giovedì 22 settembre 2022

Come si vota

Esistono tre modalità valide di espressione del voto su entrambe le schede elettorali.Il modo più semplice per esprimere il proprio voto è quello di tracciare un segno (comunemente si fa una X) all’interno del rettangolo che contiene il simbolo del partito e la lista dei suoi candidati nel collegio plurinominale. In questo caso, il voto viene assegnato sia al partito che si è scelto sia al candidato che quel partito sostiene nel collegio uninominale (se si vota un partito alleato con altri, può succedere che nel proprio collegio uninominale si sostenga un candidato che non rappresenta il proprio partito, ma un partito alleato). Il secondo modo per esprimere un voto valido è quello di tracciare un segno sia nel rettangolo con il simbolo del partito e i nomi suoi candidati nel collegio plurinominale sia sul nome sopra al rettangolo, quello del candidato nel collegio uninominale. In questo caso le conseguenze del voto sono le stesse viste sopra: il voto viene assegnato sia al partito che si è scelto sia al candidato uninominale che quel partito sostiene. C’è poi un terzo modo per esprimere un voto valido: tracciare un segno solo sul rettangolo che contiene il nome del candidato nel collegio uninominale. Se quel candidato è sostenuto da un solo partito, il voto viene assegnato anche a quel partito. Se quel candidato è invece sostenuto da una coalizione di più partiti, il voto viene distribuito ai partiti in proporzione ai voti che hanno preso nel collegio uninominale. Per esempio, se un partito in una coalizione ha preso il 10 per cento dei voti, riceverà il 10 per cento dei voti che sono stati espressi barrando solo il nome del candidato all’uninominale.

mercoledì 31 agosto 2022

La guerra in Ucraina e l’ “assedio” che sta uccidendo il Libano

 Il Libano è anche luogo di arrivo e permanenza di un gran numero di rifugiati e migranti, accoglie, infatti, circa 2,5 milioni fra migranti e rifugiati siriani e palestinesi[3]. La gravissima crisi economica del Libano è iniziata alla fine del 2019, e si è aggravata a causa dell’esplosione nell'Agosto 2020 che ha distrutto il porto di Beirut e i principali silos di grano del paese all'interno della struttura tentacolare[4].

Oggi in Libano tre quarti della sua popolazione vive in povertà, mentre la sterlina libanese ha perso oltre il 90% del suo valore. Il 26 maggio 2022 , il valore di mercato del LBP ha superato i 34.000 dollari per 1 dollaro americano (USD), nonostante sia ancora ufficialmente fissato a 1.500 LBP per 1 USD e ciò ha influito negativamente sul potere di acquisto delle famiglie.  

Recentemente, gli effetti della guerra in Ucraina, con le conseguenti interruzioni della catena di approvvigionamento hanno portato all'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari a livello mondiale aggravando ulteriormente la situazione del Paese. I prezzi del carburante sono aumentati del 900% da aprile 2021 ad aprile 2022, cosi anche i prezzi dei generi alimentari con il prezzo del paniere alimentare minimo passato da 619.000 LBP a marzo a 700.000 LBP ad aprile. 

I prezzi del paniere di generi di prima necessità supera, di fatto, il salario minimo mensile ufficiale che è in media di 675.000 LBP, ciò ha portato molte famiglie in uno stato di grave indigenza.

Nonostante siano gli stessi operatori umanitari delle organizzazioni non governative, finanziate da donatori occidentali, a evidenziare come il Libano viva una crisi economica senza precedenti e che la popolazione sia da mesi letteralmente a rischio sopravvivenza minima[5], qualche giorno fa si è giocato proprio al porto di Tripoli un braccio di ferro pesante per il trasporto di grano, una partita che ha visto il sequestro e il dissequestro di una nave e il ritardo nell’arrivo di un’altra nave, tutto questo mentre la popolazione locale attende da mesi che l’Occidente si ricordi che non esiste solo l’Ucraina, ma che anche il popolo libanese è vittima del più grave disastro portuale mai palesatosi.

Ovviamente tale disastro non trova ancora giustizia ed è ormai stato dimenticato dai media occidentali.

Il Libano importa circa il 60% del suo grano dall'Ucraina. Questo fino all’incidente della nave Lodicea.

Da metà Luglio l'Ucraina sostiene che la nave da carico Lodicea, battente bandiera siriana e dagli Stati Uniti nel 2015 perché accusata di essere affiliata al governo di Bashar al-Assad, trasportava orzo e farina che le sarebbero stati rubati. Quando la Lodicea ha attraccato in Libano, l’ ambasciatore ucraino ha immediatamente avvertito le autorità intimando di non acquistare quei beni “rubati” in quanto si sarebbe trattato di beni rubati all’Ucraina. 

L'ambasciatore ucraino Ihor Ostash ha chiesto di incontrare il presidente libanese Michel Aoun il 28 luglio sulla nave da carico[6].

La nave Laodicea è arrivata in Libano il 27 luglio e due giorni dopo il Procuratore capo Ghassan Oueidat ha ordinato di sequestrare il mezzo e i beni per avviare le indagini di rito proprio a seguito della richiesta dell'ambasciata ucraina e di altre nazioni occidentali. L'Ucraina ha chiesto al Libano di cooperare su un'inchiesta penale sulla nave aperta da un giudice ucraino. Le autorità ucraine sostengono che la Laodicea si è recata in un porto nella Crimea occupata dalla Russia e che ha preso carico lì prima di salpare per il Libano.

A seguito delle indagini il Procuratore capo del Libano ha poi revocato il suo ordine di sequestro sulla Lodicea, permettendole di salpare dopo aver dichiarato di non aver trovato "nessun reato commesso".

Chiusa la vicenda l’Ucraina aveva promesso alle autorità libanesi di continuare ad  esportare grano in Libano, ma quelle spedizioni sono state in realtà interrotte dall'invasione russa e dal blocco dei porti del Mar Nero

lunedì 29 agosto 2022

Scuola, riduzione orario e Dad mai su tavolo”

 Le ipotesi circolate in ottica scuolaper contrastare l’emergenza energetica hanno acceso il dibattito politico. Molti partiti ed esponenti hanno stroncato senza mezzi termini il possibile ritorno della dad, considerando in particolare i danni già causati dai due anni di pandemia. Sarebbe “un Paese cieco e senza futuro” secondo Valeria Fedeli. L’ex titolare dell’Istruzione ha spiegato all’Adnkronos che la scuola non può essere messa ai margini delle priorità del Paese: “Dovendo affrontare una situazione oggettivamente difficile per il Paese, come il caro energia e la riduzione dei consumi il primo intervento urgente e necessario è certamente adottare provvedimenti per imprese e famiglie affiche le imprese non chiudano e le famiglie possano affrontare la situazione. Ma non può assolutamente succedere che la scuola venga messa ai margini delle priorità del Paese. La priorità assoluta deve essere avere i ragazzi a scuola in presenza dal nido all’università”.

mercoledì 24 agosto 2022

Elezioni, i vip in lista: da Lollobrigida e Vezzali ai virologi Crisanti e Lopalco

 Elezioni politiche 2022 Rita Dalla Chiesa, Ilaria Cucchi, Andrea Crisanti, Gina Lollobrigida, Claudio Lotito, Valentina Vezzali, Carlo Cottarelli. I partiti non hanno rinunciato a mettere in lista vip acchiappa preferenze. I posti in palio sono di meno perché il numero dei parlamentari è stato ridotto ma questo non ha impedito alle formazioni politiche di candidare volti provenienti dalla società civile. Virologi ma anche attrici. 

martedì 23 agosto 2022

Elezioni 25 settembre

 Il 25 settembre noi italiani ci recheremo ai seggi per eleggere il governo che dovrà regolare e indirizzare al meglio la vita dei cittadini di questa bellissima nazione dai fasti del passato eccellenti. Anch'io mi recherò a compiere il mio diritto/dovere di voto e vorrei permettermi di palesare con quale animo e predisposizione eserciterò questo unico modo che ha un cittadino di decidere le sorti della propria nazione. Innanzitutto il primo dovere è quello di votare, altrimenti si lascia agli altri questo importante compito e quindi non si ha il diritto poi di lamentarsi delle malefatte del governo eletto. Ma ciò che più deve animare e impegnare il cittadino è la scelta della fazione che deve poi governare per alcuni anni. Bisogna quindi guardarsi dentro per una decisione assennata e fuori per analizzare: se mandare a casa il governo uscente per avere governato decisamente male o riconfermarlo. Non mi permetto suggerire per chi votare, ma sappiate che in quei brevi istanti di solitudine all'interno della cabina elettorale deciderete le sorti della nazione, quindi siate saggi e votate con intelligenza per la grandezza della nazione e non del partito.

lunedì 14 marzo 2022

Riprendono i negoziati, aperti 10 corridoi umanitari

 Questa mattina ricominciano i colloqui in video conferenza tra le delegazioni di Kiev e Mosca per cercare di disinnescare la crisi in corso. Lo ha reso noto Anton Gerashchenko, consigliere del ministro degli interni ucraino. C’è molta apprensione sull’esito di quei colloqui, ma ieri il capo negoziatore ucraino, Mikaylo Podolyak, ha detto che “la Russia sta cominciando a parlare in modo costruttivo”.  Ed è la valutazione più ottimistica registrata finora. “Penso che otterremo alcuni risultati nel giro di pochi giorni”, aveva aggiunto in un video.

Sono stati concordati dieci corridoi umanitari per la giornata odierna tra Russia e Ucraina per consentire l’evacuazione dei civili. Lo ha annunciato la vice prima ministra ucraina, Irina Vereshchuk, in un videomessaggio pubblicato questa mattina sul canale Telegram dell’ufficio presidenziale ucraino.

Nella regione di Kiev sono stati aperti corridoi umanitari dai villaggi di Bogdanovka, Novobogdanovka, Pobeda e Bobrik alla città di Brovary, dalla città di Gostomel al villaggio di Belogorodka, dagli insediamenti di Nemeshaevo e Vorzel sempre al villaggio di Belogorodka e dal villaggio di Dmitrovka a quello di Belogorodka. Nella regione di Luhansk sono stati aperti corridoi per l’evacuazione dei civili da Severodonetsk, Popasna e Gornoe a Slovyansk.

A Roma colloqui tra Usa e Cina sulla guerra in Ucraina. C’è grande aspettativa per l’incontro che si svolge a Roma tra Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con Yang Jiechi, membro dell’ufficio politico del Partito comunista cinese. Si materializza un tentativo di dialogo tra Usa e Cina dopo che gli Usa hanno sostenuto che la Russia ha fatto richiesta di armi a Pechino e aiuto per eludere le sanzioni. Liu Pengyu, il portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha affermato di non essere a conoscenza di alcuna notizia che la Cina possa essere disposta ad aiutare la Russia per forniture militari.. Sullivan a Roma incontrera’ in mattinata anche Luigi Mattiolo, consigliere diplomatico del presidente del Consiglio Mario Draghi.

Il fronte militare

Gli attacchi militari russi si vanno estendendo anche alla zona occidentale dell’Ucraina, quella al confine con la Polonia e la Romania da dove arrivano i rifornimenti militari dei paesi della Nato.

L’intensificazione dell’offensiva russa lungo il fronte occidentale, era già emersa ieri con l’attacco alla base militare di Yavoriv, situata nei pressi del confine con la Polonia dove ci sono stati 35 morti e decine di feriti tra cui alcuni istruttori militari stranieri.

La base militare, il cui nome ufficiale è “Centro internazionale per la pace e la sicurezza”, si estende su una superficie di 360 chilometri quadrati e a settembre scorso aveva ospitato esercitazioni ucraine in coordinamento con la Nato.

Nelle settimane precedenti l’invasione russa del 24 febbraio, l’esercito ucraino si è addestrato nella base di Yaroviv, ma secondo i media ucraini tutti gli istruttori stranieri sono partiti a metà febbraio, lasciando dietro di sé l’equipaggiamento.

Tra i feriti risultano però militari olandesi e portoghesi. Altri paesi della Nato non hanno reso noto se ci sono morti o  feriti tra gli istruttori militari colpiti nella base militare ucraina.

Viene segnalato oggi che le forze armate ucraine hanno colpito con un missile la città di Donetsk, nelle Repubbliche del Donbass. che “Un attacco missilistico tattico Tochka-U nel centro di Donetsk lunedì ha ucciso 20 civili e ferito 28 persone, compresi bambini”. Il leader della Repubblica popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha riferito che le forze ucraine hanno lanciato un missile tattico Tochka-U che è stato abbattuto dai sistemi anti-missili altrimenti il computo delle vittime sarebbe stato molto più grave.

Nel villaggio di Stavische, nella regione di Zhytomyr – a ovest di Kiev – un attacco missilistico ha preso di mira alcuni edifici amministrativi, distruggendone almeno sette e causando diversi feriti. A Rivne, città situata circa 200 chilometri a est di Leopoli, gli attacchi russi hanno danneggiato una torre della televisione. Le sirene antiaeree, tuttavia, sono state udite nella notte in molte regioni del paese, da Leopoli alla regione della Transcarpazia – regione che confina con Romania, Slovacchia e Ungheria –, sino a Kharkiv, la seconda città del Paese che è sotto assedio da almeno due settimane, e Odessa, importante porto dell’area sud occidentale dell’Ucraina.

Le forze armate russe hanno colpito l’aeroporto Antonov, a nord ovest di Kiev. Lo scalo, noto anche come Hostomel, è il più importante aeroporto cargo internazionale dell’Ucraina, nonché una base aerea militare di importanza strategica. Diversi video diffusi sui social mostrano dense colonne di fumo che salgono dall’aeroporto. Secondo fonti ucraine invece le forze armate russe hanno preso di mira l’impianto di produzione di aerei Antonov e non l’omologo aeroporto noto anche col nome di Hostomel. L’impianto industriale è situato nei pressi dell’aeroporto, a circa 10 chilometri dal centro di Kiev.

Fonti russe affermano che, la Crimea e il Donbass adesso sono “collegati da un corridoio terrestre attraverso il territorio dell’Ucraina”: La strada dalla Crimea a Mariupol è stata presa sotto controllo”.  Secondo Li servizi di intelligence britannici le forze navali russe hanno bloccato a distanza la costa ucraina del Mar Nero, isolando di fatto l’Ucraina dal suo sbocco al mare.

Il gas russo continua ad essere pompato verso l’Europa occidentale

Il gas russo continua ad arrivare in Europa occidentale. La compagnia statale russa Gazprom infatti sta continuando a fornire gas attraverso l’Ucraina a un volume sostanzialmente invariato rispetto al contratto a lungo termine (109,5 milioni di metri cubi al giorno).

martedì 15 febbraio 2022

Prezzi dell’energia alle stelle, grazie UE

 Sui prezzi dell’energia, in drammatico aumento, si fanno molti discorsi campati in aria. Anche gli “esperti” vacillano tra spiegazioni ad hoc (che non spiegano nulla) e ovvie maledizioni al clima di guerra creato dagli Usa in Ucraina (per le possibili, ovvie, ricadute negative sulle forniture di gas russo, quello più a buon mercato perché vicino).

Lasciamo perdere i serial killer dell’informazione embedded, che si limitato a tradurre e copiare gli input provenienti dall’amministrazione Biden, per cui sarebbe “tutta colpa di Putin”…

Esistono invece i meccanismi di mercato, ed è strano che tutti gli adoratori del mercato se ne dimentichino proprio quando serve comprenderli.

Ed esistono le regole europee, anche queste “stranamente” dimenticate proprio quando il loro funzionamento spiega molte cose.

L’editoriale di Guido Salerno Aletta per l’Agenzia TeleBorsa mette fine a questa dimenticanza spiega la dimensione degli aumenti sul continente europeo con una regola folle – tra le tante regole idiote – che obbliga gli acquirenti di energia a pagare il prezzo più alto tra le offerte fatte sul mercato.

Il contrario della concorrenza, se vogliamo.

La ricostruzione del meccanismo messo in moto da questa regola è abbastanza complesso, ma non incomprensibile. In pratica, di fronte a una serie di offerte fatte dai produttori di energia, che incrociano quantità di energia in vendita e quantità richieste, si crea sempre una “quantità merginale” in offerta al prezzo più alto (se la domanda eccede l’offerta).

Logica economica capitalistica normale vorrebbe che il prezzo fosse diseguale. Uno per le quantità che incontrano senza problemi (tra domanda e offerta), e uno più alto per quelle “marginali” o straordinarie.

L’ineffabile Unione Europea invece s’è inventata la regola per cui il prezzo “di mercato” debba essere in ogni caso quello più alto. Anche per le quantità – la stragrande maggioranza – che potrebbero essere profittevolmente vendute senza problemi.

E’ appena il caso di ricordare che in Marx questa situazione era già stata analizzata, nella Sesta sezione del Terzo libro de Il Capitale. Non essendoci allora un mercato del gas e del petrolio, e tantomeno dell’energia elettrica, il suo “mercato di riferimento” era quello dei prodotti agricoli, che vengono coltivati sia su terreni fertili e di facile lavorazione sia su terreni disagevoli o tendenzialmente meno produttivi.

E in quel caso – guarda un po’ – “il mercato” tende spontaneamente ad adottare il prezzo corrispondente al costo di produzione più elevato (quello sui terreni difficili), spuntando così extraprofitti per tutti gli altri produttori.

E’ la funzione – bastarda, ma inevitabile – della rendita fondiaria. Una fonte di reddito che identifica una classe sociale (i “proprietari fondiari” o rentier), diversa dall’imprenditore e dal lavoratore.

L’analisi di Marx è insomma valida anche in questo caso perché le leggi della rendita fondiaria valgono sia nel caso dei prodotti che crescono sulla terra sia per le materie prime che sono nascoste sotto di essa.

I decisori dell’Unione Europea forse non hanno studiato il Capitale (come tanta “compagneria”, del resto), ma “spontaneamente” fanno gli interessi della rendita come del grande capitale multinazionale (sia industriale che finanziario). E quindi ha imposto come regola di legge quel meccanismo di elevazione dei prezzi all’altezza della “quantità marginale”.

Sapendo, per esperienza, che quella “marginalità” può provocare anche crolli del prezzo – come avvenuto durante la pandemia per il prezzo del petrolio, per un giorno soltanto finito addirittura sotto zero – e quindi perdite per i produttori.

Naturalmente la regola viene descritta per “fermare la speculazione a scapito dei consumatori”. Come stiamo vedendo…

giovedì 20 gennaio 2022

La sindrome di Mario

 In appena 12 mesi SuperMario è passato dall’essere acclamato come unico possibile “salvatore della Patria” (nonostante tutto, nella sua carriera, testimoni il suo essere uomo “multinazionale”) a normale politicante a caccia di una maggioranza che lo porti al Quirinale.

Titola infatti stamattina uno dei suoi principali sponsor – il fogliaccio Repubblica, proprietà della famiglia Agnelli – “Il premier avvia le consultazioni”.

E ognuno può facilmente immaginare l’andrivieni di mezzi leader e oscuri messaggeri, latori di promesse, giuramenti, messaggi trasversali, garanzie di fedeltà, liste aggiornate di voti a favore…

Insomma quelle scene da basso impero che sono da sempre il vero tratto caratteristico della bassa cucina politica italiana, nonché una delle prove della sua inconcludenza, o del suo servilismo verso poteri più forti (Usa, Nato, Unione Europea, chiunque passi…).

L’approdo di SuperMario comincia a somigliare a quello del suo lontano omonimo e predecessore – Monti – a sua volta acclamata come redentore dopo i disastri berlusconiani (e la lettera dello stesso Draghi, insieme a Trichet, in cui si indicavano le “riforme” da fare pena il default del paese,privato della “copertura” della Bce contro l’offensiva dei “mercati”), ma dopo appena un anno ridotto a leaderino di una formazione secondaria, ben presto abbandonata da tutti gli imbarcati.

La ragione di questo declassamento sono piuttosto evidenti. La campagna contro la pandemia è stata assai meno trionfale del previsto. Da quasi un mese ci confrontiamo con contagi quotidiani che vanno da 100.000 a oltre 200.000, mentre i morti sono stabilmente sopra i 300 al giorno, se non di più

I vaccini sono stati meno risolutivi dello sperato (diminuiscono le morti, ricoveri e la carica virale, ma non “immunizzano”), la volontà di mantenere aperte sempre e comunque tutte le attività economiche ha fatto alla lunga esplodere il numero dei contagi e quindi ogni sogno di “ritorno alla normalità” (se non altro perché tanti ammalati sintomatici debbono restare a casa diversi giorni).

Quel cavolo di virus muta in modo imprevedibile, “buca” vaccini progettati per la sua versione base. E torna proprio da quella parte del mondo che non si può vaccinare a sufficienza anche e soprattutto a causa dei brevetti che Draghi e altri capoccia del neoliberismo occidentale hanno voluto difendere a tutti i costi, per garantire a due-tre multinazionali profitti extra (dopo che la ricerca è stata finanziata con fondi pubblici, non certo privati).

Sul piano delle “riforme” invece è andato abbastanza spedito, ma sono così impopolari da sconsigliarne la pubblicizzazione, oppure così “tecniche” da non entusiasmare un pubblico largo. Ma che vota, a volte…

Così SuperMario ha perso l’aura di imbattibilità che ne faceva il candidato incontrastabile per qualsiasi carica, diventando uno dei candidati alla Presidenza della Repubblica.

Il “pilota automatico” si è inceppato, e la supercar è ferma su una piazzola d’emergenza, in attesa di un booster. O della rinuncia degli altri concorrenti in bicicletta.

Resta il favorito, comunque, ma non certo per suo merito o carisma. Pesa il fatto più importante: solo lui viene considerato un “garante” credibile degli interessi del capitale multinazionale, e dunque in grado di rassicurare le istituzioni sovranazionali europee (e Nato).

Il suo indebolimento oggettivo, però, ha stimolato i sogni (o le illusioni) di rivincita in tutta l’orda di nanerottoli che anima il Transatlantico. La boutade sulla candidatura di Berlusconi – che a livello europeo vedono come un clown inattendibile – è la misura di quanto la maionese sia impazzita.

Il problema “strategico” resta lo stesso: serve “qualcuno” al Quirinale che assicuri la continuità del percorso iniziato con il Pnrr. L’orizzonte temporale arriva al 2026, per il momento. E dunque il settennato al Colle copre abbondantemente questa esigenza. 

Al contrario, da Palazzo Chigi chiunque – anche Draghi – verrà sfrattato con le prossime elezioni politiche (inizio 2023, oppure alla fine di quest’anno). Dunque inutile – per Draghi – restar lì e poi sparire. 

Il nuovo Parlamento avrà comunque dei nuovi “padroni”, che prima di arrendersi al “pilota automatico rinnovato” proveranno per qualche mese a trovare “quadre” intorno a progetti che li vedano al centro. Ma difficilmente il quasi sicuro fallimento di quei tentativi (con tutte le tempeste – spread e altro – che si porterebbero dietro) produrrebbe una reinvestitura per il “salvatore della Patria” che non ha salvato quasi niente e nessuno.

Se SuperMario non va al Quirinale, insomma, tutti i giochi si riaprono. Anche quelli della speculazione finanziaria, naturalmente…

sabato 1 gennaio 2022

Tra Stato e mercato, la Cina e l’Occidente neoliberista

Uno degli elementi più negativi nel pensiero comunista europeo degli ultimi 30 anni è sicuramente rappresentato da una concezione astratta del “socialismo”. Ridotto a una serie di princìpi totalmente indipendenti dalla realtà storica, validi in modo identico per qualsiasi formazione sociale (europea, asiatica, africana o americana), pressoché impossibili da rispettare concretamente. Una sorta di paradiso originario collocato nel lontano futuro anziché nel passato remoto.

Una volta identificato il “socialismo” con questo mondo ideale (variabile a seconda delle preferenze individuali, per di più) è inevitabile che il confronto con le esperienze concrete sia sempre negativo. 

Ricordiamo che la definizione di Marx era molto più laica: da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro. Che è certamente una formulazione astratta, ma che descrive un criterio invece che una serie di “istituti” teoricamente caratterizzanti una formazione sociale “socialista” (inevitabilmente varianti a seconda del livello di sviluppo di un certo paese, le tradizioni locali, le culture, ecc). L’”eguaglianza” – per esempio – in condizioni di povertà o di relativo benessere generale, in pace o in guerra, ecc, può significare cose molto diverse. 

Parlando di Cina – come abbiamo visto anche nel convegno dedicatole lo scorso anno – questo scarto tra socialismo ideale e concreta costruzione di una società viene fuori continuamente. Condanne e beatificazioni si alternano continuamente, senza cogliere alcun elemento essenziale, come se nutrire, vestire, far vivere in modo soddisfacente una popolazione nel frattempo cresciuta fino a 1,4 miliardi di persone, non fosse un problema. E pure gigantesco.

L’elemento essenziale distintivo tra regime capitalistico e “socialismo in costruzione” – andiamo ripetendo da tempo, con gradi di approssimazione, speriamo, sempre più precisi – è secondo noi la relazione tra Stato e mercato, tra pianificazione e “anarchia” della “libera impresa”.

Specie in ciò che resta de movimento italiano “il mercato” viene identificato tout court con “il capitalismo”, come se non fosse un luogo e una dinamica esistente da sempre, in qualsiasi modo di produzione e formazione sociale. Le popolazioni che vivevano sulla costa scambiavano parte dei loro prodotti con quelle che vivevano nell’entroterra, e lo stesso avveniva tra montagna e pianura, ecc.

Il mercato” è insomma insopprimibile perché forma stabile e concreta delle relazioni tra gli esseri umani, che il capitalismo ha “sussunto e trasformato” secondo la sua logica e imponendogli la sua logica.

Le esperienze socialiste che hanno provato a farne a meno si sono ritrovate con molti problemi irrisolvibili e che anche la migliore pianificazione non poteva prevedere, normare, sciogliere. 

Non ci sorprende che questa relazione essenziale tra Stato e mercato venga invece colta, con grandissima precisione, da analisti abituati a farci i conti quotidianamente, su giornali economici altamente specializzati. Da gente, insomma, che vede molto concretamente dove “il mercato capitalistico” domina senza avversari, disponendo a proprio piacimento delle istituzioni politiche statuali e degli organismi internazionali, e dove invece si deve subordinare a un potere politico che persegue un progetto, ovviamente variabile nel tempo a seconda dei risultati – positivi e negativi – registrati.

Ancor meno ci sorprende che a cogliere con grande precisione questa relazione, nel caso della Cina, sia Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza. Per esperienza personale, essendo stato fra l’altro vicesegretario generale di Palazzo Chigi, sa bene cosa uno Stato può fare, volendo, e cosa “il mercato”, lasciato a se stesso, pretende. 


 

venerdì 10 dicembre 2021

La Troika al Quirinale

 Una crisi costituzionale è il momento in cui le molte differenze – o aperte contraddizioni – tra la “costituzione reale” e quella “formale” di un Paese non sono più mediabili dal normale gioco politico.

In primo luogo perché poteri neanche previsti dall’impianto costituzionale originario sono diventati così forti e pervasivi da non tollerare più il vecchio abito “formale”, e premono senza più molti limiti per farsene cucire addosso uno nuovo, adatto alle proprie esigenze.

In secondo (e di conseguenza) perché i partiti politici non esistono di fatto più, liquefatti – nella propria funzione e ruolo – proprio da quei poteri che hanno scavato gallerie destabilizzanti nel vecchio edificio costituzionale, a forza di “ritocchi” che ne hanno compromesso la struttura.

Molti ricordano la “riforma del Titolo V” – responsabilità assoluta del Pd, o come si chiamava allora quella banda criminale – che ha “regionalizzato” molte competenze dello Stato centrale, a cominciare dalla sanità pubblica. 

L’effetto promesso era una “maggiore vicinanza agli interessi dei cittadini”, il risultato concreto è stato l’opposto (con intere aree del territorio ormai prive di strutture ambulatoriali, ospedaliere, di medicina territoriale).

Un deserto voluto, in cui ha potuto svilupparsi la privatizzazione della sanità e della stessa “politica”, ridotta a complicità con interessi aziendali espliciti o anche innominabili.

Ma neanche quella riforma è stata fatale per la “Costituzione nata dalla resistenza”, per quanto privasse tutti noi di un diritto certo esigibile in egual misura in qualsiasi angolo del territorio nazionale.

Fatali sono state invece due altre “riforme” passate con l’approvazione pressoché unanime di tutte le bande presenti in Parlamento (464 sì, 0 no e 11 astenuti alla Camera, 255 sì, 0 no e 14 astenuti al Senato, in prima lettura).

Quella dell’articolo 81, che ora prevede: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte».

Si tratta dell’obbligo al pareggio di bilancio, che implica l’impossibilità di spendere in deficit per far fronte a situazioni di crisi e dunque vincola ogni possibile scelta politica – con qualsiasi maggioranza di governo – a rispettare un equilibrio ideale che nella realtà non esiste mai.

Ma ancor più decisiva e “distorcente” è la nuova versione dell’art. 119: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.

L’”autonomia” di ogni istituzione della Repubblica italiana, ad ogni livello, è quindi subordinata per Costituzione alle decisioni “superiori” della UE. Una subordinazione che fissa – come si vede con le 528 “condizionalità” del recovery Fund – non soltanto i limiti di bilancio entro cui si possono prendere decisioni diverse, ma anche le priorità nelle decisioni di spesa e di entrate fiscali.

Con queste due norme “costituzionalizzate” l’autonomia del Paese è stata di fatto annullata. Possiamo mettere insieme una squadra per vincere i campionati europei in qualsiasi sport, ma non si può più scegliere quale destino, quali obiettivi, quali priorità sociali vogliamo soddisfare.

Sono vincoli politici imposti per via economica e con la forza dei trattati internazionali (non sottoponibili a referendum!), che inchiodano per sempre le scelte di qualsiasi governo futuro (anche “socialista”, in astratto) al ricettario classico del neoliberismo senza .sfreni adottato come marchio di fabbrica nella UE.

Ma se la politica è vincolata, è chiaro che la presenza di partiti tra loro diversi è un lusso che non ci si può più permettere. Ognuno dovrà e potrà promettere in campagna elettorale solo quello che effettivamente può fare (nulla o quasi, sulle questioni economiche essenziali, decise preventivamente dalla UE) o qualcosa di abbastanza shoccante sulle questioni che costano poco (diritti civili sì o no, trattamento dei migranti, sia regolari che non, politiche securitarie… robetta così, insomma). 

Poi, certo, si può promettere la luna in qualsiasi campo. Ma dopo dieci anni – tanti ne sono passati da quest’ultima riforma costituzionale, fatta su ordinazione durate il governo di Mario Monti – è chiaro anche per un terrapiattista che si tratta solo di chiacchiere.

Ma una classe politica che non ha più la possibilità di decidere nulla sulle questioni strategiche  – politiche economiche e industriali, alleanze militari o diplomatiche, ecc – inevitabilmente decade al livello dell’amministrazione di condominio. Con le “qualità”, la “lungimiranza”, l’”autonomia decisionale” e persino lo stile linguistico di un’assemblea di condominio.

E’ a questo punto che arriva l’investitura di Mario Draghi come monarca pro tempore del vicereame d’Italia. E’ stato un componente fondamentale della Troika che ha distrutto la Grecia con un “esperimento” che doveva valere come monito per tutti i 27 paesi della Ue. A lui non c’è necessità di spiegare pazientemente cosa va fatto e cosa va distrutto….

L’arco temporale da assicurare sono i sei anni di durata del Recovery Fund (con le misure racchiuse nel Pnrr), con impegni che richiedono grande “stabilità” nella governance, altrimenti la “rivoluzione reazionaria neoliberista” prevista da quelle norme fissate in Trattati verrebbe messa a rischio.

Casualmente, questo arco temporale coincide quasi completamente con il nuovo settennato della Presidenza della Repubblica. Ed è meglio, molto meglio, per i poteri multinazionali ed “europeisti”, che il loro esponente Mario Draghi continui a guidare “la transizione” da quello scranno.

Non si può infatti rischiarlo in una normale competizione elettorale (nel 2023, a fine legislatura), perché la società spaventata e incazzosa potrebbe facilmente rovesciare anche su di lui il livore per un impoverimento crescente di cui non si vede il fondo né la fine. Potrebbe insomma fare la fine di Mario Monti, alle elezioni del 2013.

Dal Quirinale, invece, potrebbe continuare a formare governi – con chiunque e/o tutti dentro – per assicurare la continuità di una politica subordinata alle decisioni europee, ovvero del capitale multinazionale qui basato.

L’istituto della Presidenza ha del resto perso, nel corso degli anni, molte delle sue caratteristiche “notarili”, di puro rispetto formale delle decisioni politiche del Parlamento. Le antiche “esternazioni” di Francesco Cossiga furono probabilmente la prima manifestazione di questo mutamento di ruolo che è venuto consolidandosi negli anni. Ma sono nulla rispetto a quello che hanno poi fatto i suoi successori (Ciampi, Scalfaro, Napolitano, Mattarella), che hanno deciso quali governi potevano esser composti e quali invece stoppati, quali sostenuti e quali logorati.

Mario Draghi avrebbe insomma una lunga serie di precedenti cui appoggiarsi per mascherare quella che in ogni caso è una forzatura costituzionale verso il presidenzialismo di fatto.

Con due differenze importanti. 

Draghi al Quirinale significa mettere in pratica un trasferimento palese di poteri e prerogative dal Parlamento alla Presidenza della Repubblica. Rinviando alla prossima legislatura il compito di “formalizzare” questa trasformazione del Presidente in “super-capo del governo”, con una specifica “riforma costituzionale”.

I “precedenti” di protagonismo presidenziale sono stati in fondo tutti “necessitati” dall’impossibilità politica – in determinati momenti – di trovare soluzioni efficaci per tenere insieme interessi sociali in parte di dimensioni “nazionali” e vincoli europei.

L’insediamento di Re Draghi dovrà invece segnare una svolta decisa in direzione della prevalenza dell’”Europa”, come da art. 119.

Per far questo, però, bisognerà fare un’altra piccola serie di forzature costituzionali, alcune delle quali raccolte in un articolo dell’ultra-draghiana Repubblica, che vi riproponiamo. Ma, come detto all’inizio, se tra Costituzione Reale e Costituzione Formale si viene a creare una discrasia violenta, è sempre il potere della realtà a prevalere, scrivendo un “nuovo testamento” che gli stia a pennello.

E’ un golpe dei Palazzi, naturalmente. Una Restaurazione, contro ogni possibile – e necessaria – Rivoluzione. Che mette fuorilegge non tanto Keynes, quanto la Resistenza.

martedì 23 novembre 2021

Se L’Unione Europea si fa superstato e manda in soffitta il “soft power”

 A che punto è il processo di centralizzazione dei poteri decisionali in Unione Europea? Le tendenze e le controtendenze che via via stanno agendo sulle resistenze degli stati nazionali, vedranno nascere un organismo complesso capace di competere a livello globale con gli altri giganti come Usa e Cina? E tale organismo potrà assumere le forme inedite di un superstato con caratteristiche imperialiste?

Su queste domande e su una decostruzione complessiva del Recovery Plan che intende conformare un gigantesco processo di ristrutturazione (e destrutturazione) a livello europeo, si è discusso sabato e domenica scorsi a Bologna nel forum organizzato dalla Rete dei Comunisti.

Più di 120 persone, in larghissima parte giovani, hanno seguito con una attenzione che indubbiamente colpisce, tutte e tre le sessioni dei lavori.

I lavori del Forum hanno visto alternarsi relazioni e contributi al dibattito seguendo la traccia indicata nella relazione introduttiva che ha ricalcato il documento di convocazione del forum.

Diverse relazioni hanno approfondito la decostruzione del Recovery Plan europeo e del Pnrr italiano (Della Porta, Pollio, Grasso, Cararo) analizzandone gli assi strategici e le conseguenze sul piano economico/sociale, ambientale, politico/militare. 

Altre relazioni hanno analizzato il “dispotismo europeo” che ormai pare ispirare il sistema decisionale costruito intorno agli apparati politici e finanziari (Russo) e il processo che ha portato all’esercito europeo (Russo Spena), un’altra ha ricostruito le dimensioni della competizione monetaria tra i grandi blocchi (Vasapollo), una relazione ha messo a fuoco la crisi di egemonia degli Usa e il tentativo della Ue di riempire il buco (Piccioni). 

Infine la relazione conclusiva ha attualizzato – alla luce dei nuovi scenari – la proposta di un’area euromediterranea(ispirata all’Alba latinoamericana) come alternativa alla gabbia dell’Unione Europea e momento di passaggio in un processo di transizione economico/sociale/monetario e di cooperazione internazionale, in antagonismo al colonialismo e alla Nato (Marchetti).

Diversi i contributi alla discussione: da Giorgio Cremaschi all’economista Ernesto Screpanti, da Matteo Giardiello dell’ex Opg a Max Gazzola di Spread.it agli studenti di Cambiare Rotta.

Gli spunti, le analisi ma anche le prime conclusioni, consentono di ricavare una visione organica del processo in corso nell’Unione Europea e delle sue ambizioni nella competizione inter-imperialista che si va ormai delineando chiaramente.

Le relazioni saranno ben presto a disposizione in un numero monografico di Contropiano rivista che diventerà l’occasione per nuovi incontri e approfondimenti.