato 5 novembre 2011

L'ITALIA COMMISSARIATA

E alla fine arriva l’Europa. Al termine di un G20 vago e inconcludente come solo i vertici internazionali sanno essere, la notizia più interessante che portiamo a casa è il commissariamento del nostro Paese da parte del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea. Ma anche per arrivare a questa meta la strada non è stata priva di ostacoli. Anzi. Ieri mattina a Cannes è andato in scena un vero e proprio giallo sulla sorte che sarebbe toccata all’Italia.

Fin dalle prime ore iniziano a circolare indiscrezioni stampa e bisbigli a mezza bocca da parte di vari e oscuri funzionari europei. La cosa davvero strana – alla luce di com’è andata a finire – è che fino al primo pomeriggio diverse fonti italiane si ostinano a negare la possibilità che il governo di Roma possa essere messo sotto controllo da Bruxelles e Washington.

Gettano la spugna solo quando, dal palco ufficiale, prende la parola Josè Manuel Barroso: “La prossima settimana – spiega il presidente della Commissione europea – sarò a Roma con i rappresentanti del Fondo Monetario per una missione che ha lo scopo di monitorare l’andamento delle misure in Italia”. Ma non è finita. La vera bomba arriva quando il portoghese specifica che “‘l’Italia ha deciso di sua iniziativa di chiedere a Ue e Fmi di monitorare i suoi impegni di riforme fiscali ed economiche”. Ah sì? Lo abbiamo deciso noi? E allora perché ce lo sta annunciando un portoghese?

Tanto per farci capire che aria tira, subito dopo Barroso prende la parola Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo: “Non si tratta di un diktat – ribadisce con forza - non abbiamo messo l’Italia all’angolo. La situazione è totalmente diversa dalla Grecia”. E ancora sottolinea che l’invito è arrivato direttamente dal nostro Esecutivo, in modo del tutto volontario. Poi, finalmente, un’illuminazione: “Tutto questo è estremamente importante per la credibilità delle misure annunciate”. Già, perché è questo il nostro vero problema. Se fossimo lasciati a noi stessi, nessuno – mercati in primis – si fiderebbe di noi.

La vera bastonata arriva però a fine pomeriggio, quando Christine Lagarde (non una parlamentare del Pd o dell’Udc, ma nientedimeno che il presidente dell’Fmi) decide di parlar chiaro: ”Il problema sul tavolo, chiaramente identificato tanto dalle autorità italiane che dai loro partner – sentenzia candidamente l’economista francese - è la mancanza di credibilità delle misure che sono state annunciate”.

Se questo concetto non risultasse ancora abbastanza chiaro, è sufficiente dare un’occhiata alle dichiarazioni dispensate nel frattempo da Silvio Berlusconi. Una conferenza stampa praticamente sotto dettatura, ma come al solito il Cavaliere non rinuncia a metterci un pizzico del suo spirito. Iniziamo dalle frasi di rito: “In questi giorni sono stato lungamente al telefono con il Presidente della Repubblica – rivela il premier – e abbiamo concordato con il Quirinale la nostra richiesta di certificazione al Fmi”. Addirittura l’istituzione di Washington ci avrebbe “offerto dei fondi”, ma noi, eroicamente, “abbiamo rifiutato”. In serata, poi, verrà seccamente smentito anche su questo.

Dopo di che inizia lo show. Di fronte alla crisi finanziaria che stritola come una tenaglia i conti italiani, il Presidente del consiglio liquida “l’avventarsi” degli investitori “sui titoli del nostro debito” come “una moda passeggera”. Rispolvera perfino un vecchio classico, quello del “cambio Lira-Euro che è stato fatto dal governo di allora a un livello che da sempre abbiamo ritenuto incongruo e penalizzante”. Si tratta di un vero cavallo di battaglia degli anni passati, che però, ormai da qualche tempo, non ricorreva più nella dialettica berlusconiana. Qualcuno doveva avergli spiegato che un cambio più forte di quello stabilito (1936,27 lire per un euro) avrebbe massacrato le nostre esportazioni. Ma ecco che questa chicca riemerge proprio oggi, a Cannes, nel 2011. Quasi che per un attimo Berlusconi abbia cercato di sentirsi di nuovo quello del 2001.

Purtroppo però non è finita. A sentire il premier, la stessa crisi in sé sarebbe una mezza invenzione: “L’Italia non la sente nel modo spasmodico che appare nella rappresentazione che ne fanno i giornali”. Poi, confondendo vita privata e Paese reale: “La vita in Italia è la vita di un Paese benestante. I consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto”. Frasi che riecheggerebbero soavi nei patii di Arcore, ma che in un summit internazionale hanno tutto un altro effetto. Frasi che spiegano meglio di un trattato le ragioni del commissariamento.

martedì 25 ottobre 2011

La malmessa italia di oggi

Qualcosa ci inventeremo”, ha detto Silvio Berlusconi a proposito del rilancio dell’economia italiana. Niente male come programma. Detto questo, ecco una seria proposta per migliorare i nostri dissestati conti pubblici: il condono politico tombale. C’è chi fino a ieri faceva il baciamano al raìs di Arcore e oggi si lancia in dichiarazioni frementi di sdegno antigovernativo. Lo fa gratis, e questo non è giusto. Ma sia: essendo passati di moda i campi di rieducazione, non resta che agire sulla leva economica. Una tassa. Ebbene sì. Bassa, ovviamente, per chi in buona fede, complice l’ignoranza, il Tg4, le comparse di Forum e Minzolini,  ha creduto alla propaganda del regime. Più alta (fino al sequestro dei beni) per chi, pur avendo gli strumenti culturali per distinguere la merda dal cioccolato, ha gridato per anni “viva la merda”. Qualcuno obietterà: non è con lo stipendio dei numerosi Capezzone che si riduce il debito pubblico, ed è vero. Ma che dire di organizzazioni ricche e potenti come la Chiesa Cattolica? Per anni, pur sapendo perfettamente con chi aveva a che fare, è passata all’incasso, e ora molla al suo destino il fornitore di privilegi e “leggi etiche” ormai avviato al fallimento. Vedete che si comincia a parlare di cifre consistenti. Dovrebbe aderire al condono politico anche Rosa Marcegaglia la rude combattente antiberlusconiana di oggi. E insieme a lei gli imprenditori italiani, assistiti, coccolati, sovvenzionati, ingrassati, che oggi si travestono da strenui e un po’ ridicoli oppositori. Per non dire dei gloriosi padani, poveretti, tutti impegnati a far fuori il loro Gheddafi per mettere Maroni al suo posto. Ecco. Pagare. Senza eccessi, per carità: non vogliamo certo impedire ai giovani industriali di travestirsi da indignados come hanno fatto ieri a Capri. Ma almeno che facciano vedere la ricevuta con la scritta: “Ho aderito al condono politico tombale”. E mostrino a richiesta la ricevuta del versamento!

mercoledì 12 ottobre 2011

LA LEGGE BAVAGLIO

Dunque il ddl intercettazioni è nuovamente argomento di discussione; sarà dunque possibile rendere noto ai cittadini quello che è già pubblico – in quanto noto all’indagato stesso – «solo dopo che si sarà stabilito quali siano gli ascolti rilevanti o meno». Un concetto che ricorda tanto, troppo a dirla tutta, un’omertà stile Marlon Brando– per non dire mafiosa.
Va ricordato che la privacy degli indagati è già tutelata dalla legge, dal momento che non è consentita la pubblicazione di notizie coperte dal segreto istruttorio o investigativo. Il discorso, dunque, non è di tipo legale ma politico, se non anche morale considerato che il diritto all’informazione dovrebbe essere una pietra miliare del sistema democratico.
Non si deve certo viaggiare con la fantasia per congetturare sulle conseguenze di un sistema informativo manipolato a fini politici. Basta attingere all’archivio della memoria e tenere presente con quanto sdegno e costernazione si pensa alla propaganda dei regimi totalitari.
Con quanta ammirazione, all’inverso, si guarda al fenomeno della primavera araba, a come l’informazione libera, quella dei blog nella fattispecie, ha contribuito a fare il primo passo verso il complesso sviluppo dell’emancipazione nordafricana.
Ma, si sa, in Italia è difficile guardare al di là del proprio naso. Un apparato politico avviluppato nelle sue questioni di palazzo, faticosamente trae dalle realtà estere un’occasione di riflessione  sui miglioramenti da apportare al proprio sistema.
Oggi, non soltanto il decreto riprende vita, ma vengono apportate anche delle modifiche che ostacolano il normale flusso dell’informazione. Se si intende quest’ultima come peculiare esempio di comunicazione, allora si dovrebbe presumere la presenza di un mittente: il giornalista e un destinatario: il lettore. Il primo dovrebbe portare al secondo il suo messaggio: la notizia. Ebbene, noncuranti di questo elementare movimento da chi comunica la notizia a chi la riceve, gli autori e i sostenitori della cosiddetta legge bavaglio bloccano il “naturale” processo informativo.
Dal momento che il contenuto delle intercettazioni è documento, e non rappresenta l’orecchio
indiscreto di un estraneo che guarda attraverso il buco della serratura – ad appagare questa esigenza ci pensano i reality show – è diritto del cittadino/lettore essere a conoscenza di documenti pubblici che riguardano personaggi pubblici. Personaggi che, in ultima analisi, sono gli stessi che quel  cittadino/lettore informato e consapevole sceglie quali suoi rappresentanti nel momento in cui esercita il diritto al voto.
E mentre ai “piani alti” si continua ad azzuffarsi, intrattenersi con barzellette da osteria, sedersi sulla poltrona più comoda e  inveire l’uno contro l’altro senza uno straccio di autentica iniziativa per far fronte ad una complessa situazione economica, sociale e politica, questo decreto legge si presenta come un ulteriore ostacolo verso la risalita.
Ma fino a quando la gente, quella che legge i giornali, che va a votare e che scende in piazza con la bocca imbavagliata per ricucire l’Italia sarà disponibile a farsi prendere in giro?! Se nella penisola iberica e oltreoceano si fanno sentire gli indignados, impossibile negare che anche lo stivale ha la sua buona dose di incazzati!


sabato 1 ottobre 2011

Se facessimo come i cittadini di Parma

I cittadini di Parma si sono liberati di una giunta travolta da un’ondata di scandali, dopo l’arresto di 4 persone tra funzionari pubblici e un assessore che ha svelato un giro di corruzione e concussione. In giugno erano stati arrestati altri funzionari pubblici, ma i signori che lunedì sono finiti in carcere hanno continuato a farsi i fatti loro, manifestando non solo un incredibile sentimento di impunità, ma un totale disprezzo per i loro cittadini. S’indaga per tangenti perfino sui servizi mensa degli asili. I cittadini di Parma sono scesi in piazza, continuamente e senza mollare, manifestando la loro volontà di mandare a casa questi amministratori ritenuti – e come dar loro torto – non meritevoli di fiducia. Indignados contro indegni: hanno vinto gli indignados. Così, il rapporto giuridico tra cittadino e amministrazione è sensato: perché è chiaro che di fronte a episodi di questo genere, la fiducia del popolo viene meno e quindi il mandato degli amministratori non ha più fondamento. È un concetto che va oltre il decoro, l’etica, la trasparenza. È il senso della rappresentanza politica.

Al governo del Paese, la situazione penale dei ministri è questa: Raffaele Fitto, imputato per associazione a delinquere, corruzione e altre cosette; Altero Matteoli, imputato per favoreggiamento; Paolo Romano, imputato – fresco di fiducia – per mafia; Umberto Bossi, pregiudicato per mazzette e istigazione a delinquere; Roberto Maroni, condannato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale; poi alcuni “ex” come Aldo Brancher, Guido Bertolaso, Nicola Cosentino e il ministro a sua insaputa Claudio Scajola. Il Parlamento accorda loro fiducia, con solerte regolarità: non a caso tra Camera e Senato siedono 24 pregiudicati e circa 90 fra imputati, indagati, prescritti e condannati provvisori. Per non dire, naturalmente, di un premier imputato e indagato per reati ignobili che ci sta portando – lo scrive la stampa internazionale – nel baratro insieme a lui.

Non è la dittatura della magistratura o lo “scontro tra toghe e politica”, per usare un’infelice espressione di Napolitano. Sembra che i magistrati ovunque si girino, s’imbattano in un politico delinquente. Hanno l’obbligo d’indagare e perseguire i reati (almeno fino ora). Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ora, si fa un gran parlare della possibilità del Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere: secondo chi di diritto ne sa, ora il Colle non può liquidare governo e Parlamento. Può farsi sentire, anche pubblicamente, anche con il rigore e la durezza che l’inaudita situazione impongono.

Ma questo riguarda i poteri dello Stato. Noi, i cittadini, dove siamo? Perché non riusciamo a essere, moltiplicati alla “n”, come i cittadini di Parma? All’università ci insegnano che il concetto di Stato deriva dalla somma di territorio, popolo e sovranità. Lo Stato è nostro, perché non riusciamo a organizzare un movimento di cittadini che banalmente chiedono e ottengono un governo che governi, magari nell’interesse dei cittadini, non faccia affari e affronti la crisi finanziaria? L’alternativa non è solo questo ridicolo stallo-stagno nel quale siamo caduti: se non riusciamo a riprenderci il nostro Paese, non saremo più cittadini, ma stranieri d’Italia.

domenica 25 settembre 2011

MINZOLINI "SCODINZOLINI"


Gli editoriali di Minzolini disseminano, ogni volta, una scia d’inevitabili polemiche. Politici, giornalisti, blogger, comuni cittadini, ne attaccano i contenuti sfacciatamente di parte, combacianti perfettamente con le opinioni politiche del presidente del Consiglio.

Tutto nasce dal fatto che il principale tg del servizio pubblico si è contraddistinto, sotto la guida di Minzolini, nel produrre un pessimo modo d’interpretare e fare informazione; caratterizzato da FALSITÀ , notizie, DIFFUSE IN TUTTO IL MONDO, non date perché ritenute mediaticamente scomode al governo e ridotte a estivi GOSSIP DA OMBRELLONE, una riduzione di spazio e quindi d’attenzione alle questioni politiche, economiche e sociali in favore di fatti inutili fine a se stessi – come “LE SCIMMIE ORFANE DEL KENYA, aquile reali, cappellini e cavalli inglesi ad Ascot, cappelli senza cavalli a Milano, il ritorno in classifica di Raffaella Carrà”, ecc – spacciati, al contrario, per vere e proprie notizie d’importanza nazionale da dover esser comunicate all’opinione pubblica.

Operazioni di controllo dell’informazione che tre giornalisti del comitato di redazione del telegiornale hanno condensato e raccolto in un DOSSIER intitolato Il tg1 secondo Minzolini, utile a capire che oltre a porsi contro la correttezza richiesta ne LA CARTA DEI DOVERI DEL GIORNALISTA esse sono la causa di numerosi problemi che hanno investito il tg1 in questi anni di linea “minzoliniana”: una FORTE PERDITA DI ASCOLTI, DIFFIDE e MULTE  per il continuo squilibrio di minuti concesso al governo e a Silvio Berlusconi.

L’esasperazione verso questo tipo di giornalismo, asservito (e in difesa) al potente di turno, ha inasprito le critiche rivoltegli, tanto da far pretendere, in svariate di esse, che Minzolini smetta di fare editoriali, poiché – sostengono – un direttore di un telegiornale, tanto più del servizio pubblico, per rimanere imparziale non dovrebbe esprimere un proprio punto di vista riguardo realtà politiche/economiche nazionali ed internazionali.

L’errore di tali richieste d’imparzialità sta nel considerare fonte di paragone come Minzolini si pone nel ruolo da direttore del tg1. I suoi editoriali, difatti, non sono analisi critiche basate su letture di accadimenti avulse da interessi di partito o di parte. Ogni volta che Minzolini parla non cerca mai d’inserire il suo punto di vista in una lettura intellettualmente onesta del Paese, che può anche non essere condivisibile, ma che fa interrogare, poiché alternativa al proprio pensiero, avente anche ha il coraggio, eventualmente, di risultare non esatta, sbagliando per questo in prima persona e non, come ironizzava Biagi, per conto terzi.

Al contrario, l’intento del “direttorissimo” è quello di difendere il potente, avallare le sue svariate pretese di comando e controllo, attaccando i “nemici”-POLITICI , GIORNALISTI, MAGISTRATI - del suo ideale editore di riferimento (Silvio Berlusconi). Legame politico, tra l’altro, che lo stesso giornalista HA CONFERMATO, dichiarando che la sua permanenza alla direzione del tg1 è strettamente connessa alla durata del presidente del Consiglio nella guida del governo.

Insomma, gli editoriali di Minzolini, sono editoriali nella forma ma non nella sostanza, in quanto si contraddistinguono per fare della pura e semplice propaganda politica.

Proprio per questo motivo, basare il proprio giudizio su come dovrebbero essere gestiti il ruolo e i compiti di un direttore di telegiornale, avendo come termine di paragone la propaganda e non il giornalismo, può portare ad una cura ben peggiore della malattia, in quanto il passaggio dal desiderio d’imparzialità del giornalista alla pretesa di avere un tg asettico come una lista della spesa, in cui le notizie vengono semplicemente lette, senza un approfondimento e un utile e attenta analisi è qualunquisticamente sottile.

Pericolo che non possiamo permetterci, maggiormente in un periodo come questo, in cui il conformismo e il servilismo giornalistico televisivo sono più dilaganti che mai, per evitare di non riuscire più a distinguere tra informazione e mera propaganda.

Ecco perché un direttore di telegiornale, se lo ritiene necessario, è libero di poter fare tutti gli editoriali che vuole, informando, ma non può permettersi d’inscenare comizi dal pulpito della prima rete del servizio pubblico, basando la sua opinione su fatti forzati o manomettendo e manipolando circostanze della realtà politica e sociale di questo Paese per fare un favore al potente di turno.

Perché, COME SOSTENEVA, nel 1994, un ottimo giornalista d’assalto, definito lo squalo, “il mio referente è il lettore e non il politico e (…) il mio compito è quello di rappresentarlo come è senza mediazioni”.