giovedì 5 maggio 2011

UNA VITA DA PRECARIO

Per entrare nel mondo del lavoro ci sono tre strade. La prima è quella standard: cercare un posto da dipendente, sempre più raro. La seconda, mettersi in proprio creando un business e trasformandosi in imprenditori, malgrado il sistema bancario non offra facilmente credito ai giovani senza la garanzia degli indispensabili, onnipresenti genitori. La terza è inserirsi nel mercato come “freelance”, offrendo le proprie competenze a chi ne abbia bisogno e sia disposto a pagarle. Per chi sceglie, o viene costretto a scegliere, quest’ultima strada – un elenco sterminato ed eterogeneo: dagli avvocati ai commercialisti , dai consulenti ai promotori, dagli architetti ai geometri, e poi ancora psicologi, musicisti, pubblicitari, traduttori, giornalisti… – si apre un futuro di autonomia, senza l’obbligo di timbrare il cartellino o di concordare le ferie, ma soprattutto di rischio, perchè il guadagno di ogni mese dipenderà da quanto i propri servizi saranno richiesti, quanto puntuali i pagamenti, quanto fedeli i clienti.
UN FUTURO oggi caratterizzato da grande incertezza e dal pericolo che il lavoro autonomo diventi uno altro bacino di precari: come conferma la ricerca “Professionisti: a quali condizioni?”, appena svolta dall’Ires – l’Istituto ricerche economiche e sociali – su un campione di quasi 4 mila persone.
Tra gli autonomi i ricercatori dell’Ires individuano tre sottoinsiemi: quelli a rischio di precarietà, i liberi professionisti con scarse tutele e quelli affermati. Peccato che nell’ultima fascia finisca solamente il 20 per cento degli intervistati, con una spiccata quanto ovvia prevalenza di maschi over 45, lasciando il restante 80 per cento in una situazione quantomeno difficile. Si legge nella premessa, curata dal responsabile professioni della Cgil Davide Imola, che in Italia esistono quasi 9 milioni di partite Iva, di cui 6 milioni e mezzo attive. Ogni anno se ne aprono 200 mila, e secondo l’Isfol quelle false, che mascherano cioè un lavoro subordinato, sono ben 400 mila. Le partite Iva rappresentano oltre due terzi del campione: la ricerca ne è quasi una radiografia, da cui emerge che nella maggior parte dei casi si è autonomi per forza o per esplicita richiesta del datore di lavoro. I freelance per scelta sono infatti meno della metà. Lavorano più dei subordinati, quasi nove ore al giorno, sono più sotto pressione e guadagnano troppo poco: uno su quattro porta a casa meno di 10mila euro all’anno.
LE PROSPETTIVE retributive si fanno via via più cupe a seconda del settore – i professionisti della cultura e dello spettacolo sono quelli messi peggio – e la soglia dei 30 mila euro, che significa almeno 2.500 euro al mese, viene superata solo dal 17,2 per cento dei professionisti. A questo si aggiunge una disparità nella relazione con i committenti: spesso la contrattazione non esiste, e o si accettano le condizioni proposte o si resta senza lavoro.
Altro punto dolente, il tempo incredibilmente lungo che si impiega per cominciare: si arriva alla professione a 28 anni e mezzo, dopo ben quattro anni di gavetta costellati di “fasi di studio, disoccupazione, praticantato, tirocini e stage”. E prima di riuscire a ottenere un compenso si lavora gratis in media quasi un anno: la gerontocrazia comincia proprio qui, quando centinaia di migliaia di giovani lavorano senza potersi però rendere indipendenti e autonomi.
Insomma in Italia la terza strada è accidentata da un canale d’ingresso troppo lungo e pieno di insidie, prospettive di guadagno deprimenti, costante necessità di essere aiutati dai genitori (oltre la metà degli intervistati ammette di ricevere aiuti), preoccupazione per un futuro previdenziale dai contorni fumosi (per uno su sette non è addirittura versato alcun contributo pensionistico), e un’altissima probabilità che il “professionista autonomo” lo sia per scelta di qualcun altro e non sua.
C’è dunque urgenza di un’azione forte non soltanto rispetto alla definizione di standard retributivi (i giornalisti sono in testa nel richiederli, e a ragione: alcune testate pagano vergognosamente meno di dieci euro per articolo) ma anche rispetto all’accesso, al welfare e alla pressione fiscale. Un’altra grande sfida che sindacati, ordini professionali e associazioni di categoria non possono più esitare a raccogliere.

giovedì 21 aprile 2011

REMIGIO CERONI E LA REPUBBLICA DEL "TELEVOTO"

Una ne fanno e cento ne pensano, l’ultima trovata è la modifica dell’art. 1 della costituzione.

Ex democristiano ha fatto una carriera fulminante prima in forza Italia e poi nel pdl della quale non si è accorto nessuno, tranne i familiari .E’ una proposta a titolo personale, ha risposto a domanda sull’origine della sua proposta.

Ovvio che una cavolata del genere gli garantirà un invito a cena appena l’azienda pdl si riunirà da qualche parte con presenti anche i deputati e non solo i ministri, ci tiene a mettersi in mostra.
Se c’è un partito che se ne frega della centralità del parlamento è il Pdl, con una maggioranza bulgara ha imposto più voti di fiducia negli ultimi tre anni che nel decennio passato.
Non possono nemmeno aprire bocca, decide tutto il caudillo ed al massimo fa ringhiare Gasparri o La Russa, gli eletti del partito della libertà servono solo a pigiare il tasto del voto quando c’è da parare il culo del capo dai suoi processi.
Vuole cambiare l’art. 1 della Costituzione che attualmente recita: “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”.
Il carneade in questione lo vuole modificare così:

“l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale”.

Intanto lo ringrazio, ha lasciato fondata sul lavoro e spero che non venga a saperlo Brunetta altrimenti lo sgrida.
Poi, bontà sua, ha lasciato: volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale.
Per un attimo ho pensato che volesse il televoto e gli sms.
Questo perchè quei cattivoni della Corte Costituzionale in combutta con Napolitano bloccano tutte le leggi che farebbero comodo al Papi-Premier.
Che gli abbia promesso un servizietto da qualcuna delle sue ragazze? E’ laureato in sociologia ed insegnante alle medie, poi dicono che i nostri ragazzi crescono ignoranti.
Pare, che quando pigia il tasto, abbia l’insegnante di sostegno.

giovedì 7 aprile 2011

IL RE "SILVIO" E' NUDO

A leggere le intercettazioni delle telefonate di Berlusconi uno si fa un’idea precisa di come non deve comportarsi un premier. Non me ne frega niente delle questioni procedurali e degli errori che hanno portato alla pubblicazione di quelle telefonate. Per quanto mi riguarda è un bene che le conversazioni private tra Berlusconi e queste "signorine" o la Minetti siano di dominio pubblico. A un presidente del Consiglio, infatti, non si può perdonare l’incoscienza poiché la sua sobrietà e la sua serenità di pensiero hanno immediato riverbero sulle sorti di un intero Paese.
E’ giusto quindi che si sappia che il piccolo duce di Arcore investe gran parte del suo tempo con ragazzotte senza né arte né parte, che parlano come coatte, fanno lo slalom tra i guai giudiziari, lo prendono per il culo chiamandolo tutte “amore”, e inevitabilmente puntano al suo portafogli. Un premier settantacinquenne ormai non può consentirsi una simile ubriacatura di giovanilismo. E’ la sua credibilità ad essere minata, senza tenere conto delle investiture sul campo che tanto scandalo hanno provocato nel mondo.
Se il nostro capo dell’esecutivo fosse una persona qualunque (magari un amico) i nostri genitori, fratelli, parenti in genere ci diffiderebbero dal frequentarlo. C’è una verità incontrovertibile che va oltre i processi, le sedute parlamentari, le trame politiche e le strategie massmediatiche:  per linguaggio, indole, etica e frequentazioni Silvio Berlusconi è un tipo impresentabile.

giovedì 24 marzo 2011

ENNESIMA LEGGE AD PERSONAM!!

La guerra e il “dolore” di Berlusconi sulla sorte dell’amico Gheddafi non distolgono il resto del governo dal guardare alla soluzione dei problemi del premier. La commissione Giustizia della Camera approva la prescrizione più corta per gli incensurati all’interno del provvedimento sul processo breve, che andrà in aula lunedì prossimo. Risultato: secondo i calcoli il processo per la corruzione giudiziaria dell’avvocato inglese David Mills, che oggi andrebbe in prescrizione nel febbraio 2012, si prescriverà, invece, il prossimo maggio.  Insomma, se il 28 marzo la Camera approverà voterà la nuova legge a Milano ci sarà il tempo per un’unica udienza.

Un bel sollievo per il premier che, dopo aver visto riconosciuto in Cassazione la responsabilità di Mills come corrotto, temeva di essere condannato quantomeno in primo grado. Ma questo non è l’unico colpo che la maggioranza sta per mettere a segno. Le grandi manovre proseguono anche sul nucleare. Domani, infatti, il Consiglio dei ministri si troverà sul tavolo un decreto legislativo bollente: il via alla localizzazione dei siti su cui costruire le future centrali nucleari italiane.

Si tratta di un provvedimento dove sono elencati una serie di siti, più di uno per Regione, dove un’apposita commissione del ministero dello Sviluppo economico ha dato il proprio parere positivo per la costruzione di nuove centrali. L’elenco, secondo la legge, dovrebbe essere discusso con le Regioni, ma si tratta comunque di un parere consultivo. Di fatto, una volta approvato, il decreto rappresenterebbe il primo passo concreto verso la costruzione di nuove centrali in Italia, ma le polemiche dei giorni scorsi e soprattutto dei sondaggi devastanti (l’89% degli italiani preferisce le energie rinnovabili e voterebbe a favore del referendum) starebbero inducendo Silvio Berlusconi ad un passo indietro, una moratoria di un anno per aprire una “riflessione” più ampia sulle scelte da fare. E prendere tempo anche per abbassare l’attenzione sul tema in vista del referendum di giugno. “Delle due l’una”, dice Antonio Di Pietro. “O il governo cancella la norma che consente la costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano o la mantiene. Ma la moratoria di un anno è un chiaro raggiro che serve a scavallare la data del referendum”, aggiunge. “Insomma, l’unico vero scopo del governo è quello di fermare il temuto verdetto dei cittadini”.

La moratoria sul nucleare, in verità, serve al governo per prendere tempo anche su un altro fronte. Un problema di politica economica e di accordo internazionali. Di mezzo ci sono sempre i francesi, con cui nelle ultime ore i rapporti si sono fatti più tesi per via delle continue prese di distanza anche dello stesso Cavaliere sulla campagna di Libia. La moratoria, in sostanza, serve anche a raffreddare (ma non a chiudere) quegli accordi siglati dall’Eni (ma non solo) per la fornitura di energia elettrica a prezzi di favore in cambio di una futura utilizzazione della tecnologia d’oltralpe nella costruzione delle centrali nucleari italiane.

Al Governo la cautela, in queste ore, sembra comunque la parola d’ordine. Soprattutto dopo che dalla commissione Affari costituzionali del Senato è arrivato un segnale politico inequivocabile su quanto il tema del nucleare sarebbe devastante per la coesione della stessa maggioranza. Ieri pomeriggio, infatti, la commissione non ha espresso il proprio parere sul decreto legislativo sulla localizzazione dei siti, come richiesto dalla commissione Industria, e la votazione finale sul parere positivo del relatore del Pdl è finita 9 a 9, dunque è stata respinta. Un voto che ha convinto il ministro Paolo Romani a dare per scontata la scelta per la moratoria in Consiglio dei ministri di domani mattina, perché i sondaggi (e il voto ballerino di alcuni parlamentari di maggioranza) spaventano molto di più di quanto avvenuto in Giappone.

Nessuna “moratoria” invece, come abbiamo visto, sul fronte della giustizia “ad personam”. I processi avanzano, le aule di tribunali reclamano la presenza di Berlusconi e si avvicina il sei aprile, quando a Milano inizierà il processo al premier per concussione e prostituzione minorile in relazione al caso Ruby. Tra escort, modelle, “bambole” di via Olgettina e varia umanità finita nelle carte, sfilerà davanti ai giudici il Presidente del Consiglio. O almeno dovrebbe. Ma nella norma sul processo breve, oggi discussa in commissione, avanza la prescrizione “ad hoc”. Per quanto rivista e corretta dalla maggioranza, ha ancora quel “trucco modesto”, come lo definiscePierluigi Mantini dell’Udc, di “un favore” al premier. La norma contiene una distinzione “irragionevole” si tratta di un piccolo, preciso, chirurgico, beneficio per “un processo del presidente del Consiglio”: riconosce dei privilegi agli incensurati, ai signori con più di 65 anni. Non solo, ma le disposizioni non si applicano ai procedimenti per cui è stata già pronunciata sentenza di primo grado. Insomma, per dirla con Di Pietro, “basta tirarla alla lunga per non farsi processare”.

Il processo Mills, che vede coinvolto Berlusconi, secondo i calcoli della maggioranza finirebbe in prescrizione. Per un calcolo semplicissimo: attualmente la massima durata è pari alla pena massima prevista per il reato e viene aumentato di un quarto per effetto delle interruzioni. Per il reato di corruzione in atti giudiziari la prescrizione è fissata in dieci anni: la pena massima è infatti di otto anni. Il relatore dell’emendamento, Maurizio Paniz, sostiene che la norma non possa essere applicata ai processi già in corso, ma Luigi Li Gotti della commissione giustizia in Senato spiega che in realtà “chi dice una cosa del genere è quanto meno un ignorante visto che la prescrizione è una norma cosiddetta sostanziale di diritto penale e non di procedura. E quindi, per regola generale codicistica, all’imputato si applica sempre, nella successione di legge nel tempo, quella più favorevole. E dato che non è credibile che si tratti di ignoranza, questa non può che essere malafede”. Solo di qualche deputato della maggioranza che agisce sicuramente a insaputa del premier. Il cinque marzo scorso Berlusconi aveva garantito: “La prescrizione breve sarà ritirata”. Oggi intanto è stata approvata in commissione.

martedì 15 marzo 2011

NUCLEARE: SEGRETI E BUGIE

Ieri sera ho scoperto il MOX. E soprattutto, che le famigerate “centrali di terza generazione”, quelle che ci dicono taanto sicure, sono spesso alimentate a MOX. Guardate cosa si dice delle centrali di terza generazione nelle riviste specializzate:
Il target in termini di sicurezza per questi reattori è di 10^8 anni/reattore senza incidenti con danneggiamento grave del nocciolo; in altri termini un reattore costruito all’epoca della scomparsa dei dinosauri in teoria avrebbe meno del 50% di probabilità di essere soggetto ad un guasto di entità tale da causare un disastro ambientale.
Insomma, una centrale a MOX avrebbe dovuto scampare metà dei disastri dal giurassico ad oggi. Invece il reattore in questione nella centrale Giapponese è durato meno di un anno dalla sua conversione.
A questo punto, credo che abbiamo un serio, serissimo problema di informazione. E quando dico serissimo, intendo dire che ne va della nostra stessa vita.
Quando accadde il disastro di Chernobyl, tutti si affrettarono a sostenere che era per via della segretezza sovietica, della dittatura comunista che teneva il popolo all’oscuro di tutto, del menefreghismo russo che non si preoccupò neppure di avvisare i vicini di casa. Se non fosse stato per gli svedesi che rilevarono le radiazioni, il mondo neppure avrebbe saputo nulla.
Beh, non mi pare che a conti fatti tutti gli altri si stiano comportando molto meglio dei bolscevichi. Il governo giapponese ci sta dimostrando molto bene come si comporterebbe qualsiasi governo al mondo in caso di incidente nucleare. Qualsiasi governo, a prescindere dal colore e dal grado di democrazia: tacere, confondere, minimizzare, sviare, lasciar trapelare col contagocce. Eppure avrebbero il dovere, sia per i propri cittadini già stremati e decimati da un terremoto e da uno tsunami di proporzioni bibliche, sia per gli abitanti del resto del pianeta, di chiarire e mostrare la situazione per ciò che è. Invece, segreti e bugie.
Nessuno vuole toccare queste maledette centrali, inclusa la stampa. E’ comprensibile che una buona parte dei giornalisti si stia dando ad una fuga precipitosa (inclusi alcuni inviati della RAI,) ma chi resta avrebbe il dovere di cercare di saperne di più. Invece non solo non trapela un bel nulla, ma non si riesce neppure a capire come diavolo siano fatte queste centrali e che differenza ci sia tra il reattore 1, il reattore 3 e gli altri reattori che stanno creando problemi in Giappone. Un graficuccio, una mappina, due disegnini?
Infine, gli “esperti”. E’ buffo come, quando si parla di nucleare, tutti invochino “gli esperti”: pare che non si abbia diritto di esprimere un’opinione senza vantare almeno una laurea in fisica o in ingegneria. Poi, si accende la TV e si ascoltano alcuni di questi scienziati parlare per omissioni, fare propaganda, tacere i problemi e esaltare le grandi innovazioni di sicurezza. Come, fino a ieri sera, le magnifiche “centrali di terza generazione” che vanno a MOX. Aggiungo che questa parola, MOX, ho dovuto cercarmela da solo perché non un esperto si è degnato neppure mai una volta di menzionarla.
A questo punto è doverosa la conclusione del cittadino qualunque. Siccome non è possibile aspettarsi che qualcuno ci dica la verità su queste centrali, siccome qualsiasi informazione sul nucleare è trattata alla stregua di propaganda di guerra sia da governi democratici che dalla stampa che da autorevoli scienziati, non possiamo che dire NO. Perché non siamo messi in grado di formarci un’opinione basata su fatti credibili.
E perché non possiamo affidare la nostra vita, ciecamente e come pecoroni, ad una manica di bugiardi.

mercoledì 2 marzo 2011

Puo' esserci un'alternativa a Berlusconi?

Istruito al verbo di Giuliano Ferrara (che prossimamente avremo la sfortuna di vedere esibirsi e somministrare sproloqui dallo spazio Tv che fu di Enzo Biagi), Berlusconi prova ora ad arginare la caduta verticale dei consensi che ne certifica il declino riproponendo con tutto il furore e la violenza verbale possibili l’antica litania anticomunista sulla quale egli ha costruito la propria quasi ventennale fortuna politica. C’è tuttavia, nella riproposizione di quello sgangherato refrain, qualcosa di grottescamente surreale che accomuna l’invettiva urlata sabato scorso dal premier dal palco dei “Cristiani progressisti” (sic!), al comizio con cui Gheddafi ha intimato ai suoi adepti di sterminare “chi non lo ama”. Farsa nel primo caso, tragedia nel secondo, ma identico, disperato esito paranoico di un delirio che abbiamo visto spesso manifestarsi nel crepuscolo – quasi sempre drammatico – dei dittatori.
Berlusconi appartiene, senza ombra di dubbio, a questa specie, purtroppo non estranea alla biografia della nazione. E, al pari di tutti i dittatori, non trascurerà mezzo alcuno per restare in sella, qualunque prezzo debba pagare il Paese. Così, sabato, abbiamo visto e udito il sultano, livido e in preda ad una compulsiva autoesaltazione, arringare la platea contro le coppie gay e giurare che – lui regnante – mai esse potranno essere assimilate ad una “normale” famiglia e che mai esse potranno sperare di avere bambini in adozione. Poi l’abbiamo visto scagliarsi contro la scuola pubblica, che “inculca” valori estranei a quelli che i gendarmi osannanti delle famiglie da Tea-party convenuti per l’occasione ritengono utili per i propri figli.
Insomma, l’uomo dalle mille imputazioni a carico (dalla corruzione alla frode fiscale, dalla concussione alla prostituzione minorile), l’inventore del bunga-bunga in salsa italiana, colui che ha stremato il Paese e messo in un cul de sac una generazione, il protagonista dello scasso costituzionale che ha devastato le istituzioni e lo stato di diritto, il complice del più forsennato attacco ai diritti del lavoro che si ricordi dal ventennio fascista, colui che ha incorporato nel suo sistema di alleanze e perfettamente rappresentato, come nessuno nell’Europa moderna, la destra più estrema, ora si erige a paladino di una trincea morale, di un’eticità ipocrita e fraudolenta.
Riuscirà a credergli ancora una volta la maggioranza di questa Italia sfibrata e in così grande parte prigioniera di un incantesimo che sembra non aver fine?
La risposta, come è evidente, non può essere consegnata ad un parlamento la cui maggioranza, prigioniera del denaro e degli appannaggi con cui è stata comprata e insediata, rimarrà avvinghiata al padrone e ligia al suo comando, qualunque esso sia e sino alla fine. Anche gli ultimi fuochi fatui che hanno attraversato il palazzo ci rendono avvertiti – se mai ce ne fosse stato il dubbio – che non è da quelle parti che è lecito aspettarsi impossibili palingenesi. E’ ora di capirlo: una volta che la cancrena abbia profondamente penetrato vasi e tessuti, può solo essere amputata. E allora, o il popolo trova in se stesso le risorse, politiche e morali, per farlo, oppure ne viene inesorabilmente contagiato e travolto.
La mia opinione è che ci troviamo esattamente a questo punto. Se il sultano, al culmine della propria infame parabola, dovesse riuscire a rivendicare come virtù ciò che gli viene imputato come vizio e indice di corruttela; se gli fosse consentito di replicare il gioco di prestigio con cui è riuscito a obnubilare la coscienza di strati sociali che nulla hanno da ottenere da lui e dalla sua corrotta camarilla; se, in sostanza, Berlusconi riuscisse proprio ora a “scavallare” la crisi, il Paese e tutti noi correremmo il rischio di un’ancora più profonda degenerazione autoritaria, non impossibile in un’Europa in piena decadenza e crisi di identità politica.
Noi stiamo scivolando – giorno dopo giorno – lungo un crinale in fondo al quale della democrazia costituzionale non vi è più neppure la più labile traccia. E non basteranno, a frenare la caduta, le comparsate televisive, la contestazione non più che mediatica di un’opposizione che si indigna, ma non ha più i denti per mordere. Diciamolo, una volta per tutte: è un errore fatale ritenere che possa essere qualche sentenza di tribunale a chiudere i conti col caudillo e illudersi che la scorciatoia giudiziaria, una qualche sanzione penale, possano surrogare ruolo e funzioni della politica.
Ci sono momenti in cui occorre rischiare, e assumersi la responsabilità di suscitare un sussulto democratico, indicare la strada di una rivolta che abbia il carattere politico e l’ampiezza sociale di una rottura. O trovi questo coraggio, o ti incarti senza via di scampo.
La questione dello sciopero generale va letta esattamente in questa prospettiva. Se tutto si risolvesse nella celebrazione di un rito stanco, officiato per scrollarsi di dosso un’imbarazzante accusa di inerzia, non servirebbe a nulla. Una data buttata più in là possibile avrebbe la forza d’urto di un convoglio parcheggiato su un binario morto. Lo sciopero di cui c’è bisogno deve essere invece l’innesco e l’espressione insieme di un generale sommovimento della società, tale da mettere in moto e unire tutte le forze, le soggettività, i movimenti che si oppongono all’imbarbarimento presente: il lavoro, la generazione precaria, le donne, i migranti, quanti si battono per la difesa dei beni comuni per sottrarli alla riduzione a merci e quanti non si rassegnano alle moderne forme di schiavitù.
Non più, dunque, l’istantanea di una protesta che monta per un giorno e poi rifluisce; non più una risposta puntiforme e slegata senza comune denominatore, ma un vero e proprio assedio al potere, che mentre mette in discussione lo stato di cose esistenti, fissa l’agenda di un’altra politica per un altro Paese.

mercoledì 23 febbraio 2011

COMPLICITA' BIPARTISAN CON GHEDDAFI

Improvvisamente si scatena la meno prevista delle rivolte nel mondo arabo, di gran lunga la più violenta: il popolo libico contro il dittatore sanguinario Gheddafi. Il mondo assiste a uno spettacolo tremendo: i dimostranti di manifestazioni politiche disarmate vengono sterminati e massacrati. Gli Stati Uniti condannano, anche se la voce della prima potenza del mondo appare troppo debole e tardiva. 
L'unione europea  ha detto che ciò che accade in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno dei Paesi membri.
Ma l’Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un trattato che la vincola al punto che – si dice all’articolo 4 – “l’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Ma il trattato che, sottolineamo, è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, (che ora si scandalizza) con l’eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd, e di due Deputati del Pd,  ha in serbo altre sorprese. Art. 20: “Le due parti si impegnano a sviluppare, nel settore della Difesa, la collaborazione tra le rispettive Forze Armate, anche attraverso lo scambio di informazioni militari e di un forte partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”. Ma anche (art. 19) “le due parti promuovono un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane”.
In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno “stretto partenariato” con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani. Frecce Tricolori si sono viste volteggiare festosamente nel cielo di Tripoli, sugli edifici di governo che, in queste ore, i cittadini libici oppressi e senza diritti hanno dato alle fiamme.
È dovere urgente dello stesso Parlamento italiano che ha ratificato quasi alla unanimità quel trattato già allora facilmente riconoscibile come vergognoso, di agire subito per sospenderlo. Chiuderò con la frase pronunciata da Berlusconi all'indomani dello scoppio dei disordini a Tripoli “Non chiedetemi di intervenire adesso. Non posso disturbare Gheddafi”. Al peggio non c'è mai fine!