Blog che si occupa di commentare fatti e avvenimenti dell'attualità politica e della società
giovedì 21 aprile 2011
REMIGIO CERONI E LA REPUBBLICA DEL "TELEVOTO"
Ovvio che una cavolata del genere gli garantirà un invito a cena appena l’azienda pdl si riunirà da qualche parte con presenti anche i deputati e non solo i ministri, ci tiene a mettersi in mostra.
Intanto lo ringrazio, ha lasciato fondata sul lavoro e spero che non venga a saperlo Brunetta altrimenti lo sgrida.
giovedì 7 aprile 2011
IL RE "SILVIO" E' NUDO
A leggere le intercettazioni delle telefonate di Berlusconi uno si fa un’idea precisa di come non deve comportarsi un premier. Non me ne frega niente delle questioni procedurali e degli errori che hanno portato alla pubblicazione di quelle telefonate. Per quanto mi riguarda è un bene che le conversazioni private tra Berlusconi e queste "signorine" o la Minetti siano di dominio pubblico. A un presidente del Consiglio, infatti, non si può perdonare l’incoscienza poiché la sua sobrietà e la sua serenità di pensiero hanno immediato riverbero sulle sorti di un intero Paese.
E’ giusto quindi che si sappia che il piccolo duce di Arcore investe gran parte del suo tempo con ragazzotte senza né arte né parte, che parlano come coatte, fanno lo slalom tra i guai giudiziari, lo prendono per il culo chiamandolo tutte “amore”, e inevitabilmente puntano al suo portafogli. Un premier settantacinquenne ormai non può consentirsi una simile ubriacatura di giovanilismo. E’ la sua credibilità ad essere minata, senza tenere conto delle investiture sul campo che tanto scandalo hanno provocato nel mondo.
Se il nostro capo dell’esecutivo fosse una persona qualunque (magari un amico) i nostri genitori, fratelli, parenti in genere ci diffiderebbero dal frequentarlo. C’è una verità incontrovertibile che va oltre i processi, le sedute parlamentari, le trame politiche e le strategie massmediatiche: per linguaggio, indole, etica e frequentazioni Silvio Berlusconi è un tipo impresentabile.
E’ giusto quindi che si sappia che il piccolo duce di Arcore investe gran parte del suo tempo con ragazzotte senza né arte né parte, che parlano come coatte, fanno lo slalom tra i guai giudiziari, lo prendono per il culo chiamandolo tutte “amore”, e inevitabilmente puntano al suo portafogli. Un premier settantacinquenne ormai non può consentirsi una simile ubriacatura di giovanilismo. E’ la sua credibilità ad essere minata, senza tenere conto delle investiture sul campo che tanto scandalo hanno provocato nel mondo.
Se il nostro capo dell’esecutivo fosse una persona qualunque (magari un amico) i nostri genitori, fratelli, parenti in genere ci diffiderebbero dal frequentarlo. C’è una verità incontrovertibile che va oltre i processi, le sedute parlamentari, le trame politiche e le strategie massmediatiche: per linguaggio, indole, etica e frequentazioni Silvio Berlusconi è un tipo impresentabile.
giovedì 24 marzo 2011
ENNESIMA LEGGE AD PERSONAM!!
La guerra e il “dolore” di Berlusconi sulla sorte dell’amico Gheddafi non distolgono il resto del governo dal guardare alla soluzione dei problemi del premier. La commissione Giustizia della Camera approva la prescrizione più corta per gli incensurati all’interno del provvedimento sul processo breve, che andrà in aula lunedì prossimo. Risultato: secondo i calcoli il processo per la corruzione giudiziaria dell’avvocato inglese David Mills, che oggi andrebbe in prescrizione nel febbraio 2012, si prescriverà, invece, il prossimo maggio. Insomma, se il 28 marzo la Camera approverà voterà la nuova legge a Milano ci sarà il tempo per un’unica udienza.
Un bel sollievo per il premier che, dopo aver visto riconosciuto in Cassazione la responsabilità di Mills come corrotto, temeva di essere condannato quantomeno in primo grado. Ma questo non è l’unico colpo che la maggioranza sta per mettere a segno. Le grandi manovre proseguono anche sul nucleare. Domani, infatti, il Consiglio dei ministri si troverà sul tavolo un decreto legislativo bollente: il via alla localizzazione dei siti su cui costruire le future centrali nucleari italiane.
Si tratta di un provvedimento dove sono elencati una serie di siti, più di uno per Regione, dove un’apposita commissione del ministero dello Sviluppo economico ha dato il proprio parere positivo per la costruzione di nuove centrali. L’elenco, secondo la legge, dovrebbe essere discusso con le Regioni, ma si tratta comunque di un parere consultivo. Di fatto, una volta approvato, il decreto rappresenterebbe il primo passo concreto verso la costruzione di nuove centrali in Italia, ma le polemiche dei giorni scorsi e soprattutto dei sondaggi devastanti (l’89% degli italiani preferisce le energie rinnovabili e voterebbe a favore del referendum) starebbero inducendo Silvio Berlusconi ad un passo indietro, una moratoria di un anno per aprire una “riflessione” più ampia sulle scelte da fare. E prendere tempo anche per abbassare l’attenzione sul tema in vista del referendum di giugno. “Delle due l’una”, dice Antonio Di Pietro. “O il governo cancella la norma che consente la costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano o la mantiene. Ma la moratoria di un anno è un chiaro raggiro che serve a scavallare la data del referendum”, aggiunge. “Insomma, l’unico vero scopo del governo è quello di fermare il temuto verdetto dei cittadini”.
La moratoria sul nucleare, in verità, serve al governo per prendere tempo anche su un altro fronte. Un problema di politica economica e di accordo internazionali. Di mezzo ci sono sempre i francesi, con cui nelle ultime ore i rapporti si sono fatti più tesi per via delle continue prese di distanza anche dello stesso Cavaliere sulla campagna di Libia. La moratoria, in sostanza, serve anche a raffreddare (ma non a chiudere) quegli accordi siglati dall’Eni (ma non solo) per la fornitura di energia elettrica a prezzi di favore in cambio di una futura utilizzazione della tecnologia d’oltralpe nella costruzione delle centrali nucleari italiane.
Al Governo la cautela, in queste ore, sembra comunque la parola d’ordine. Soprattutto dopo che dalla commissione Affari costituzionali del Senato è arrivato un segnale politico inequivocabile su quanto il tema del nucleare sarebbe devastante per la coesione della stessa maggioranza. Ieri pomeriggio, infatti, la commissione non ha espresso il proprio parere sul decreto legislativo sulla localizzazione dei siti, come richiesto dalla commissione Industria, e la votazione finale sul parere positivo del relatore del Pdl è finita 9 a 9, dunque è stata respinta. Un voto che ha convinto il ministro Paolo Romani a dare per scontata la scelta per la moratoria in Consiglio dei ministri di domani mattina, perché i sondaggi (e il voto ballerino di alcuni parlamentari di maggioranza) spaventano molto di più di quanto avvenuto in Giappone.
Nessuna “moratoria” invece, come abbiamo visto, sul fronte della giustizia “ad personam”. I processi avanzano, le aule di tribunali reclamano la presenza di Berlusconi e si avvicina il sei aprile, quando a Milano inizierà il processo al premier per concussione e prostituzione minorile in relazione al caso Ruby. Tra escort, modelle, “bambole” di via Olgettina e varia umanità finita nelle carte, sfilerà davanti ai giudici il Presidente del Consiglio. O almeno dovrebbe. Ma nella norma sul processo breve, oggi discussa in commissione, avanza la prescrizione “ad hoc”. Per quanto rivista e corretta dalla maggioranza, ha ancora quel “trucco modesto”, come lo definiscePierluigi Mantini dell’Udc, di “un favore” al premier. La norma contiene una distinzione “irragionevole” si tratta di un piccolo, preciso, chirurgico, beneficio per “un processo del presidente del Consiglio”: riconosce dei privilegi agli incensurati, ai signori con più di 65 anni. Non solo, ma le disposizioni non si applicano ai procedimenti per cui è stata già pronunciata sentenza di primo grado. Insomma, per dirla con Di Pietro, “basta tirarla alla lunga per non farsi processare”.
Il processo Mills, che vede coinvolto Berlusconi, secondo i calcoli della maggioranza finirebbe in prescrizione. Per un calcolo semplicissimo: attualmente la massima durata è pari alla pena massima prevista per il reato e viene aumentato di un quarto per effetto delle interruzioni. Per il reato di corruzione in atti giudiziari la prescrizione è fissata in dieci anni: la pena massima è infatti di otto anni. Il relatore dell’emendamento, Maurizio Paniz, sostiene che la norma non possa essere applicata ai processi già in corso, ma Luigi Li Gotti della commissione giustizia in Senato spiega che in realtà “chi dice una cosa del genere è quanto meno un ignorante visto che la prescrizione è una norma cosiddetta sostanziale di diritto penale e non di procedura. E quindi, per regola generale codicistica, all’imputato si applica sempre, nella successione di legge nel tempo, quella più favorevole. E dato che non è credibile che si tratti di ignoranza, questa non può che essere malafede”. Solo di qualche deputato della maggioranza che agisce sicuramente a insaputa del premier. Il cinque marzo scorso Berlusconi aveva garantito: “La prescrizione breve sarà ritirata”. Oggi intanto è stata approvata in commissione.
martedì 15 marzo 2011
NUCLEARE: SEGRETI E BUGIE
Ieri sera ho scoperto il MOX. E soprattutto, che le famigerate “centrali di terza generazione”, quelle che ci dicono taanto sicure, sono spesso alimentate a MOX. Guardate cosa si dice delle centrali di terza generazione nelle riviste specializzate:
Il target in termini di sicurezza per questi reattori è di 10^8 anni/reattore senza incidenti con danneggiamento grave del nocciolo; in altri termini un reattore costruito all’epoca della scomparsa dei dinosauri in teoria avrebbe meno del 50% di probabilità di essere soggetto ad un guasto di entità tale da causare un disastro ambientale.
Insomma, una centrale a MOX avrebbe dovuto scampare metà dei disastri dal giurassico ad oggi. Invece il reattore in questione nella centrale Giapponese è durato meno di un anno dalla sua conversione.
A questo punto, credo che abbiamo un serio, serissimo problema di informazione. E quando dico serissimo, intendo dire che ne va della nostra stessa vita.
Quando accadde il disastro di Chernobyl, tutti si affrettarono a sostenere che era per via della segretezza sovietica, della dittatura comunista che teneva il popolo all’oscuro di tutto, del menefreghismo russo che non si preoccupò neppure di avvisare i vicini di casa. Se non fosse stato per gli svedesi che rilevarono le radiazioni, il mondo neppure avrebbe saputo nulla.
Quando accadde il disastro di Chernobyl, tutti si affrettarono a sostenere che era per via della segretezza sovietica, della dittatura comunista che teneva il popolo all’oscuro di tutto, del menefreghismo russo che non si preoccupò neppure di avvisare i vicini di casa. Se non fosse stato per gli svedesi che rilevarono le radiazioni, il mondo neppure avrebbe saputo nulla.
Beh, non mi pare che a conti fatti tutti gli altri si stiano comportando molto meglio dei bolscevichi. Il governo giapponese ci sta dimostrando molto bene come si comporterebbe qualsiasi governo al mondo in caso di incidente nucleare. Qualsiasi governo, a prescindere dal colore e dal grado di democrazia: tacere, confondere, minimizzare, sviare, lasciar trapelare col contagocce. Eppure avrebbero il dovere, sia per i propri cittadini già stremati e decimati da un terremoto e da uno tsunami di proporzioni bibliche, sia per gli abitanti del resto del pianeta, di chiarire e mostrare la situazione per ciò che è. Invece, segreti e bugie.
Nessuno vuole toccare queste maledette centrali, inclusa la stampa. E’ comprensibile che una buona parte dei giornalisti si stia dando ad una fuga precipitosa (inclusi alcuni inviati della RAI,) ma chi resta avrebbe il dovere di cercare di saperne di più. Invece non solo non trapela un bel nulla, ma non si riesce neppure a capire come diavolo siano fatte queste centrali e che differenza ci sia tra il reattore 1, il reattore 3 e gli altri reattori che stanno creando problemi in Giappone. Un graficuccio, una mappina, due disegnini?
Infine, gli “esperti”. E’ buffo come, quando si parla di nucleare, tutti invochino “gli esperti”: pare che non si abbia diritto di esprimere un’opinione senza vantare almeno una laurea in fisica o in ingegneria. Poi, si accende la TV e si ascoltano alcuni di questi scienziati parlare per omissioni, fare propaganda, tacere i problemi e esaltare le grandi innovazioni di sicurezza. Come, fino a ieri sera, le magnifiche “centrali di terza generazione” che vanno a MOX. Aggiungo che questa parola, MOX, ho dovuto cercarmela da solo perché non un esperto si è degnato neppure mai una volta di menzionarla.
A questo punto è doverosa la conclusione del cittadino qualunque. Siccome non è possibile aspettarsi che qualcuno ci dica la verità su queste centrali, siccome qualsiasi informazione sul nucleare è trattata alla stregua di propaganda di guerra sia da governi democratici che dalla stampa che da autorevoli scienziati, non possiamo che dire NO. Perché non siamo messi in grado di formarci un’opinione basata su fatti credibili.
E perché non possiamo affidare la nostra vita, ciecamente e come pecoroni, ad una manica di bugiardi.
mercoledì 2 marzo 2011
Puo' esserci un'alternativa a Berlusconi?
Istruito al verbo di Giuliano Ferrara (che prossimamente avremo la sfortuna di vedere esibirsi e somministrare sproloqui dallo spazio Tv che fu di Enzo Biagi), Berlusconi prova ora ad arginare la caduta verticale dei consensi che ne certifica il declino riproponendo con tutto il furore e la violenza verbale possibili l’antica litania anticomunista sulla quale egli ha costruito la propria quasi ventennale fortuna politica. C’è tuttavia, nella riproposizione di quello sgangherato refrain, qualcosa di grottescamente surreale che accomuna l’invettiva urlata sabato scorso dal premier dal palco dei “Cristiani progressisti” (sic!), al comizio con cui Gheddafi ha intimato ai suoi adepti di sterminare “chi non lo ama”. Farsa nel primo caso, tragedia nel secondo, ma identico, disperato esito paranoico di un delirio che abbiamo visto spesso manifestarsi nel crepuscolo – quasi sempre drammatico – dei dittatori.
Berlusconi appartiene, senza ombra di dubbio, a questa specie, purtroppo non estranea alla biografia della nazione. E, al pari di tutti i dittatori, non trascurerà mezzo alcuno per restare in sella, qualunque prezzo debba pagare il Paese. Così, sabato, abbiamo visto e udito il sultano, livido e in preda ad una compulsiva autoesaltazione, arringare la platea contro le coppie gay e giurare che – lui regnante – mai esse potranno essere assimilate ad una “normale” famiglia e che mai esse potranno sperare di avere bambini in adozione. Poi l’abbiamo visto scagliarsi contro la scuola pubblica, che “inculca” valori estranei a quelli che i gendarmi osannanti delle famiglie da Tea-party convenuti per l’occasione ritengono utili per i propri figli.
Insomma, l’uomo dalle mille imputazioni a carico (dalla corruzione alla frode fiscale, dalla concussione alla prostituzione minorile), l’inventore del bunga-bunga in salsa italiana, colui che ha stremato il Paese e messo in un cul de sac una generazione, il protagonista dello scasso costituzionale che ha devastato le istituzioni e lo stato di diritto, il complice del più forsennato attacco ai diritti del lavoro che si ricordi dal ventennio fascista, colui che ha incorporato nel suo sistema di alleanze e perfettamente rappresentato, come nessuno nell’Europa moderna, la destra più estrema, ora si erige a paladino di una trincea morale, di un’eticità ipocrita e fraudolenta.
Riuscirà a credergli ancora una volta la maggioranza di questa Italia sfibrata e in così grande parte prigioniera di un incantesimo che sembra non aver fine?
La risposta, come è evidente, non può essere consegnata ad un parlamento la cui maggioranza, prigioniera del denaro e degli appannaggi con cui è stata comprata e insediata, rimarrà avvinghiata al padrone e ligia al suo comando, qualunque esso sia e sino alla fine. Anche gli ultimi fuochi fatui che hanno attraversato il palazzo ci rendono avvertiti – se mai ce ne fosse stato il dubbio – che non è da quelle parti che è lecito aspettarsi impossibili palingenesi. E’ ora di capirlo: una volta che la cancrena abbia profondamente penetrato vasi e tessuti, può solo essere amputata. E allora, o il popolo trova in se stesso le risorse, politiche e morali, per farlo, oppure ne viene inesorabilmente contagiato e travolto.
La mia opinione è che ci troviamo esattamente a questo punto. Se il sultano, al culmine della propria infame parabola, dovesse riuscire a rivendicare come virtù ciò che gli viene imputato come vizio e indice di corruttela; se gli fosse consentito di replicare il gioco di prestigio con cui è riuscito a obnubilare la coscienza di strati sociali che nulla hanno da ottenere da lui e dalla sua corrotta camarilla; se, in sostanza, Berlusconi riuscisse proprio ora a “scavallare” la crisi, il Paese e tutti noi correremmo il rischio di un’ancora più profonda degenerazione autoritaria, non impossibile in un’Europa in piena decadenza e crisi di identità politica.
Noi stiamo scivolando – giorno dopo giorno – lungo un crinale in fondo al quale della democrazia costituzionale non vi è più neppure la più labile traccia. E non basteranno, a frenare la caduta, le comparsate televisive, la contestazione non più che mediatica di un’opposizione che si indigna, ma non ha più i denti per mordere. Diciamolo, una volta per tutte: è un errore fatale ritenere che possa essere qualche sentenza di tribunale a chiudere i conti col caudillo e illudersi che la scorciatoia giudiziaria, una qualche sanzione penale, possano surrogare ruolo e funzioni della politica.
Ci sono momenti in cui occorre rischiare, e assumersi la responsabilità di suscitare un sussulto democratico, indicare la strada di una rivolta che abbia il carattere politico e l’ampiezza sociale di una rottura. O trovi questo coraggio, o ti incarti senza via di scampo.
La questione dello sciopero generale va letta esattamente in questa prospettiva. Se tutto si risolvesse nella celebrazione di un rito stanco, officiato per scrollarsi di dosso un’imbarazzante accusa di inerzia, non servirebbe a nulla. Una data buttata più in là possibile avrebbe la forza d’urto di un convoglio parcheggiato su un binario morto. Lo sciopero di cui c’è bisogno deve essere invece l’innesco e l’espressione insieme di un generale sommovimento della società, tale da mettere in moto e unire tutte le forze, le soggettività, i movimenti che si oppongono all’imbarbarimento presente: il lavoro, la generazione precaria, le donne, i migranti, quanti si battono per la difesa dei beni comuni per sottrarli alla riduzione a merci e quanti non si rassegnano alle moderne forme di schiavitù.
Non più, dunque, l’istantanea di una protesta che monta per un giorno e poi rifluisce; non più una risposta puntiforme e slegata senza comune denominatore, ma un vero e proprio assedio al potere, che mentre mette in discussione lo stato di cose esistenti, fissa l’agenda di un’altra politica per un altro Paese.
Berlusconi appartiene, senza ombra di dubbio, a questa specie, purtroppo non estranea alla biografia della nazione. E, al pari di tutti i dittatori, non trascurerà mezzo alcuno per restare in sella, qualunque prezzo debba pagare il Paese. Così, sabato, abbiamo visto e udito il sultano, livido e in preda ad una compulsiva autoesaltazione, arringare la platea contro le coppie gay e giurare che – lui regnante – mai esse potranno essere assimilate ad una “normale” famiglia e che mai esse potranno sperare di avere bambini in adozione. Poi l’abbiamo visto scagliarsi contro la scuola pubblica, che “inculca” valori estranei a quelli che i gendarmi osannanti delle famiglie da Tea-party convenuti per l’occasione ritengono utili per i propri figli.
Insomma, l’uomo dalle mille imputazioni a carico (dalla corruzione alla frode fiscale, dalla concussione alla prostituzione minorile), l’inventore del bunga-bunga in salsa italiana, colui che ha stremato il Paese e messo in un cul de sac una generazione, il protagonista dello scasso costituzionale che ha devastato le istituzioni e lo stato di diritto, il complice del più forsennato attacco ai diritti del lavoro che si ricordi dal ventennio fascista, colui che ha incorporato nel suo sistema di alleanze e perfettamente rappresentato, come nessuno nell’Europa moderna, la destra più estrema, ora si erige a paladino di una trincea morale, di un’eticità ipocrita e fraudolenta.
Riuscirà a credergli ancora una volta la maggioranza di questa Italia sfibrata e in così grande parte prigioniera di un incantesimo che sembra non aver fine?
La risposta, come è evidente, non può essere consegnata ad un parlamento la cui maggioranza, prigioniera del denaro e degli appannaggi con cui è stata comprata e insediata, rimarrà avvinghiata al padrone e ligia al suo comando, qualunque esso sia e sino alla fine. Anche gli ultimi fuochi fatui che hanno attraversato il palazzo ci rendono avvertiti – se mai ce ne fosse stato il dubbio – che non è da quelle parti che è lecito aspettarsi impossibili palingenesi. E’ ora di capirlo: una volta che la cancrena abbia profondamente penetrato vasi e tessuti, può solo essere amputata. E allora, o il popolo trova in se stesso le risorse, politiche e morali, per farlo, oppure ne viene inesorabilmente contagiato e travolto.
La mia opinione è che ci troviamo esattamente a questo punto. Se il sultano, al culmine della propria infame parabola, dovesse riuscire a rivendicare come virtù ciò che gli viene imputato come vizio e indice di corruttela; se gli fosse consentito di replicare il gioco di prestigio con cui è riuscito a obnubilare la coscienza di strati sociali che nulla hanno da ottenere da lui e dalla sua corrotta camarilla; se, in sostanza, Berlusconi riuscisse proprio ora a “scavallare” la crisi, il Paese e tutti noi correremmo il rischio di un’ancora più profonda degenerazione autoritaria, non impossibile in un’Europa in piena decadenza e crisi di identità politica.
Noi stiamo scivolando – giorno dopo giorno – lungo un crinale in fondo al quale della democrazia costituzionale non vi è più neppure la più labile traccia. E non basteranno, a frenare la caduta, le comparsate televisive, la contestazione non più che mediatica di un’opposizione che si indigna, ma non ha più i denti per mordere. Diciamolo, una volta per tutte: è un errore fatale ritenere che possa essere qualche sentenza di tribunale a chiudere i conti col caudillo e illudersi che la scorciatoia giudiziaria, una qualche sanzione penale, possano surrogare ruolo e funzioni della politica.
Ci sono momenti in cui occorre rischiare, e assumersi la responsabilità di suscitare un sussulto democratico, indicare la strada di una rivolta che abbia il carattere politico e l’ampiezza sociale di una rottura. O trovi questo coraggio, o ti incarti senza via di scampo.
La questione dello sciopero generale va letta esattamente in questa prospettiva. Se tutto si risolvesse nella celebrazione di un rito stanco, officiato per scrollarsi di dosso un’imbarazzante accusa di inerzia, non servirebbe a nulla. Una data buttata più in là possibile avrebbe la forza d’urto di un convoglio parcheggiato su un binario morto. Lo sciopero di cui c’è bisogno deve essere invece l’innesco e l’espressione insieme di un generale sommovimento della società, tale da mettere in moto e unire tutte le forze, le soggettività, i movimenti che si oppongono all’imbarbarimento presente: il lavoro, la generazione precaria, le donne, i migranti, quanti si battono per la difesa dei beni comuni per sottrarli alla riduzione a merci e quanti non si rassegnano alle moderne forme di schiavitù.
Non più, dunque, l’istantanea di una protesta che monta per un giorno e poi rifluisce; non più una risposta puntiforme e slegata senza comune denominatore, ma un vero e proprio assedio al potere, che mentre mette in discussione lo stato di cose esistenti, fissa l’agenda di un’altra politica per un altro Paese.
mercoledì 23 febbraio 2011
COMPLICITA' BIPARTISAN CON GHEDDAFI
Improvvisamente si scatena la meno prevista delle rivolte nel mondo arabo, di gran lunga la più violenta: il popolo libico contro il dittatore sanguinario Gheddafi. Il mondo assiste a uno spettacolo tremendo: i dimostranti di manifestazioni politiche disarmate vengono sterminati e massacrati. Gli Stati Uniti condannano, anche se la voce della prima potenza del mondo appare troppo debole e tardiva.
L'unione europea ha detto che ciò che accade in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno dei Paesi membri.
Ma l’Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un trattato che la vincola al punto che – si dice all’articolo 4 – “l’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Ma il trattato che, sottolineamo, è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, (che ora si scandalizza) con l’eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd, e di due Deputati del Pd, ha in serbo altre sorprese. Art. 20: “Le due parti si impegnano a sviluppare, nel settore della Difesa, la collaborazione tra le rispettive Forze Armate, anche attraverso lo scambio di informazioni militari e di un forte partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”. Ma anche (art. 19) “le due parti promuovono un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane”.
In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno “stretto partenariato” con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani. Frecce Tricolori si sono viste volteggiare festosamente nel cielo di Tripoli, sugli edifici di governo che, in queste ore, i cittadini libici oppressi e senza diritti hanno dato alle fiamme.
È dovere urgente dello stesso Parlamento italiano che ha ratificato quasi alla unanimità quel trattato già allora facilmente riconoscibile come vergognoso, di agire subito per sospenderlo. Chiuderò con la frase pronunciata da Berlusconi all'indomani dello scoppio dei disordini a Tripoli “Non chiedetemi di intervenire adesso. Non posso disturbare Gheddafi”. Al peggio non c'è mai fine!
In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno “stretto partenariato” con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani. Frecce Tricolori si sono viste volteggiare festosamente nel cielo di Tripoli, sugli edifici di governo che, in queste ore, i cittadini libici oppressi e senza diritti hanno dato alle fiamme.
È dovere urgente dello stesso Parlamento italiano che ha ratificato quasi alla unanimità quel trattato già allora facilmente riconoscibile come vergognoso, di agire subito per sospenderlo. Chiuderò con la frase pronunciata da Berlusconi all'indomani dello scoppio dei disordini a Tripoli “Non chiedetemi di intervenire adesso. Non posso disturbare Gheddafi”. Al peggio non c'è mai fine!
mercoledì 2 febbraio 2011
I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA TRA LUCI (POCHE) ED OMBRE
Siamo vicini ormai ai centocinquant’anni dall’unità dell’Italia: dal momento in cui una nazione antica ha creato uno stato unitario che ci ha condotti prima al liberalismo, poi alla dittatura fascista e quindi a una repubblica democratica peraltro sempre in pericolo, attaccata da più parti e ancora in piedi, pur con molte ferite.
Ora un primo bilancio è necessario per andare avanti. E aprire prospettive nuove a un futuro che si annuncia difficile ma che dovrebbe almeno superare il populismo tendenzialmente autoritario che ha dominato l’Italia negli ultimi sedici anni. Se guardiamo quel che è successo nel secolo e mezzo che ci divide dalla proclamazione del regno d’Italia retto da Vittorio Emanuele II di Savoia scopriamo che alcune caratteristiche negative del paese restano ancora in piedi e appesantiscono il nostro cammino.
Penso all’assenza di un’educazione civile delle masse popolari, ai tratti di clientelismo e di egoismo personale e di gruppo che caratterizzano i comportamenti di una parte non piccola delle classi dirigenti, al divario netto tra le parti del paese, a cominciare dal Nord e dal Sud, alla presenza strabordante delle associazioni mafiose in molte regioni del Paese, per non parlare della stessa capitale, con il dominio dell’economia e della politica locale.
E ancora alla scarsa divisione costituzionale tra Stato e Chiesa; al perpetuarsi di un vizio antico definito come “connubio” tra le forze di maggioranza e di opposizione e più tardi nella seconda metà dell’Ottocento come “trasformismo” e ancora più tardi, negli anni sessanta e settanta del Novecento, ebbe tra i suoi protagonisti i leader della sinistra comunista e si chiamò allora “consociativismo”.
Ma che, nelle sue diverse incarnazioni, rappresentò sempre la tendenza al monopolio politico che era la negazione del liberalismo come di un socialismo moderno e significava sempre la confusione tra i ruoli storici del governo e dell’opposizione. E, quindi, a un Paese che dispone di una Costituzione avanzata e moderna che è scritta ma è, in una parte molto ampia, lontana dall’essere attuata; uno Stato di diritto contemplato dalle leggi della repubblica ma che non viene in questo momento, come è già avvenuto negli ultimi decenni più volte, praticato in maniera efficace dal governo e dalla maggioranza parlamentare.
Insomma a una crisi dello Stato e della società che non si riesce a superare per l’esistenza di una classe dirigente spesso non adeguata ai suoi compiti e a un’ opposizione politica divisa e solo parzialmente decisa a lottare, costituita da personalità alcune delle quali, aspirano anche loro prima di tutto alla conquista del potere e sognano un’alternativa al populismo che come abbiamo già sottolineato, dovrebbe essere tuttavia elaborata e precisata prima dell’inevitabile scontro elettorale. E questo non è ancora avvenuto. Il problema oggi non può essere soltanto quello di sostituire l’attuale governo e, al suo posto, insediarne un altro, ma piuttosto quello di indicare una prospettiva diversa sul piano del programma da attuare ma anche di costruire una classe politica di governo diversa da quella attuale, che faccia politica per perseguire l’interesse generale piuttosto che quello privato.
Se guardiamo da lontano il sessantennio liberale che ha caratterizzato i primi decenni dell’unificazione nazionale fino alla vittoria del movimento fascista e della dittatura di Mussolini, scopriamo che il regime liberale italiano ha avuto caratteristiche positive per i primi decenni per lo sviluppo e il progresso economico e civile del paese ma che successivamente sono diventate negative soprattutto, prima, durante e dopo la prima guerra mondiale, tanto da favorire la vittoria fascista
In particolare i tratti autoritari e antidemocratici, le politiche sociali, nella maggior parte dei casi chiuse alle esigenze delle masse popolari, la presenza di una monarchia che oscilla sempre tra la politica parlamentare e quella dinastica e di un Vaticano che, per paura del comunismo e del socialismo, si allea proprio ai futuri protagonisti del fascismo. E ancora i guasti e i traumi della guerra, le divisioni interne alle classi dirigenti, la difficoltà di adeguarsi alla modernità e alle esigenze dei nuovi partiti politici.
Basta pensare alle contraddizioni di alcuni degli uomini più importanti del periodo liberale: da Francesco Crispi, un siciliano che incomincia la sua azione con il partito d’azione e l’impresa garibaldina e poi diventa nazionalista e colonialista così da dover lasciare il potere per la sconfitta delle nostre truppe coloniali ad Adua. E quindi Giovanni Giolitti, ex funzionario pubblico, sostenitore di un liberalismo democratico aperto ai socialisti ma, nello stesso tempo, poco preoccupato per il divario tra Nord e Sud che si avvale spregiudicatamente dei mazzieri pugliesi per una lotta politica condita di violenza nelle terre meridionali come Gaetano Salvemini denunciò nel suo “Ministro della malavita”.
E, nella fase finale della crisi del dopoguerra, convintosi a torto della possibilità di usare i fascisti di Mussolini come “medici” della malattia dello Stato e quindi in grado di esser successivamente controllati e riportati all’opposizione. Questi elementi sono alla base della debolezza della democrazia liberale italiana e del suo cedimento precoce all’assalto fascista nei primi anni venti del Novecento. A differenza di quel che accade nella repubblica tedesca di Weimar che, soltanto un decennio più tardi, durante una terribile crisi economica europea e mondiale, si arrende all’assalto di Hitler e del suo partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi. E, soprattutto, a differenza degli altri paesi europei retti da esperimenti democratici e liberali come la Francia e la Gran Bretagna, che riescono a respingere i movimenti fascisti (o simili ad essi) negli stessi anni e mantengono le libertà fondamentali nel periodo tra le due guerre mondiali.
L’Italia fascista dura vent’anni e assai più sarebbe durata, se la seconda guerra mondiale e la sconfitta militare dell’Italia non avessero condotto alla ribellione dei gerarchi fascisti, collegati con la monarchia sabauda, con il Vaticano e gli imprenditori più attivi, che il 25 luglio1943 o poco prima abbandonano Mussolini.
Le forze più retrive della società italiana, come del suo movimento, spingono Mussolini per contrasto a collegarsi ancora con l’alleato tedesco e a fondare l’effimera Repubblica sociale italiana destinata a durare venti mesi in un’atroce guerra che attraversa e devasta il territorio italiano, segnando la morte di decine di migliaia di italiani e la deportazione non solo di novemila ebrei ma di oltre ventimila oppositori politici e perseguitati dal regime nei lager dell’Europa in guerra occupata dal Terzo Reich.
Le contraddizioni nella crisi dei protagonisti maggiori da Mussolini a Vittorio Emanuele III a Pio XII occupano questo periodo e hanno suscitato, negli anni, infinite polemiche fino agli ultimi trenta anni in cui finalmente sono usciti dagli archivi americani e inglesi, oltre che da quelli fascisti, gli elementi decisivi di interpretazione della crisi complessiva. La dittatura fascista ha prodotto una modernizzazione lenta e contraddittoria dell’Italia, ha risolto la crisi del 1929 con un’economia mista che ha salvato le imprese in difficoltà e ha addossato allo Stato le grandi perdite, concentrando nell’IRI le partecipazioni pubbliche. L’Italia, negli anni della dittatura, si è trasformata in uno Stato che vede al potere una diarchia, formata dal presidente del Consiglio, che è anche capo carismatico del movimento e del partito fascista, e da un re che conserva il potere costituito dal giuramento che i militari gli devono e dal tradizionale ossequio che gli spetta come Capo dello Stato
Grazie alla guerra e alla vittoria militare degli angloamericani nella seconda guerra mondiale, cui collaborano i partigiani sul teatro di guerra nazionale, gli italiani si liberano alla fine del fascismo e riescono a fondare una repubblica parlamentare, regolata dalla costituzione del 1 gennaio 1948. Questa è la grande novità dell’ultimo Settantennio. E non ha molto senso parlare di prima e seconda repubblica, visto che in questo periodo c’è stata e c’è tuttora, malgrado i numerosi tentativi compiuti dalla destra, una sola costituzione repubblicana a cui far riferimento. Ma settant’anni sono un periodo lungo di storia e, nei decenni che l’hanno caratterizzata, le cose sono notevolmente cambiate. I primi vent’anni hanno segnato il periodo più intenso della guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e di vicende interne che hanno visto il dominio del partito cattolico democristiano prima da solo, poi con il partito socialista come partner di governo, e la collocazione del Partito comunista italiano all’opposizione ma, con un ruolo di indubbia importanza politica ed economica, soprattutto in certe regioni del paese.
I protagonisti di questo primo periodo della repubblica si chiamano Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti e Ugo La Malfa. E, nel Vaticano, Pio XII prima e Giovanni XXIII e quindi Paolo VI successivamente. Negli anni cinquanta Amintore Fanfani, dopo la precoce caduta di De Gasperi, riorganizza il partito, cercando di farne un moderno partito di massa formato da gruppi che si contendono il potere interno con metodi vari e con la formazione di grandi correnti organizzate. I vent’anni successivi hanno visto molti tentativi di superare l’alleanza di centro-sinistra che ha fatto alcune riforme fondamentali negli anni cinquanta e sessanta senza riuscire ad eliminare del tutto gli aspetti negativi che abbiamo sottolineato all’inizio e che hanno condotto alla crisi e poi alla fine del sistema politico repubblicano nei primi anni novanta del Novecento.
Già negli anni sessanta, la crisi politica è emersa con l’esperimento del governo Tambroni e il tentativo di colpo di stato soprattutto intimidatorio del 1964 dovuto – come ormai è stato storicamente accertato – non al generale De Lorenzo ma al presidente della repubblica Antonio Segni, colpito da un ictus mentre discuteva con il ministro Saragat che non era d’accordo con lui. E è, a questo punto, dopo il fallimento di una sorta di “compromesso storico” che ha visto, in un effimero connubio, i democristiani e i comunisti cercare di affrontare i terrorismi di opposto colore peraltro legati ai servizi segreti e fronteggiare la crisi economica, si è aperta la crisi decisiva della repubblica e l’ascesa, per la seconda volta nel Novecento, di un capo carismatico, che ha conquistato, con le elezioni, il potere nel 1994 e lo ha lasciato nel 1996 e nel 2006 ma, riconquistandolo nel 2001 e nel 2008 e, soprattutto, conservando una egemonia culturale e politica già raggiunta negli anni settanta e ottanta grazie alla sconfitta non solo elettorale ma anche culturale del partito comunista.
Personaggi che sono stati protagonisti di questo secondo periodo della vita repubblicana si trovano tra uomini politici che gli italiani ricordano oggi soltanto in parte ma che hanno pesato nel nostro paese, come Aldo Moro il cattolico tra i più importanti autori del testo costituzionale, e soprattutto due uomini che dominano la crisi repubblicana, Giulio Andreotti sette volte presidente del Consiglio e infinite volte ministro della repubblica, indagato negli anni novanta e condannato per associazione mafiosa, salvato soltanto dalla prescrizione valutata fino agli anni ottanta per decisione dei giudici, e Bettino Craxi, a lungo egemone nel partito socialista e sostenitore di una mezzadria dc-psi nel governo della repubblica, che favorisce l’espandersi della pubblica corruzione e lascia il paese da latitante in circostanze avventurose, terminando la sua vita ricercato dai magistrati a Tunisi.
Così è avvenuta l’importazione nel nostro paese, attraverso la televisione commerciale e poi quella pubblica, che le è andata dietro invece di contrastarla, una visione complessiva della vita sociale che ricalca quella statunitense ma, con alcuni tratti propri dell’ideologia italiana più antica, e che mette insieme la spregiudicata ricerca del denaro e del profitto con un clericalismo a volte ottuso e un culto del clan e della famiglia primitiva che si lega, più o meno direttamente, ai metodi mafiosi come ideologia emergente, al di là degli orpelli più nuovi e moderni che vengono sbandierati dalla propaganda del populismo.
Gli ultimi sedici anni sono stati caratterizzati, con brevi intervalli, dal degrado della vita pubblica in ogni sua espressione, dall’attacco ripetuto, e a volte efficace, ai principi fondamentali della costituzione cui corrispondono articoli-base del dettato costituzionale come l’articolo 3 sull’eguaglianza dei cittadini messo in discussione dai vari “Lodi” e dai “legittimi impedimenti”; l’articolo 21 che indica regole generali per la libertà di pensiero e di espressione e ancora gli articoli 33 e 34 che riguardano la libertà di insegnamento e i diritti degli italiani di raggiungere i gradi più alti del sapere a prescindere dalla condizione sociale ed economica dell’individuo. La repubblica, insomma, è sottoposta a una revisione abbastanza radicale che si traduce con l’approvazione parlamentare come progetto di revisione costituzionale nel 2005 ma che viene rigettato nel 2006 dagli italiani che alla fine bocciano il referendum confermativo e riportano le cose alla situazione precedente.
La repubblica è ferita così in maniera piuttosto grave ma non è ancora morta. Sicché questo che stiamo vivendo nel 2011 rischia di diventare, ancora una volta, un momento decisivo per gli italiani. O saranno in grado in maggioranza, magari attraverso un’alleanza inedita tra nuove e vecchie generazioni, di rovesciare gli attuali equilibri e crearne di nuovi che vedano protagoniste le forze più sane della nazione, o il populismo lo riconquisterà ancora una volta e affosserà, in una maniera che potrebbe essere quasi definitiva, la repubblica democratica e le libertà costituzionali. Altra via non esiste e non può realizzarsi. Ed è questa contingenza che chiama a raccolta forze diverse ed eterogenee che non si richiamano tanto all’antiberlusconismo quanto ai valori della costituzione, della democrazia sociale moderna, delle libertà individuali e collettive previste (ma attualmente conculcate nella crisi italiana) nelle costituzioni più avanzate del ventesimo secolo.
Ora un primo bilancio è necessario per andare avanti. E aprire prospettive nuove a un futuro che si annuncia difficile ma che dovrebbe almeno superare il populismo tendenzialmente autoritario che ha dominato l’Italia negli ultimi sedici anni. Se guardiamo quel che è successo nel secolo e mezzo che ci divide dalla proclamazione del regno d’Italia retto da Vittorio Emanuele II di Savoia scopriamo che alcune caratteristiche negative del paese restano ancora in piedi e appesantiscono il nostro cammino.
Penso all’assenza di un’educazione civile delle masse popolari, ai tratti di clientelismo e di egoismo personale e di gruppo che caratterizzano i comportamenti di una parte non piccola delle classi dirigenti, al divario netto tra le parti del paese, a cominciare dal Nord e dal Sud, alla presenza strabordante delle associazioni mafiose in molte regioni del Paese, per non parlare della stessa capitale, con il dominio dell’economia e della politica locale.
E ancora alla scarsa divisione costituzionale tra Stato e Chiesa; al perpetuarsi di un vizio antico definito come “connubio” tra le forze di maggioranza e di opposizione e più tardi nella seconda metà dell’Ottocento come “trasformismo” e ancora più tardi, negli anni sessanta e settanta del Novecento, ebbe tra i suoi protagonisti i leader della sinistra comunista e si chiamò allora “consociativismo”.
Ma che, nelle sue diverse incarnazioni, rappresentò sempre la tendenza al monopolio politico che era la negazione del liberalismo come di un socialismo moderno e significava sempre la confusione tra i ruoli storici del governo e dell’opposizione. E, quindi, a un Paese che dispone di una Costituzione avanzata e moderna che è scritta ma è, in una parte molto ampia, lontana dall’essere attuata; uno Stato di diritto contemplato dalle leggi della repubblica ma che non viene in questo momento, come è già avvenuto negli ultimi decenni più volte, praticato in maniera efficace dal governo e dalla maggioranza parlamentare.
Insomma a una crisi dello Stato e della società che non si riesce a superare per l’esistenza di una classe dirigente spesso non adeguata ai suoi compiti e a un’ opposizione politica divisa e solo parzialmente decisa a lottare, costituita da personalità alcune delle quali, aspirano anche loro prima di tutto alla conquista del potere e sognano un’alternativa al populismo che come abbiamo già sottolineato, dovrebbe essere tuttavia elaborata e precisata prima dell’inevitabile scontro elettorale. E questo non è ancora avvenuto. Il problema oggi non può essere soltanto quello di sostituire l’attuale governo e, al suo posto, insediarne un altro, ma piuttosto quello di indicare una prospettiva diversa sul piano del programma da attuare ma anche di costruire una classe politica di governo diversa da quella attuale, che faccia politica per perseguire l’interesse generale piuttosto che quello privato.
Se guardiamo da lontano il sessantennio liberale che ha caratterizzato i primi decenni dell’unificazione nazionale fino alla vittoria del movimento fascista e della dittatura di Mussolini, scopriamo che il regime liberale italiano ha avuto caratteristiche positive per i primi decenni per lo sviluppo e il progresso economico e civile del paese ma che successivamente sono diventate negative soprattutto, prima, durante e dopo la prima guerra mondiale, tanto da favorire la vittoria fascista
In particolare i tratti autoritari e antidemocratici, le politiche sociali, nella maggior parte dei casi chiuse alle esigenze delle masse popolari, la presenza di una monarchia che oscilla sempre tra la politica parlamentare e quella dinastica e di un Vaticano che, per paura del comunismo e del socialismo, si allea proprio ai futuri protagonisti del fascismo. E ancora i guasti e i traumi della guerra, le divisioni interne alle classi dirigenti, la difficoltà di adeguarsi alla modernità e alle esigenze dei nuovi partiti politici.
Basta pensare alle contraddizioni di alcuni degli uomini più importanti del periodo liberale: da Francesco Crispi, un siciliano che incomincia la sua azione con il partito d’azione e l’impresa garibaldina e poi diventa nazionalista e colonialista così da dover lasciare il potere per la sconfitta delle nostre truppe coloniali ad Adua. E quindi Giovanni Giolitti, ex funzionario pubblico, sostenitore di un liberalismo democratico aperto ai socialisti ma, nello stesso tempo, poco preoccupato per il divario tra Nord e Sud che si avvale spregiudicatamente dei mazzieri pugliesi per una lotta politica condita di violenza nelle terre meridionali come Gaetano Salvemini denunciò nel suo “Ministro della malavita”.
E, nella fase finale della crisi del dopoguerra, convintosi a torto della possibilità di usare i fascisti di Mussolini come “medici” della malattia dello Stato e quindi in grado di esser successivamente controllati e riportati all’opposizione. Questi elementi sono alla base della debolezza della democrazia liberale italiana e del suo cedimento precoce all’assalto fascista nei primi anni venti del Novecento. A differenza di quel che accade nella repubblica tedesca di Weimar che, soltanto un decennio più tardi, durante una terribile crisi economica europea e mondiale, si arrende all’assalto di Hitler e del suo partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi. E, soprattutto, a differenza degli altri paesi europei retti da esperimenti democratici e liberali come la Francia e la Gran Bretagna, che riescono a respingere i movimenti fascisti (o simili ad essi) negli stessi anni e mantengono le libertà fondamentali nel periodo tra le due guerre mondiali.
L’Italia fascista dura vent’anni e assai più sarebbe durata, se la seconda guerra mondiale e la sconfitta militare dell’Italia non avessero condotto alla ribellione dei gerarchi fascisti, collegati con la monarchia sabauda, con il Vaticano e gli imprenditori più attivi, che il 25 luglio1943 o poco prima abbandonano Mussolini.
Le forze più retrive della società italiana, come del suo movimento, spingono Mussolini per contrasto a collegarsi ancora con l’alleato tedesco e a fondare l’effimera Repubblica sociale italiana destinata a durare venti mesi in un’atroce guerra che attraversa e devasta il territorio italiano, segnando la morte di decine di migliaia di italiani e la deportazione non solo di novemila ebrei ma di oltre ventimila oppositori politici e perseguitati dal regime nei lager dell’Europa in guerra occupata dal Terzo Reich.
Le contraddizioni nella crisi dei protagonisti maggiori da Mussolini a Vittorio Emanuele III a Pio XII occupano questo periodo e hanno suscitato, negli anni, infinite polemiche fino agli ultimi trenta anni in cui finalmente sono usciti dagli archivi americani e inglesi, oltre che da quelli fascisti, gli elementi decisivi di interpretazione della crisi complessiva. La dittatura fascista ha prodotto una modernizzazione lenta e contraddittoria dell’Italia, ha risolto la crisi del 1929 con un’economia mista che ha salvato le imprese in difficoltà e ha addossato allo Stato le grandi perdite, concentrando nell’IRI le partecipazioni pubbliche. L’Italia, negli anni della dittatura, si è trasformata in uno Stato che vede al potere una diarchia, formata dal presidente del Consiglio, che è anche capo carismatico del movimento e del partito fascista, e da un re che conserva il potere costituito dal giuramento che i militari gli devono e dal tradizionale ossequio che gli spetta come Capo dello Stato
Grazie alla guerra e alla vittoria militare degli angloamericani nella seconda guerra mondiale, cui collaborano i partigiani sul teatro di guerra nazionale, gli italiani si liberano alla fine del fascismo e riescono a fondare una repubblica parlamentare, regolata dalla costituzione del 1 gennaio 1948. Questa è la grande novità dell’ultimo Settantennio. E non ha molto senso parlare di prima e seconda repubblica, visto che in questo periodo c’è stata e c’è tuttora, malgrado i numerosi tentativi compiuti dalla destra, una sola costituzione repubblicana a cui far riferimento. Ma settant’anni sono un periodo lungo di storia e, nei decenni che l’hanno caratterizzata, le cose sono notevolmente cambiate. I primi vent’anni hanno segnato il periodo più intenso della guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e di vicende interne che hanno visto il dominio del partito cattolico democristiano prima da solo, poi con il partito socialista come partner di governo, e la collocazione del Partito comunista italiano all’opposizione ma, con un ruolo di indubbia importanza politica ed economica, soprattutto in certe regioni del paese.
I protagonisti di questo primo periodo della repubblica si chiamano Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti e Ugo La Malfa. E, nel Vaticano, Pio XII prima e Giovanni XXIII e quindi Paolo VI successivamente. Negli anni cinquanta Amintore Fanfani, dopo la precoce caduta di De Gasperi, riorganizza il partito, cercando di farne un moderno partito di massa formato da gruppi che si contendono il potere interno con metodi vari e con la formazione di grandi correnti organizzate. I vent’anni successivi hanno visto molti tentativi di superare l’alleanza di centro-sinistra che ha fatto alcune riforme fondamentali negli anni cinquanta e sessanta senza riuscire ad eliminare del tutto gli aspetti negativi che abbiamo sottolineato all’inizio e che hanno condotto alla crisi e poi alla fine del sistema politico repubblicano nei primi anni novanta del Novecento.
Già negli anni sessanta, la crisi politica è emersa con l’esperimento del governo Tambroni e il tentativo di colpo di stato soprattutto intimidatorio del 1964 dovuto – come ormai è stato storicamente accertato – non al generale De Lorenzo ma al presidente della repubblica Antonio Segni, colpito da un ictus mentre discuteva con il ministro Saragat che non era d’accordo con lui. E è, a questo punto, dopo il fallimento di una sorta di “compromesso storico” che ha visto, in un effimero connubio, i democristiani e i comunisti cercare di affrontare i terrorismi di opposto colore peraltro legati ai servizi segreti e fronteggiare la crisi economica, si è aperta la crisi decisiva della repubblica e l’ascesa, per la seconda volta nel Novecento, di un capo carismatico, che ha conquistato, con le elezioni, il potere nel 1994 e lo ha lasciato nel 1996 e nel 2006 ma, riconquistandolo nel 2001 e nel 2008 e, soprattutto, conservando una egemonia culturale e politica già raggiunta negli anni settanta e ottanta grazie alla sconfitta non solo elettorale ma anche culturale del partito comunista.
Personaggi che sono stati protagonisti di questo secondo periodo della vita repubblicana si trovano tra uomini politici che gli italiani ricordano oggi soltanto in parte ma che hanno pesato nel nostro paese, come Aldo Moro il cattolico tra i più importanti autori del testo costituzionale, e soprattutto due uomini che dominano la crisi repubblicana, Giulio Andreotti sette volte presidente del Consiglio e infinite volte ministro della repubblica, indagato negli anni novanta e condannato per associazione mafiosa, salvato soltanto dalla prescrizione valutata fino agli anni ottanta per decisione dei giudici, e Bettino Craxi, a lungo egemone nel partito socialista e sostenitore di una mezzadria dc-psi nel governo della repubblica, che favorisce l’espandersi della pubblica corruzione e lascia il paese da latitante in circostanze avventurose, terminando la sua vita ricercato dai magistrati a Tunisi.
Così è avvenuta l’importazione nel nostro paese, attraverso la televisione commerciale e poi quella pubblica, che le è andata dietro invece di contrastarla, una visione complessiva della vita sociale che ricalca quella statunitense ma, con alcuni tratti propri dell’ideologia italiana più antica, e che mette insieme la spregiudicata ricerca del denaro e del profitto con un clericalismo a volte ottuso e un culto del clan e della famiglia primitiva che si lega, più o meno direttamente, ai metodi mafiosi come ideologia emergente, al di là degli orpelli più nuovi e moderni che vengono sbandierati dalla propaganda del populismo.
Gli ultimi sedici anni sono stati caratterizzati, con brevi intervalli, dal degrado della vita pubblica in ogni sua espressione, dall’attacco ripetuto, e a volte efficace, ai principi fondamentali della costituzione cui corrispondono articoli-base del dettato costituzionale come l’articolo 3 sull’eguaglianza dei cittadini messo in discussione dai vari “Lodi” e dai “legittimi impedimenti”; l’articolo 21 che indica regole generali per la libertà di pensiero e di espressione e ancora gli articoli 33 e 34 che riguardano la libertà di insegnamento e i diritti degli italiani di raggiungere i gradi più alti del sapere a prescindere dalla condizione sociale ed economica dell’individuo. La repubblica, insomma, è sottoposta a una revisione abbastanza radicale che si traduce con l’approvazione parlamentare come progetto di revisione costituzionale nel 2005 ma che viene rigettato nel 2006 dagli italiani che alla fine bocciano il referendum confermativo e riportano le cose alla situazione precedente.
La repubblica è ferita così in maniera piuttosto grave ma non è ancora morta. Sicché questo che stiamo vivendo nel 2011 rischia di diventare, ancora una volta, un momento decisivo per gli italiani. O saranno in grado in maggioranza, magari attraverso un’alleanza inedita tra nuove e vecchie generazioni, di rovesciare gli attuali equilibri e crearne di nuovi che vedano protagoniste le forze più sane della nazione, o il populismo lo riconquisterà ancora una volta e affosserà, in una maniera che potrebbe essere quasi definitiva, la repubblica democratica e le libertà costituzionali. Altra via non esiste e non può realizzarsi. Ed è questa contingenza che chiama a raccolta forze diverse ed eterogenee che non si richiamano tanto all’antiberlusconismo quanto ai valori della costituzione, della democrazia sociale moderna, delle libertà individuali e collettive previste (ma attualmente conculcate nella crisi italiana) nelle costituzioni più avanzate del ventesimo secolo.
Iscriviti a:
Post (Atom)