lunedì 17 gennaio 2011

Che al referendum di Mirafiori abbiano prevalso i “sì” non ci sono dubbi, o quasi. Ma è lecito, da parte di chi si è schierato con Marchionne e con la FIAT, parlare di vittoria? Secondo me no.
Tuttavia, prima di addentrarmi nella trattazione dell’argomento, desidero fare chiarezza: io non ho sostenuto né la FIOM né tanto meno Marchionne; ho sostenuto i lavoratori (in primo luogo gli operai della catena di montaggio che a cinquant’anni soffrono di tendinite e dolori alla schiena), tutti, compresi quelli non sindacalizzati e quelli che non hanno neanche partecipato al referendum.
In queste settimane, a causa del pessimo clima politico e degli atteggiamenti assunti dal governo, culminati nelle dichiarazioni di Berlusconi a Berlino (“Se vince il no, la FIAT fa bene ad andarsene dall’Italia”), chiunque si sia schierato in difesa del primo articolo della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori è stato tacciato di essere “retrogrado”, “contrario al cambiamento”, “incapace di adattarsi ai mutamenti globali” e via insultando, in un crescendo di attacchi e di cattiverie.
Che nel mondo sia in atto un processo di globalizzazione che ci obbliga a fare i conti con nuove sfide, completamente diverse da quelle del passato, non deve certo venircelo a spiegare Marchionne, per quanto sia un giramondo esperto di vari continenti.
Il vero dilemma sta in come affrontare questo processo che – si mettano l’anima in pace gli scettici – è ormai inarrestabile. Vogliamo governarlo o rimanerne schiacciati? Vogliamo esserne protagonisti o diventarne schiavi?
Sono questi i punti sui quali avrei voluto che si dibattesse maggiormente nei giorni caldi della vertenza; sono queste le riflessioni che mi hanno portato a formulare un giudizio negativo sull’accordo firmato da tutti i sindacati, tranne la FIOM e i COBAS.
Come ha scritto su “Europa” l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano: “La nuova norma, imposta dalla FIAT con la minaccia di dirottare all’estero gli investimenti annunciati per Mirafiori, opera un cambiamento inaccettabile nelle regole della rappresentanza. E costituisce un errore politico rilevantissimo, destinato a ritorcersi in futuro contro la stessa azienda”.
Agli alfieri del riformismo modello Marchionne, faccio notare alcuni aspetti sui quali forse non hanno riflettuto.
Innanzitutto, un’azienda, specie se grande ed importante come la FIAT, non può essere competitiva se i suoi dipendenti non si sentono sufficientemente coinvolti nelle scelte decisionali.
Non è un concetto economico, è un semplice principio psicologico: se ciò che fai non ti appaga, non ti interessa e anzi lo fai con sofferenza e controvoglia, se non puoi farne a meno, lo fai comunque; ma non lo farai mai con lo stesso entusiasmo, la stessa applicazione e, soprattutto, ottenendo gli stessi risultati che otterresti se ti sentissi appagato dal tuo lavoro.
A chi sostiene che l’aspetto umano, nell’era della globalizzazione, non conti più nulla e vada riposto in soffitta, consiglio di leggere questa spiegazione sui limiti dell’organizzazione del lavoro nei primi decenni del Novecento.
“I problemi del taylorismo e del fordismo non si esauriscono però nella necessità di impianti dispendiosi. Taylorismo e fordismo sono stati chiamati da alcuni sociologi dell’industria sistemi a basso affidamento. Le mansioni vengono stabilite dalla direzione e adattate alle macchine. I lavoratori sono strettamente sorvegliati e dotati di scarsa autonomia d’azione. Per mantenere la disciplina e assicurare gli standard di produzione, i dipendenti vengono continuamente monitorati attraverso sistemi di sorveglianza di vario tipo. Questa costante supervisione produce però un risultato opposto a quello atteso in termini di impegno dei lavoratori, che si sentono demotivati e senza voce in capitolo circa il lavoro e il suo svolgimento. Dove vi sono molte mansioni a basso affidamento, il livello di insoddisfazione e assenteismo dei lavoratori è alto, il conflitto industriale frequente.
I sistemi ad alto affidamento sono quelli in cui i lavoratori sono lasciati abbastanza liberi di controllare l’andamento, e anche il contenuto, del lavoro, all’interno di alcune linee guida prestabilite. Nelle organizzazioni industriali queste posizioni sono concentrate di solito ai livelli direttivi. Negli ultimi decenni i sistemi ad alto affidamento sono diventati più comuni in molti contesti, trasformando il modo di concepire l’organizzazione e l’esecuzione del lavoro”.
L’autore di questa riflessione non è un pericoloso “sovversivo rosso” della FIOM, ma Anthony Giddens, uno dei padri della sociologia moderna, nonché politologo e principale ideatore della “terza via” di Tony Blair.
È opportuno sottolineare quest’aspetto affinché sia chiaro a tutti che il progressismo riformista  non può prescindere dalla tutela dei diritti dei lavoratori; e quando si parla di cambiamento, si deve guardare nella direzione di un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi sociali più deboli.
Il modello Marchionne di quattro anni fa era autenticamente progressista e aveva il pieno appoggio di tutti i riformisti. Il modello Marchionne attuale guarda indietro, al taylorismo e al fordismo, ad un contesto lavorativo improponibile nella nostra società, restaurando un sistema fallimentare e bocciato dalla storia dopo decenni di lotte sindacali e conquiste democratiche, costate un prezzo in molti casi altissimo a chi si è battuto per quegli ideali.
 A questo punto, però, si impone la conclusione più amara: perché Marchionne ha cambiato rotta? Cosa è accaduto nel frattempo? È tutta colpa della crisi economica? No, la crisi economica è un “sempreverde” che si porta su tutto, un ombrello utile per coprire qualunque politica sbagliata (sia essa industriale o economica, vero ministro Tremonti?) ma incapace di giustificarla al cospetto di un’analisi più attenta.
Il motivo per cui Marchionne si è potuto permettere questo “ricatto” è che i veri riformisti sono stati sostituiti al governo da una destra ultra-conservatrice che nulla ha a che vedere con la destra liberale di stampo europeo.
Se non ci fosse stato da piangere e da vergognarsi, veniva quasi da ridere nel vedere Berlusconi accanto alla Merkel: da una parte, un “viveur” che non perde occasione – neanche all’estero, anzi soprattutto all’estero – per occuparsi delle sue questioni personali, a cominciare dai “perfidi giudici komunisti” che lo perseguitano; dall’altra, una signora che, quando Marchionne voleva acquistare la OPEL con un’offerta viziata da pesantissimi costi sociali, gli disse “no, grazie” e lo rispedì in Italia.
Sa bene la Merkel, pur essendo una donna di destra, che non si può governare bene andando contro i propri cittadini, contro i propri dipendenti nel caso di un’azienda, contro coloro cui ti lega un destino indissolubile perché se vai a fondo tu, vanno a fondo pure loro ma se loro smettessero di produrre, tu saresti una persona finita e, trattandosi nel caso specifico della FIAT, sarebbe finito pure il tuo Paese.
Perché, che piaccia o meno a Marchionne, FIAT significa Fabbrica Italiana Automobili Torino; e senza la FIAT, Torino sarebbe come Roma senza Camera e Senato e come Milano senza Piazza Affari.
Ha, purtroppo, ragione chi definisce la scelta di Marchionne una “svolta epocale” nel sistema delle relazioni sindacali e dei rapporti industriali. È lo specchio di quest’Italia mitridatizzata, ormai abituata (o, forse, rassegnata) al continuo susseguirsi di ricatti, veleni, miasmi d’ogni tipo, per cui uno in più o uno in meno non fa più differenza.
Il fronte del “sì” canta vittoria, il governo tifoso si unisce al coro di giubilo. Tutto appare normale, come prima, meglio di prima, ma non è così.
A Mirafiori abbiamo perso tutto e tutti: ha perso la democrazia; ha perso un secolo di diritti faticosamente conseguiti in seguito a battaglie durissime; hanno perso i sindacati che hanno firmato l’accordo, perché una volta affermatosi questo modello, dovranno accettarlo ovunque, anche dove non saranno d’accordo, anche a costo di mettersi contro i propri stessi iscritti; ha perso la FIAT, perché la Germania dimostra che questi comportamenti sono assai poco accettati all’estero; ha perso l’Italia, perché  da questo momento non si può più ritenere “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

lunedì 3 gennaio 2011

LA POLITICA ESTERA DEL CUCU'

Il no del Brasile all’estradizione di Cesare Battisti, terrorista e omicida conclamato e mai pentito, è una decisione grave e profondamente sbagliata ed è l’ultimo di una serie di smacchi subiti dall’Italia sulla scena internazionale negli ultimi trenta mesi, al di là delle rodomontate del Cavaliere che – dice lui – frenò la guerra tra Russia e Georgia, contribuì al “reset” delle relazioni tra Washington e Mosca, convinse la Turchia ad accettare l’ex premier danese Anders Fogh Rasmussen a capo della Nato e via vantando. In realtà, di concreto, la politica estera italiana ha poco da esibire dal 2008 a oggi, a parte qualche bella foto di Mr B con i Grandi della Terra “rubata” nei tempi morti di qualche Vertice: il premier, questo gli va riconosciuto, è abilissimo a inserirsi nel crocchio giusto al momento dello scatto che conta, al G8 o al G20 o in qualsiasi altro consesso internazionale; così com’è recidivo nel giungere fuori tempo massimo a un Vertice, bloccato sulla soglia da una telefonata irrinunciabile (da ultimo gli accadde a metà novembre, a Lisbona, quando l’ira neppur troppo funesta di Mara Carfagna lo fece arrivare in ritardo alla riunione dei leader dell’Alleanza atlantica).
Lasciamo da parte gli imbarazzi di Wikileaks, almeno quelli “stile gossip”, perché lì Berlusconi sta in solida e larga compagnia. E tiriamo pure una croce sopra la litania di baci e abbracci a oligarchi e dittatori, dal russo Vladimir Putin al libico Muhammar Gheddafi, passando per i pre e post-sovietici – che pari sono – Aleksander Lukashenko, bielorusso, e Nursultan Nazarbayev, kazako (ma non c’è un pizzico di contraddizione a fare l’elogio democratico di quei due puri prodotti stalinisti, quando in patria si colpiscono con l’anatema ‘comunisti’ oppositori che possono al massimo vantare come esperienza di sinistra l’infanzia all’oratorio?).
Il problema non è quanto poco l’Italia conti non nel Mondo, che, in fondo, ci può anche stare: non siamo un grande Paese in termini demografici e non siamo fra i primissimi in termini di ricchezza né assoluta né pro capite; non sediamo in modo stabile nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e non abbiamo – è storia vecchia – un record immacolato, in termini di credibilità internazionale, anche se non siamo mai venuti meno finora alla lealtà atlantica ed europea. La misura della mancanza di peso dell’Italia la dà proprio l’Ue, dove pure avremmo tutti i motivi per sentir-ci grandi: le dimensioni, l’economia, l’essere nel nucleo fondatore. E, invece, nelle corse ai posti che contano dell’Unione del Trattato di Lisbona, l’Italia non ce l’ha mai fatta. Puntava alla presidenza del Parlamento europeo, che – si badi – non ha mai avuto da quando l’Assemblea è eletta a suffragio universale, cioè dal 1979, 31 anni e 13 presidenti fa, perché ce ne sono due a legislatura; ma il gruppo del Ppe, proprio quello di cui fa parte il Pdl del premier, ha preferito il polacco Jerzy Bozek al degnissimo candidato italiano Mario Mauro.
Ha poi provato, con scarsa convinzione e molta goffaggine, a ottenere per Massimo D’Alema il posto di ministro degli Esteri europeo, subendo il gioco dai socialisti, cui il posto spettava e che avevano un altro candidato. E, infine, è stata esclusa da tutti i posti che contano della nuova diplomazia europea gestita da Lady Ashton, che non ha nessun italiano nel suo ‘inner circle’ e che ha mandato ambasciatori italiani in Albania, dove non avevamo certo bisogno di contare di più di quel che già contiamo, e in Uganda, dove, comunque, non conteremo nulla. E quando, recentemente, un italiano ha ottenuto un incarico di prestigio – Giovanni Kessler è stato nominato alla guida dell’agenzia europea anti-corruzione decisione è parsa quasi rispondere alla legge del contrappasso: mettere la lotta alla corruzione in mano a un italiano, proprio nei giorni in cui la fiducia al governo, a Roma, ruotava intorno alla compravendita di una manciata di voti.
La poca credibilità dell’Italia berlusconiana nuoce ai candidati migliori. Il governatore di BankItalia Mario Draghi ha le carte in regola per ambire alla guida della Banca centrale europea, ma non è affatto sicuro di riuscire a succedere a Jean-Claude Trichet (e non solo perché la Germania vuole quel posto). E non è solo questione di poltrone: la vicenda del brevetto europeo, dove l’Italia s’è fatta sbattere dietro la lavagna della classe di europeismo, beffata persino dalla Gran Bretagna, dimostra un’imbarazzante incapacità di costruire alleanze e di cucire rapporti. La prossima volta che vede Sarkozy, o la Merkel, Mr B, invece di raccontargli barzellette o di farle cucù, provi a condividere con loro una strategia e degli obiettivi.

martedì 28 dicembre 2010

IL GENIALE SACCONI

Riporto qui di seguito un intervista al ministro del Welfare Sacconi, con il quale non sono per niente d'accordo.
Il ministro del Welfare ritiene che i ragazzi paghino il conto di cattivi maestri: "Li portano a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro". Necessario rivalutare il lavoro manuale
ROMA - Una delle cause della disoccupazione giovanile in Italia? Avere 'cattivi maestri' e 'cattivi genitori'. Lo sostiene il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, secondo cui è necessario rivalutare il "lavoro manuale, l'istruzione tecnica e professionale evitando che una scelta liceale sia fatta per sola convenzione sociale e magari non vedendo che un govane ha l'intelligenza nelle mani".
I giovani, ha detto Sacconi parlando su Radio Rai 1, "sono certamente particolarmente esposti alla disoccupazione soprattutto perché pagano il conto di cattivi maestri e qualche volta di cattivi genitori, perché distratti e cattivi maestri che li hanno condotti a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro".
Per il ministro la risposta "fondamentale" non può che essere "quella dell'investimento nelle conoscenze, nelle competenze, dalla scuola all'università, alla formazione che si deve realizzare in particolare dalla scuola al lavoro. L'orientamento delle scelte educative è un momento importantissimo. Noi cerchiamo di aiutarlo rafforzando le informazioni sul mercato del lavoro, un programma che realizziamo con le camere di commercio e che a regime ogni tre mesi su base provinciale darà informazioni sulle competenze attualmente e prospetticamente chieste dal mercato del lavoro".







mercoledì 1 dicembre 2010

IL PUPAZZO DI PUTIN

Intervistato sulle rivelazioni di Wikileaks riguardanti feste e festini,“il miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni” ha dichiarato che “non bisogna guardare alle dichiarazioni di funzionari di terzo o di quarto grado che poi alla fine riportano quello che leggono sui giornali di sinistra”.
Secondo il New York Times del 28 Novembre, Putin e “Il Miglior Presidente Del Consiglio Degli Ultimi 150 Anni”(da ora in avanti, in codice, IMPDCDU150A) formano una “alleanza intrigante” si scambiano regaloni e fanno affari tramite un “ombroso” intermediario che parla il russo.I diplomatici di via Veneto scrivono che IMPDCDU150A “appears increasingly to be the mouthpiece of Putin”.
Insomma secondo quei “funzionari di terzo e quarto grado” dell’ambasciata Usa IMPDCDU150A è più un pupazzo che un portavoce, ma che volete, questa è solo l’opinione di “funzionari di terzo e quarto grado” dell’Ambasciata Usa.
Suddetti funzionari di terzo e quarto grado non fanno feste di notte e, svegli, di giorno:
1. Leggono giornali di sinistra
2. sono imbeccati dalle gazzette comuniste
3. credono alle toghe rosse
4. complottano contro l’Italia
5. fanno crollare il prezzo dei BTP
6. fanno crollare la scuola dei gladiatori
7. danno ordine al consolato Usa di Napoli di gettare munnezza per strada
8. imbeccano il New York Times che è imbeccato da El Pais che è imbeccato da Repubblica che è imbeccata da De Benedetti
9. credono alle prostitute che non si sa da chi siano pagate
10. definiscono IMPDCDU150A come il pupazzo di un macho comunista (Putin, l’alpha dog) che ha lavorato come spia per l’Unione (non quella del Mortadella, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche).
In chiusura potrei citare Ennio Flaiano (‘la situazione è grave ma non è seria’) ma preferisco un Roberto Benigni d’annata: “stanno distruggendo l’Italia ma ci si diverte un sacco“.

lunedì 22 novembre 2010

SAVIANO NON SI ERA PROPRIO SBAGLIATO...

Secondo il Viminale, il Nord è la zona d'Italia nella quale si registra la maggiore infiltrazione mafiosa nel sistema economico, ed è la parte del Paese nella quale c'è il maggior vuoto di organico delle forze di polizia impegnate "nel controllo del territorio": mancano circa 7.000 unità fra polizia carabinieri e guardia di finanza a fronte di un deficit di 4500 unità al Centro e di 3700 al Sud. Questi dati riservati del ministero dell'Interno sono oggi una ulteriore conferma di quanto denunciato nei giorni scorsi dallo scrittore Roberto Saviano secondo il quale "non c'è nessuna strategia per contrastare il dilagare dell'imprenditoria mafiosa che investe i suoi capitali soprattutto al Nord". Ecco la mappa dell'infiltrazione mafiosa nel tessuto finanziario imprenditoriale italiano che emerge incrociando i dati dei reati di riciclaggio di denaro sporco con la carenza di organico delle forze dell'ordine dedicate all'attività di contrasto alla criminalità.
Nella classifica delle Regioni, è la Campania al primo posto per riciclaggio (850 indagini negli ultimi 5 anni). Ma è la Lombardia, seconda con 800 reati, ad avere il record negativo del maggior vuoto di organico delle forze dell'ordine. Nella Regione del ministro dell'Interno Roberto Maroni mancano infatti complessivamente 2100 addetti alla sicurezza, in particolare 900 finanzieri che sono i militari
Al terzo posto per numero di reati di riciclaggio c'è il Lazio (740) Regione che ha la maggior carenza di poliziotti e carabinieri (2000),
L'altra regione con maggior carenza di organico di agenti è il Piemonte dove ci sono stati in 5 anni 300 episodi di riciclaggio: qui mancano 1500 fra polizia e carabinieri, e 480 finanzieri. In Liguria dove nell'ultimo quinquennio il riciclaggio è stato individuato 460 volte, le "fiamme gialle" che mancano all'appello sono 320, 700 gli agenti e i militari dell'Arma. Difficile la situazione anche nel Veneto leghista dove i reati di riciclaggio negli ultimi 5 anni sono stati 220, il vuoto di organico delle forze dell'ordine ammonta a 750 poliziotti e carabinieri, e 460 finanzieri.
Con questi dati si può dire che al Nord è concentrato quasi il 50 per cento della carenza di organico delle forze di polizia dell'Italia.. L'infiltrazione mafiosa nel mondo economico si individua solo attraverso sofisticate indagini di polizia giudiziaria per fare le quali occorrono uomini e investimenti,  mentre in questi ultimi anni non ci sono stati né investimenti in mezzi e strumenti idonei al contrasto dei reati finanziari, né assunzioni di personale tali da far fronte ai gravi vuoti della pianta organica degli agenti. È grave che in Lombardia, sede della Borsa italiana, manchino 1200 fra poliziotti e carabinieri, ma soprattutto quasi mille finanzieri negli uffici operativi nei quali si perseguono, in particolare, l'evasione fiscale e il riciclaggio di denaro mafioso.
Pertanto alla luce di questi dati la denuncia di Saviano, magari non propriamente ortodossa nei metodi, è comunque veritiera e mette in rilievo un problema reale che molti non hanno mai segnalato e approfondito, alla faccia delle rassicurazioni in parte vere e in parte propagandistiche del minstro sceriffo Maroni.



venerdì 5 novembre 2010

BERLUSCONI NON MI HA DELUSO

In effetti è proprio così.
Non mi ha mai raggirato né imbrogliato.
Non è riuscito, neanche una volta e per quanto si sforzasse, a beffarmi.
Non ce la fece ai tempi delle sue prime apparizioni in TV - sto parlando dei tempi delle prime emittenti private con coperture poco più che regionali – né quando, usando tutti gli stratagemmi possibili, si travestì da politico statista.
A vista, affidandomi alla mia prima impressione, compresi che, con quella persona, non avrei potuto condividere neanche una panchina al parco pubblico.
Certo, qualcuno obietterà che non si possono fondare giudizi sulle suggestioni e questo è giusto ma, almeno per quell’occasione, l’istinto o la “suggestione” mi procurarono le informazioni più adeguate per osservare il personaggio sotto la più nitida delle luci.
Da lì in avanti, ebbi modo di ascoltare o leggere dichiarazioni o riflessioni di personalità, le quali, avendolo dovuto avvicinare per diversi motivi, lo conobbero e, inconsapevolmente, confermarono la mia precoce diffidenza ( vedi Enrico Cuccia e Indro Montanelli).
Strada facendo, al mutante Berlusconi , si addossarono altri rilievi mossi da ancora altre personalità: elencarle ora, sarebbe troppo lungo e forse, ormai, inutile.
D’altra parte, certi nomi dovrebbero esservi noti o, quantomeno, potreste ricavarli tra quelli che si son fatti sedurre dall’iniziale idea di poter racimolare qualche rimasuglio di potere avanzato nel trogolo della porcilaia a cui, in molti, ancora oggi, con ogni mezzo, tentano di avvicinarsi.
Oh, certo, molti di questi oggi sono delusi, amareggiati. Qualcuno, come Guzzanti padre, sembra addirittura essersi trasformato nel peggior inquisitore di Berlusconi : lo analizza, lo squadra e ce lo rivela nelle sue diverse sfaccettature psicologiche.
Ma, diversamente dall’opinione che in molti si affannano a diffondere sull’agire del premier, discettando sul come e sul perchè di certi atteggiamenti e dichiarazioni, credo che, ad oggi, Berlusconi Silvio, coerentemente con il suo essere, abbia dato il meglio di sé.
Sono convinto che abbia interpretato alla perfezione il ruolo che si è dato sin dalla prima ora della sua ascesa nel panorama politico italiano, ossia, la palude nella quale ristagna l’aria più mefitica d’Europa.
Dai tempi di “colpo grosso” (inventato dal suo attuale ministro dello sviluppo, Paolo Romani n.d.r) quando, con il citato programma, iniziò ad inoculare il “velinismo” nel popolo dei telespettatori meno avvertiti e, probabilmente, più repressi, il soggetto non smise mai d’ungere il video con la sua immagine plastificata, d’ammorbare e imbarazzare qualsiasi forma d’intelligenza con le insipide barzellette (mod. W.C. da IV classe elementare), di rendere risibile agli occhi di qualunque abitante civilizzato del mondo questo nostro, disgraziato e triste Paese, a lui sottomesso.
Non l’ho mai votato né sostenuto e, per dirla tutta, non l’ho neanche mai odiato. No, non mi ha deluso, anzi, si è superato rispetto a quanto mi aspettassi dalla mia personalissima e negativa, mai mutata, prima impressione.
Perciò, non riesco a trovare, da nessuna parte, in nessun contesto un qualsiasi, valido motivo per dichiararmi deluso.
Ora, però, ho un dubbio e mi chiedo: ma io, semplice, singolo e marginale cittadino-telespettatore, come ho potuto comprendere sin dal primo momento, seppure istintivamente, di quale pasta fosse fatto cotal figuro? Come mai i “soloni” (ogni accezione compresa) della politica che gli spalancarono le porte con l’inciucio apocalittico della “bicamerale” (confessato qui) non si accorsero, da subito, della personalità del soggetto? Sono davvero questi “signori” tanto sprovveduti? Oppure sono solo delle comparse al servizio di altri poteri? Di quale credibilità vorrebbero ancora ammantarsi?



venerdì 29 ottobre 2010

ANALISI DEL LAVORO

Il  parametro più importante per spiegare la qualità di vita della popolazione adulta è il lavoro. Gli studi scientifici hanno dimostrato che la variabile più importante per spiegare la longevità dei cittadini è il tipo di lavoro che fanno. Migliore è la qualità del lavoro (cioè, maggiore è la possibilità di dimostrare nel proprio posto di lavoro la creatività che l’intero essere umano possiede, maggiore è il controllo del suo ambiente lavorativo e delle sue condizioni di lavoro e maggiore la soddisfazione per il suo lavoro), maggiore sarà il numero di anni di vita di un cittadino. In realtà, il lavoro rappresenta le 24 ore della giornata, e non solo le otto ore della giornata lavorativa. E il punto più debole delle nostre società è che, per la maggior parte delle persone che lavorano, il lavoro non è, in sé, un mezzo di divertimento, creatività e soddisfazione, ma un semplice strumento per raggiungere i mezzi –soldi- affinché quell’ individuo si senta realizzato nel mondo del consumo.
La società dei consumi fa diventare il mondo lavorativo un semplice strumento per poter consumare.
Quello che la persona ha (il consumo) dipende da quello che fa (il lavoro). Quindi, la gente comune, nella grande saggezza che le dà la sua esperienza quotidiana, quando vuole sapere di una persona, dopo averle chiesto il suo nome, solitamente chiede: “E Lei, che lavoro fa?”. E quando le viene data la risposta a questa domanda conosce già molto dell’altra persona, compreso il livello di consumo, il tipo di abitazione che ha e il tipo di vicinato dove abita, così come il suo stile di vita e così via.
Ma il lavoro non è soltanto un bene individuale, ma anche collettivo. Cioè, quante più persone lavorano (e con un buon lavoro), maggiore ricchezza risiede in un paese. In realtà, il fatto che in Spagna siamo meno ricchi della maggioranza dei paesi dell'Europa è dovuto al fatto che rispetto a loro abbiamo meno persone occupate. Tuttavia, per avere un buon lavoro  bisogna prima avere un lavoro. E questo non c’è in abbondanza. Ed è lì che comincia il problema. Se tutte queste persone che desiderano avere un lavoro riuscissero a trovarlo e ci fosse la piena occupazione, la domanda non sarebbe solo di lavoro, ma di buon lavoro. Un buon lavoro sarebbe l’obiettivo principale della maggior parte della popolazione adulta. Ma quando c’è tanta disoccupazione, le domande diminuiscono e si chiede lavoro e basta.
La disoccupazione, tuttavia, si dà quando c’è meno offerta lavorativa di quella che desidera la popolazione che cerca lavoro. E questo può rispondere a diverse ragioni. Una è che l’economia è ferma e non c’è sufficiente domanda di prodotti e servizi, quindi le aziende diminuiscono la loro produzione e licenziano i loro lavoratori. Questo è quello che sta accadendo adesso. Ma oltre a questo ci sono delle cause strutturali che esistono da molti anni. Una è il cambiamento tecnologico, che consente a un lavoratore di fare ciò che prima facevano in venti. Un’altra è lo spostamento delle aziende in altri paesi, dove si portano anche i posti di lavoro. E un’altra ancora è l’immigrazione, che aumenta la quantità della popolazione in cerca di lavoro. Ognuna di queste cause strutturali può variare a seconda delle decisioni politiche.
Un altro modo per ridurre la disoccupazione, su cui non si sta indagando così tanto come su quelli precedenti, è aumentare l’offerta lavorativa riducendo il numero di ore lavorate. Questo è infatti quello che fece l’Amministrazione Roosevelt con il New Deal, quando la disoccupazione aumentò notevolmente durante la Grande Recessione. Nel 1940 Roosevelt emanò una legge che stabiliva la settimana lavorativa di cinque giorni, quando prima era di sei giorni. Questo cambiamento fu molto importante, e non solo aumentò la qualità di vita della popolazione lavorativa (e quella delle sue famiglie), ma aumentò in modo significativo l’offerta lavorativa. Da qui che una misura di grande efficienza per creare lavoro sarebbe quella di ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni, cambiamento che, ovviamente, dovrebbe essere fatto lentamente senza alterare negativamente la produzione di beni e servizi. È probabile che i benefici aziendali inizialmente si riducano, il che spiega l’enorme opposizione del mondo aziendale a questa misura. In realtà, la sua ultima domanda, proposta per la Commissione Europea, di sensibilità neoliberale, era quella di aumentare la settimana lavorativa dalle 48 alle 65 ore.
I redditi di lavoro comunque, aumenterebbero, e questo dal punto di vista dell’efficienza economica è un esito positivo, perché una parte del problema finanziario ed economico è basato sull’eccessiva polarizzazione dei redditi, con un’enorme esuberanza dei benefici del capitale con conseguente riduzione dei benefici del lavoro.  L’enorme aumento della produttività che si è avuto durante il XX secolo nella maggior parte dei paesi dell’OCSE  ha portato maggiori benefici ai redditi di capitale che ai redditi di lavoro . Da lì, l’importanza di invertire questo fatto, sia per ragioni di equità che di efficienza economica!